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The Studio - Secondo intermezzo Parte 2: Oh Funny Pages! (1972-73)




A curare la veste editoriale del magazine National Lampoon furono chiamati in origine i grafici dei Cloud Studios, la cui filosofia di lavoro coincideva più o meno con quella degli autori di fumetti (ma non solo) underground: evitare per quanto possibile di apparire professionali e accurati e fare della propria (apparente) sciatteria un punto di merito. Una filosofia operativa che si rifletté nell'aspetto grafico dei primi sette numeri, pubblicati tra l'aprile e l'ottobre del 1970, prima che Matty Simmons e Leo Mogel, i boss della Twenty First Communications, si decidessero per un sostanziale cambio di rotta. I due imprenditori erano convinti che una grafica più accurata - più mainstream - avrebbe inevitabilmente attratto un pubblico di lettori più ampio e variegato, con un conseguente aumento delle vendite. Detto fatto, licenziarono i Cloud Studios e arruolarono al loro posto l'ex grafico di Cosmopolitan, Michael Gross.

Gli effetti della cura Gross furono in effetti percettibili fin dall'inizio - cioè fin dalla copertina del numero di novembre del 1970 - affidata alle tempere di uno dei maggiori illustratori americani del periodo, Louis S. Glanzman (1922-2013), che per l'occasione (il tema del numero era la Nostalgia) si prestò a fare il verso a uno dei miti d'America, Norman Rockwell (1894-1978).
Lo stesso Neal Adams - presente in realtà fin dalla nascita del magazine, suoi sono i disegni anonimi della parodia romance del primo numero - uscì finalmente allo scoperto, così come entrò in scena la superstar Frank Frazetta. Assolutamente degno di menzione è l'incontro fra i due nella parodia sexy-horror Dragula, Queen of Darkness, un autentico gioiellino apparso sul numero a tema horror del novembre 1971.

La vera rivoluzione arrivò tuttavia un paio di mesi dopo, nel gennaio 1972, con la nascita delle Funny Pages, che aumentarono le pagine a disposizione del fumetto disegnato (se continuo a specificare è perché in National Lampoon c'erano anche pagine di fotografie fumettate, stile fotoromanzo). La nuova rubrica faceva riferimento nella grafica, bianco e nero a parte, allo stile delle vecchie Sunday Pages dei quotidiani, mentre i contenuti si inserivano nella scia del fumetto underground, i famosi comix. La "x" usata in origine per indicare una destinazione d'uso al pubblico adulto aveva infatti finito, con il tempo, per essere associata al fumetto underground tout-court, lo stesso che aveva fatto dell'autopubblicazione e della distanza dal mainstream la propria religione e di Robert Crumb (Fritz the Cat, Mr. Natural) e Gilbert Shelton (Freak Brothers) i propri profeti. Ma anche la parodia del bollino di approvazione della Comics Code Authority, di largo uso nel National Lampoon, aveva la stessa provenienza. Approvato dai ghost writer che stanno nei cieli, recitava il bollino sulla copertina del primo degli Zap Comix di Robert Crumb.

Michael Gross si dimostrò in ogni caso una persona abbastanza acuta da capire che al National Lampoon serviva anche altro e compì la sua vera mossa da maestro, coinvolgendo nel progetto sia Jeff Jones che Vaughn Bodé (che dopo essere uscito dalla porta della redazione di National Lampoon, vi rientrava dalla finestra). La lungimiranza di una simile scelta - intesa a dare alla rubrica quel tocco di classe che gli altri artisti non erano in grado di provvedere - è oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, comprensibile in tutta la sua portata: di tutti i fumetti presentati da National Lampoon, solo Idyl di Jeff Jones e Cheech Wizard di Vaughn Bodé hanno dimostrato di possedere quel carattere di universalità necessario a farli sopravvivere alla prova del tempo. Solo loro sono diventati, in altre parole, dei classici. Ma su questo tornerò al momento opportuno, in uno dei prossimi post dedicati nello specifico a Jeff Jones.

La presenza di Jeff Jones nelle sue pagine non è tuttavia l'unico motivo per cui National Lampoon si è aggiudicato un posto così di rilievo in questa mia serie di post. Un altro motivo è che tutti i futuri membri di The Studio vi fanno almeno un'apparizione. Il primo a mettersi in gioco, subito dopo Jeff Jones, è Michael W. Kaluta, nel numero del febbraio 1972. Non però all'interno delle Funny Pages, che mantengono una struttura abbastanza stabile e ospitano solo disegnatori e fumetti di un certo tipo.
Il contributo di Kaluta alla gloria presente e futura del National Lampoon è invece un estratto di dieci parti di una immaginaria serie a fumetti formata di tavole domenicali, The Adventures of a Connecticut Yankee, che imita nella sua impostazione grafica le vecchie Sunday Pages di Flash Gordon




Naturalmente, trattandosi di National Lampoon, la storia serve solo da pretesto per l'ennesima satira sulla società americana. Dopo essere stato colpito in testa con un piede di porco, lo yankee del Connecticut Hank Morgan si ritrova a viaggiare nel tempo, fino a giungere in un'utopica società del 33° secolo, che non conosce nascita, lavoro, guerra e morte, al prezzo però della riduzione ad automi dei suoi abitanti da parte di un'entità biocibernetica denominata MERLIN (Modular Energy Resource Life and Information Nexus). Hank Morgan sente allora il dovere morale di diffondere tra la popolazione i concetti yankee di libertà e progresso, con conseguenze non troppo difficili da immaginare. 

Per terzo in ordine di tempo si fa poi vivo Barry Smith, che si ritrova così per la prima volta affiancato ai suoi futuri compagni d'avventura. Il grande successo di critica e pubblico del suo Conan the Barbarian fa del giovane artista inglese l'idolo del momento, e si può quindi dire che la "copertina" e le quattro pagine a colori di Norman the Barbarian che realizza per il National Lampoon siano un "falso d'autore" nel senso più vero del termine. Approved by the Tragics Code Authority.

E Berni Wrightson? Il nuovo "maestro del macabro" non ci regala nessuna storia a fumetti ma lascia comunque una doppia impronta degna di nota. Una sua illustrazione (Nightmare At The Old Ballpark: Bat Day, in basso) appare in doppia pagina nel numero di National Lampoon del novembre 1973, mentre un'altra sua opera (che ho già presentato nel mio settimo post su Berni Wrightson) viene scelta come immagine di copertina del volume The National Lampoon Encyclopedia of Humor.




E con questo dichiaro conclusa la mia escursione, tutt'altro che esaustiva, nell'affascinante e intricato mondo di National Lampoon. Dopotutto si trattava solo, come recitano i titoli dei due post, di un intermezzo. Con il prossimo appuntamento tornerò a occuparmi per intero (o quasi) di Jeff Jones.


* * *

L'immagine in alto sotto il titolo è un dettaglio della copertina di Frank Frazetta per il numero di National Lampoon dell'agosto 1973 a tema Strange Beliefs.

Commenti

  1. Temo di non essere molto ferrato in materia... ma National Lampoon non era anche una serie di film commedia?

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    1. National Lampoon è stato molte cose, Marco. Ma all'inizio era questa rivista. Poi, nel giro di pochi anni si sono espansi fino a coprire ogni genere di media... radio, cinema, televisione, e anche teatro.

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  2. La copertina-parodia di Norman Rockwell è fantastica XD Pensa che son circolate anche in casa mia delle riproduzioni dell'illustratore, tipo "bambino con cane" e simili, ahahahah!
    Il Nightmare... di Wrightson è meraviglioso!!!

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    1. Rockwell era ancora in vita quando è uscita questa copertina, Glò. Chissà se ne ha mai detto qualcosa...
      Mentre Wrightson ha tutta l'aria di essersi divertito un sacco ;-)

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  3. Concordo con Glò, il Rockwell sembra autentico. "Norman the barbarian" doveva essere davvero divertente :-D

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    1. Per darti un'idea, Ariano, il testo di un balloon così recita:
      "Hemingway non è forse morto con la rivoltella di suo padre in bocca? Ora, io non sono un freudiano, ma...".

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