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The Studio Section Two - Mike Kaluta /2




Se Barry Smith vanta il primato di primo disegnatore assunto dalla Marvel da semplice fan, senza nessuna esperienza precedente nel settore (e, per una coincidenza, è divenuto famoso grazie alla prima serie a fumetti pubblicata su licenza dalla "casa delle idee", Conan the Barbarian), Mike Kaluta ha invece dovuto seguire la prassi consueta che prevede di farsi le ossa prima di essere arruolato nelle fila di una casa editrice importante, che nel suo caso sarà la DC.

Nello specifico, inizia la sua carriera appoggiandosi a Graphic Showcase, una fanzine di cui usciranno tre soli numeri, tra il 1967 e il 1970.
Il primo numero di GS presenta soltanto le prime dieci tavole di Eyes of Mars, una storia di fantascienza di cui Kaluta realizza sia i testi che i disegni, ma già nel secondo numero la fanzine si arrichisce del contributo dell'amico Berni Wrightson e nel terzo di quello, tra gli altri, di Steve Hickman. Come forse ricorderete, sia l'uno che l'altro li abbiamo incontrati nel post precedente.
Ma se le tavole di Wrightson sono già all'epoca notevolissime (la storia è Uncle Bill's Barrel), dello stile di Kaluta, se di stile si può parlare, si può solo constatare che ha la legnosità e la pretesa raffinatezza tipiche dell'esordiente, sebbene contenga già in embrione quegli elementi che meglio lo caratterizzeranno in futuro: la decoratività del segno, la ricerca dell'equilibrio tra le aree di luce e di ombra, l'importanza data all'architettura della pagina; tutti elementi chiaramente importati dall'Art Nouveau. Mentre dal lato più strettamente figurativo il giovane artista è in chiaro debito con l'illustrazione fantasy dei suoi miti Roy G. Krenkel e Frank Frazetta (altri due nomi che abbiamo gia incontrato).

Nessuna meraviglia quindi che per il nostro la gavetta debba continuare. Nel 1969 è il quarto numero di Gothic Blimp Works, supplemento a fumetti del giornale underground East Village Other, ad ospitare alcune sue tavole. Un evento, questo, che richiama la storia passata del blog, dal momento che il GBW è stato fondato da Vaughn Bodè (vedi, per maggiori dettagli, il post Bodé oltre l'underground). Ma il 1969 è anche l'anno in cui il grande Al Williamson, sempre pronto ad aiutare i giovani più promettenti, lo chiama a fargli da assistente nella realizzazione delle strisce di Phil Corrigan, l'agente segreto X-9 nato nel 1934 dalla collaborazione tra Dashiell Hammett (ai testi) e Alex Raymond (ai disegni). Per Kaluta è un buon lasciapassare verso orizzonti più professionali, ma, come vedremo, non necessariamente più agevoli o appaganti.

Dopo un breve passaggio alla Charlton Comics, Kaluta approda finalmente, nel 1970, alla DC Comics, la storica casa editrice famosa per Superman e Batman e seconda solo alla Marvel per diffusione e vendite. A sponsorizzarlo è l'amico Berni Wrightson, ormai divenuto uno dei disegnatori di punta della casa editrice, il cui direttore editoriale è in quegli anni un noto disegnatore: Carmine Infantino. Kaluta è inoltre fresco della vendita della sua prima illustrazione professionale, a Ted White, che poi gliene commissionerà altre per i suoi periodici di fantascienza (vedi post precedente). Eppure, nonostante questi evidenti successi, il giovane artista attraversa in quel momento una crisi profonda. La realtà quotidiana del suo lavoro di disegnatore gli offre ben poche di quelle gioie e soddisfazioni che lui credeva vi avrebbe trovato e le piccole storie di contorno, poco più che tappabuchi, che è chiamato a realizzare sono molto lontane dal coronare i suoi sogni e le sue aspirazioni, al punto che non si sente ancora pronto a rinunciare alle boccate d'aria pura che gli offre il mondo del fandom e delle fanzine.

Ma arriva a salvarlo di lì a poco, come una divinità benevola che gli giunga in soccorso, il suo idolo di sempre: Edgar Rice Burroughs. A fare da medium, la direzione editoriale della DC, che gli affida i disegni della trasposizione a fumetti del ciclo di romanzi che compone la Amtor o Venus Series, più nota come Carson of Venus, dal nome del suo protagonista. Ai testi è chiamato Len Wein, che sarà tuttavia ricordato per altro (come, per esempio, l'esser stato arterfice, coadiuvato dal disegnatore Dave Cockrum, della Seconda Genesi degli X-Men). Il piano editoriale prevede che le mirabolanti avventure del terrestre Carson Napier sul pianeta dell'amore trovino posto in Korak Son of Tarzan, a cominciare dal numero 46 (primo della gestione DC), nelle pagine lasciate libere dalle storie di Korak, affidate, queste, a disegnatori più navigati (l'ottimo Frank Thorne in primis). Da quel momento Kaluta, pur non limitandosi a questa unica collana, lavora in esclusiva per la DC.

L'impegno di Kaluta su Carson of Venus si protrae per due anni esatti, dal giugno 1972 (Korak #46) al maggio 1974 (Tarzan #230) per un totale di dodici albi e poco più di 70 pagine, sufficienti a trasporre il primo romanzo del ciclo, Pirates of Venus, e una parte del secondo, Lost on Venus. Il suo stile raffinato gli conquista quasi subito il favore dei cultori dell'universo di Edgar Rice Burroughs, ma non è certo a uno come lui, con lo stile ancora in maturazione, che Carmine Infantino e i suoi pensano per il rilancio, previsto per il 1973, di un vecchio personaggio, un detective dalle pistole facili nato in un programma radiofonico nel 1930 e intestatario, dall'anno successivo, di una rivista pulp che ospita le sue avventure: The Shadow.
No, quelli della DC puntano molto più in alto, a uno dei giganti, e alle orde di fan adoranti che si trascina dietro a mo' di scia di cometa: vogliono Jim Steranko.

Di lì a poco le varie testate DC cominciano a ospitare una pagina pubblicitaria, opera del grande disegnatore, che annuncia l'imminente pubblicazione della serie. Immancabile la tagline, che connota bene le cupe atmosfere della serie ed è destinata a comparire sulla copertina di ogni albo: Who Knows What Evil Lurks in the Hearts on Men? Chi può sapere il male che si annida nel cuore degli uomini?
Ma molto presto insorge un problema. L'editore vuole andare sul sicuro e affidare i testi di The Shadow a Denny O'Neil (già protagonista, con Neal Adams, del rilancio della testata Batman), mentre Steranko accetta di lavorare alla serie solo alla condizione di poterne scrivere anche i testi.

La rottura dell'accordo, immediata e inevitabile, fa sì che Infantino e i suoi debbano correre ai ripari (incidenti del genere erano e sono in ogni caso all'ordine del giorno nell'ambiente del fumetto) e la scelta cade stavolta su Berni Wrightson. Il cambio richiede, manco a dirlo, una nuova pagina pubblicitaria a opera del nuovo disegnatore, che presto appare, al posto dell'altra, sulle varie testate della casa editrice.
Sennonché Wrightson, che già illustrava con grande successo le storie di Swamp Thing, non tarda a rendersi conto di non essere in grado di portare avanti due testate così impegnative in contemporanea e per la seconda volta tutto finisce con un nulla di fatto. E' a questo punto che alla casa editrice decidono di giocarsi il jolly Kaluta, il cui grande potenziale, in quell'inizio di 1973, è ormai sotto gli occhi di tutti. Naturalmente, terzo disegnatore, terzo annuncio pubblicitario. Sarà la volta buona?


* * *

L'immagine in alto sotto il titolo è: Michael W. Kaluta, Icarus Had A Sister (1976)


Commenti

  1. Stile davvero elegante che mi rammenta (anche per le tematiche) quello del suo pressoché contemporaneo Juan Zanotto, l'italo argentino creatore di "Barbara" e "Falka".

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    1. In cosa ti ricorda Zanotto esattamente? Io li trovo due disegnatori molto diversi tra loro... caliente e tipicamente latino Zanotto, etereo e déco Kaluta.

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  2. Un'analisi fondamentale, te la condivido un po in giro.

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  3. Spettacolare la tavola a colori di Carson of Venus *__* E anche quella scelta per aprire il post è incantevole!

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    1. Grazie Glò! Vedrai che presto si apriranno ancora altri scenari...

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  4. Mah, le copertine di Tarzan e Carson of Venus che hai postato le trovo molto zanottiane come stile. Naturalmente è una percezione personale ;-)

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    1. La copertina di Korak Son of Tarzan non è di Kaluta ma di Joe Kubert, il cui stile in effetti si discosta un po' meno dell'altro da quello di Zanotto. Diciamo che un disegnatore come Frank Thorne potrebbe anche funzionare da anello di collegamento tra i due, Kubert e Zanotto ;-)

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  5. Da ignaro totale dell'argomento, leggo e imparo con grande piacere ^_^

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    1. Grazie Lucio :)) Ma anch'io imparo molto dalle tue scorribande nel settore e dintorni!

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  6. Amo il fumetto da sempre ma non mi sono mai soffermato ad analizzare gli aspetti che descrivi. Fantastico, mi si aprono nuove prospettive di interpretazione.

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    1. Io ho cominciato presto anche ad appassionarmi alle storie degli autori, soprattutto a stelle e strisce, e alle mille vicissitudini a cui li ha costretti un ambiente in cui spesso era tutt'altro che agevole muoversi :-)

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  7. Articolo che accresce le mie limitatissime conoscenze riguardo al vasto mondo del fumetto. Da condividere.

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    1. Ops. Dov'è il tastino per condividere su Google+?

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    2. Grazie Luz del commento e del passaggio :)) A complicare le cose ci si mette anche il fatto che non è soltanto un mondo vasto ma anche labirintico, in cui tutto sembra intrecciarsi prima o poi con qualcos'altro.

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    3. Ops? Il tastino è al posto di sempre. Che io sappia non si è mai mosso di lì!

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  8. Di The Shadow avevo visto il film che ne avevano tratto con Alec Baldwin.

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    1. Credo che quello, caro Marco, sia allo stato attuale l'ultimo exploit del personaggio, in senso cronologico.

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