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The Studio - Secondo intermezzo: L'alba di National Lampoon (1970-71)




Osservò una volta Thomas Carlyle: "Il vero umorismo non nasce più dalla testa che dal cuore". Ovviamente, che cosa il vecchio, sciocco rosacrociano abbia voluto intendere con questa frase è ancora Avvolto nel Mistero...


Quello che avete appena letto è l'incipit dell'editoriale di apertura di National Lampoon numero uno dell'aprile 1970, a firma dei tre caporedattori Beard, Kenney e Hoffman. Unito alla copertina (qui a lato), lascia pochi dubbi sugli obiettivi del magazine, che aspira a ereditare certo intellettualismo beffardo e dissacratorio dell'underground e insieme a cavalcare l'onda del generale clima di  trasgressione e contestazione tipico della fine degli anni '60.
Certo i tre, come nessuno dei loro collaboratori, può ancora immaginare di avere appena esordito con il primo numero di quella che è destinata a diventare la più famosa rivista umoristica degli USA se non del mondo intero, ma è comunque un dato di fatto che Doug Kenny and Henry Beard sono due che vengono da lontano, e precisamente dalle pagine dell'Harvard Lampoon, rivista umoristica collegata alla Harvard University in circolazione fin dal 1876. (E forse ricorderete, a questo proposito, di qualcuno che nel 1966 aveva debuttato con le sue prime creazioni, The Man e il primo Cheech Wizardalla Syracuse University di New York su qualcosa di equivalente, il Daily Orange).


Sulle pagine dell'Harvard Lampoon si erano fatti le ossa anche futuri scrittori di culto come John Updike and William Randolph Hearst, ma ciò non aveva impedito che la rivista scivolasse, con il passare degli anni, in una progressiva crisi di ispirazione e di vendite. A risollevarne le sorti, nella seconda metà degli anni '60 e in coincidenza dell'ingresso di Kenny e Beard nello staff creativo, fu una parodia del magazine Playboy che mandò esaurita l'intera tiratura di 500.000 copie e fece schizzare in un sol colpo il fondo cassa dell'Harvard Lampoon da $ 3.000 a $150.000. E ancor meglio andò con la successiva parodia de Il signore degli anelli di Tolkien, che esaurì la sua tiratura di 750.000 copie.
Molto meno esaltanti furono invece gli esiti commerciali delle parodie immediatamente successive, di Life e di Time, seguite però a loro volta dal rinnovato successo, nel 1969, di una seconda parodia di Time che vendette 250.000 copie. E' a questo punto che entra in gioco la Twenty First Century Communications di Matty Simmons e Leonard Mogel, due ex pezzi grossi della Diner's Club (ma il primo era anche un ex reporter) reduci di fresco dalla disavventura editoriale di Cheetah, un magazine di controcultura giovanile e varia psichedelia sopravvissuto appena otto mesi e otto numeri (dall'ottobre 1967 al maggio 1968), prima di essere schiacciato dalla concorrenza di pubblicazioni coeve come Rolling Stone. Simmons e Mogel fiutano l'affare e decidono che è tempo per l'Harvard Lampoon di fare il grande salto, vale a dire di uscire dal circuito universitario e affrontare la ribalta nazional-popolare. Nasce National Lampoon.
La struttura del nuovo magazine è già abbastanza ben definita nelle sue linee generali, sebbene non ancora a livello delle rubriche fisse, alcune delle quali, tra le portanti della rivista, sono ancora di là da venire. I numeri sono a contenuto tematico e il primo, come mostrato anche dalla copertina, punta sul sicuro offrendo come piatto forte il sesso - che rimarrà in ogni caso uno dei maggiori strumenti di battaglia del National Lampoon, a sostegno della sua feroce critica alla morale religiosa e al sistema sociale, economico e politico degli States di Nixon e Kissinger.
Riguardo invece a quel che più interessa qui, il fumetto disegnato, il primo numero offre già un primo assaggio di quella che diventerà una delle formule ricorrenti: un'imitazione in chiave satirica dei comic books che vanno per la maggiore in quel periodo, consistente di una copertina e di una storia umoristica correlata di poche pagine (in questo caso quattro).
La prima vittima dell'operazione è il Romance. Ecco, in basso, una vera copertina (a sinistra) messa a confronto con quella presentata all'interno del primo numero di National Lampoon (a destra). A colpo d'occhio non trapela nulla di strano, e soltanto i testi del balloon e del bollino di approvazione del Comics Code Authority – che recita: Not approved by the Comics Code X rated rivelano che la seconda è un falso.





Ma nessun genere sarà risparmiato, nemmeno i Classic Illustrated - versioni a fumetti dei classici della letteratura, usciti in 169 albi tra il 1941 e il 1971. Ecco, qui a lato, la copertina dell'adattamento, a opera di Joe Orlando, del Siddharta di Hesse. Altre volte, a essere presi di mira sono altri magazine, dai periodici dell'informazione alle riviste di moda. Oppure le strisce a fumetti sindacate, per esempio il Lil' Abner di Al Capp (e del "ghost penciler" Frank Frazetta) o i Peanuts di Schulze. Comunque sia, come testimonia il nome di Joe Orlando - e ancor di più il ritaglio del dipinto di Frank Frazetta che ho inserito a inizio post - i pesi massimi del fumetto e dell'illustrazione non tardano ad affacciarsi sulle pagine del National Lampoon. Tra questi, sempre nel 1971, Neal Adams, Frank Springer e Kelly Freas.
A un certo punto si fa vivo in redazione anche un tale Vaughn Bodé, con una versione più matura del suo vecchio personaggio Cheech Wizard, ma viene messo alla porta. I suoi disegni sono giudicati troppo "carini" e quindi inadatti allo stile della rivista.


P.S: Ormai lo saprete. In questo strano anno, che non è ancora finito, ci ha lasciati anche l'immenso Leonard Cohen, autore di dischi capolavoro e di opere letterarie indimenticabili come The Favourite Game o Book of Mercy. Mi sono imbattuto, giusto stamani, in questa pubblicità apparsa sul numero di National Lampoon del maggio 1971. Non ho potuto ignorarla.




* * *

Nell'immagine in alto sotto il titolo: un dettaglio della copertina di Frank Frazetta per il numero di National Lampoon dell'aprile 1971, dedicato all'avventura.

Commenti

  1. Ammetto che la mia conoscenza della rivista è assai superficiale, nota per il suo nome ma non ho mai realmente approfondito i contenuti. Dovrò rimediare...

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    1. Ne vale senza dubbio la pena, Ariano. Oltre a essere un importante documento d'epoca, presenta anche opere di alcuni tra i migliori disegnatori e illustratori americani. Lo vedremo meglio in seguito :-)

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  2. Bellissimo pezzo, che mi ricorda che tra le mie cose da vedere c'è anche "Drunk Stoned Brilliant Dead" documentario sulla storia della mitica rivista, devo proprio decidermi a trovare il tempo per vederlo ;-) Cheers

    P.S. Ciao Leonard, il 2016 vuole davvero toglierci tutti i migliori.

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    1. Mi pare di capire, anche dal tuo blog, che sei un grande appassionato di tutto ciò che è video, Cassidy. Io invece ho problemi enormi con tutto quel che non è un film. Salvo rare eccezioni, su un argomento riesco più facilmente a sorbirmi un volume di 500 pagine che un video documento o intervista di venti minuti. Non ho neanche mai guardato un extra di un DVD in vita mia ;-)

      P.S. E con Leonard, dei tre cantanti preferiti che mi erano rimasti, se ve ne via il secondo in un solo anno. Un bel record. Il terzo non dico chi è, perché non vorrei portargli sfiga ;-)

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  3. Mad e magazine per uomini a parte, come Dude, Cavalier ed Adam, che spesso ospitarono le storie di molti autori del fantastico ( tra cui King ), non conoscevo affatto questa rivista.
    Peccato, perché alcune delle storie che citi mi incuriosiscono parecchio.
    Neal Adams era un disegnatore spettacolare, ricordo ancora con grande affetto le sue matite sugli X-men. :-)

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    1. Complimenti comunque per la tua cultura nel settore, Pirkaf :-)
      Forse ti farà piacere sapere che tornerò presto su Neal Adams, sebbene non per parlare dei suoi X-Men. Che tra l'altro, come forse saprai, aveva espressamente richiesto di poter disegnare perché all'epoca era il fumetto meno venduto della Marvel. Così gli stavano meno con il fiato sul collo e poteva avere più libertà creativa. Grande Neal :-)

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  4. Aspettavo questa tua "sterzata" in territorio "National Lampoon"! Sono un grande appassionato, mi piace in generale tutto quello che è stato prodotto da Kenney (grande e sfortunato umorista, ufficialmente morto causa incidente, ma in realtà morto suicida) e Compagnia, quindi anche l'evoluzione (o involuzione, dipende dai punti di vista) in ambito cinematografico, ma non solo, penso al National Lampoon's Radio Hour, vera fucina di giovani talenti della comicità oppure "Lemmings", lo spettacolo teatrale definito l'anti-Woodstock. Mi ricordo la parodia horror-sexy "Dragula: Queen of Darkness" del novembre 1971, a cura di Neal Adams, Frazetta e Tony Hendra. Al solito, grazie per l'ottimo lavoro! Attendo altri articoli "Made in Lampoon". Ciao!!!

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    1. Io invece sono arrivato al National Lampoon per vie indirette, attraverso la mia passione per i fumetti di Jeff Jones e Vaughn Bodé. La parte extra-rivista, quella relativa a cinema, radio, televisione e teatro, la conosco solo per sentito dire. Ovviamente, come tutti quelli della mia generazione, ho visto "Animal House".
      La storia che citi, "Dragula", è secondo me il punto più alto raggiunto dalla rivista tra il 1970 e il 1971, gli anni che ho preso in considerazione qui. Avrei voluto infilarla nel post in qualche modo, ma o tutta o niente. Quindi alla fine ho deciso per niente.
      Ciao e grazie per il passaggio e l'articolatissimo commento :-))

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  5. Ignoravo del tutto, a partire dall'antica versione Harvard :O

    Su Cohen taccio, una gran botta anche per me... -_-

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