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Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta. Un'indagine sui valori /10



Fedro, ci rivela Pirsig, credé a suo tempo di individuare una soluzione ai mali della società attuale nella nascita di una nuova filosofia, che ricomponesse la frattura, avvenuta al tempo degli antichi greci, tra ragione e Qualità: una nuova razionalità spirituale, in cui la ragione non sarebbe più stata "neutrale rispetto ai valori" ma logicamente subordinata alla Qualità.

Molto tempo fa ho detto che Fedro inseguiva il fantasma della ragione. Ecco ciò che volevo dire. Molto tempo fa, chissà quando, ragione e Qualità si sono staccate e sono entrate in conflitto tra loro; la Qualità è stata schiacciata e la ragione l’ha avuta vinta.

Dopo questa frase, e dopo una delle più brevi note del diario di viaggio che separa una sezione del Chautauqua dall'altra, segue ne Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta una "confessione" di Pirsig, che annota di aver riletto Aristotele nel corso del suo recupero delle memorie della sua identità passata, cercandovi tutto il male che vi aveva trovato Fedro. Ma senza trovarlo.

E' una questione di temperamento, ci viene spiegato un po' di pagine dopo, platonico o aristotelico. Pirsig ammette di sentirsi piuttosto aristotelico. Il che è coerente con il "messaggio" del suo libro, fin dal titolo:

Platone ha l'essenza del ricercatore del Buddha, che si ripresenta a ogni generazione e avanza innalzandosi verso l'"uno". Aristotele è l'eterno meccanico di motociclette che preferisce il "molteplice".

Il temperamento platonico di Fedro era invece così sviluppato che se non fosse stato per certi appunti da lui lasciati, che negavano la coincidenza, Pirsig avrebbe giurato che la sua Qualità e il Bene di Platone fossero identici.

E altrettanto sviluppato era in Fedro l'antiaristotelismo, che lo aveva spinto ad adottare, nei confronti di Aristotele, gli stessi metodi sleali che questi aveva adottato nei confronti dei suoi predecessori, che gli rompevano le uova nel paniere.

E chissà se la stessa accusa, di slealtà nei confronti di Aristotele, Pirsig avrebbe mosso anche a Michelstaedter, se avesse conosciuto l'opera del giovane filosofo goriziano.

Ma Michelstaedter non assomigliava a Fedro soltanto nel suo odio per Aristotele. Gli assomigliava anche nell'essere un platonico in grado di riversare, a tratti, su Platone quasi altrettanto livore che su Aristotele. Anche se i motivi di questo livore differivano un poco tra i due.

Finché, attraverso le parole di Socrate, era soprattutto la voce della persuasione a parlare nei Dialoghi di Platone, a Michelstaedter stava bene. I guai erano arrivati dopo. Come il giovane pensatore ci illustra nella Seconda Appendice alla Persuasione e la Rettorica, che verte in particolare sulla Repubblica di Platone e il cui primo capitoletto ha il significativo titolo di "Abbandono della via socratica".

La premessa è che "quando Socrate chiedeva τί ἐστιν; [che cos'è?] chiedeva il valore per sé stesso persuasivo, libero, buono, utile, piacevole ecc. 'Il cosa?' per Socrate non era che 'quale bene?', 'quale valore?' - poiché una cosa che non fosse un bene, un valore, non era una cosa per Socrate, ma un nome vuoto di senso."*

Mentre ora, nella Repubblica, succede che Platone, "con la distinzione tra τί ἐστιν e εἰ εὐδαίμων ἐστίν [se è felice] ammette cose che determinino sufficientemente un concetto e dicano tutto ciò che esso è, delle quali poi si debba pur ancora cercare se siano un bene o non siano. Ammette dunque di poter sapere senza esser egli stesso in quel punto [della sua vita] persuaso: finito, libero, felice, assoluto."*

"Ma il sapere χωρὶς τοῦ βίου [lontano dalla vita] non è che l'indifferente, illimitato sistema dei nomi. Questo sistema che non dà le cose, ma parla a proposito delle cose...".*


Jean Delville, La scuola di Platone (1898).

E' quindi un'apparenza di giustizia che il Socrate della Repubblica "costituisce in risposta alla disperata richiesta di Glaucone e di Adeimanto, che pure in ogni modo l'avevano pregato di non parlar della δὸξα [opinione], ma di dar la giustizia in ciò che essa è e apporta a chi la possiede."**

Nella "città giusta" di Platone, il cittadino "non compie atti d'ingiustizia verso l'altro perché non ne ha bisogno". E non ne ha bisogno perché l'organizzazione provvede ai suoi bisogni, "non perché gli sia gioia la giustizia, non perché dal bisogno egli sia liberato".**

E "ammesso così l'irrazionale della vita come sufficiente, Platone non cerca più la giustizia nell'eliminazione del male dalla volontà dell'individuo, ma accetta il 'bisogna vivere', il bisogna continuare con la qualunque vita come presupposto assoluto"*

Con queste parole Michelstaedter ci illustra la fondazione e organizzazione, su base filosofica, della κοινονία κακῶν ("comunella dei malvagi", nell'efficace traduzione di Sergio Campailla): la somma organizzata delle impotenze individuali che sostituisce "la qualunque vita" alla domanda della persuasione. E' la posa della prima pietra della "Repubblica letteraria", l'inizio della "Tirannia della Retorica".

Per Fedro, che non ha la stessa visione di Michelstaedter sulla relazione tra dialettica e retorica, e tra i sofisti e gli altri filosofi, l'aureola intorno al capo di Socrate e Platone si era già attenuata fin dalla lettura del Gorgia, il primo testo proposto nel suo itinerario di studi all'Università di Chicago  E dopo la scoperta delle pagine di Kitto, e la successiva presa di coscienza dell'areté come tessera mancante del mosaico che andava man mano componendo, essa, l'aureola, si era dissolta del tutto.

Quello che in realtà fanno Socrate e Platone è, secondo Fedro, proprio ciò di cui loro accusano a più riprese i sofisti: usano un linguaggio emotivamente persuasivo allo scopo di far apparire più forte l'argomentazione più debole, e questo a favore della dialettica.

Ma perché? si chiedeva Fedro. Perché distruggere l'areté? Qualcosa cioè che era stato, fino ad allora, il valore più alto ed essenziale della grecità?

La risposta che si dette fu che Platone non aveva cercato affatto di distruggere l'areté. L'aveva incapsulata; ne aveva fatto un'idea permanente e immutabile (...) L'areté era divenuta il Bene, la forma più alta, l'idea più elevata. Essa era subordinata solo alla Verità stessa, in una sintesi di tutto il pensiero precedente. E Fedro scoprì inoltre che questo Bene Platone l'aveva preso proprio dai retori.

Fedro fece delle ricerche ma non trovò nessun cosmologo che avesse parlato del Bene. Erano stati i sofisti a parlarne. La differenza stava nel fatto che il Bene platonico era un'Idea immobile ed eterna, mentre per i retori non era affatto un'idea. Il Bene non era una forma della realtà. Era la realtà stessa, sempre mutevole, e non conoscibile attraverso rigidi schemi.

Ma in questo suo tentativo di unire il Bene e la verità facendo del Bene la più elevata tra le idee, egli usurpa il posto dell'areté e mette al suo posto la Verità dialetticamente determinata. Una volta che il Bene viene delimitato come idea dialettica - continua Pirsig - un altro filosofo non avrà difficoltà a dimostrare con metodi dialettici che l'areté, il Bene, si può con vantaggio sistemare in una posizione più bassa all'interno del "vero" ordine delle cose, una posizione più compatibile con i meccanismi interni della dialettica. Questo filosofo non si sarebbe fatto aspettare a lungo. Il suo nome era Aristotele.


* * *


* Carlo Michelstaedter, 
La persuasione e la rettorica, p. 143-44. Adelphi. A cura di Sergio Campailla.  

** Ibid. pp. 146

Nota: Questo post sintetizza parte delle pagine 340-363 de Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta. Adelphi 1981, 1990. Traduzione di Delfina Vezzoli. Gli estratti dal libro sono in corsivo.

L'immagine di apertura del post è: Thomas Cole, The Consummation (1836).

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