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Rilke e Hopper tra visibile e invisibile /5
La questione "Metafisica"



Nota: Questo nuovo capitolo della serie non è identificato dalla sigla Re-edit. Non rielabora cioè nessun mio scritto precedente dedicato a Rilke o a Hopper, ma è una riflessione ex-novo scaturita dalla mia rilettura, alcune settimane fa, di un paio di articoli dedicati alla presunta influenza della pittura metafisica sull'arte del pittore americano.

* * *  

Elena Pontiggia, nel suo saggio Edward Hopper, pittore metafisico, definisce la New York rappresentata da Hopper nei suoi quadri una Tebaide popolata di eremiti, citando tra l'altro un famoso aneddoto che riguarda Early Sunday Morning (il quadro qui sopra), il cui titolo non coincide affatto con l'intento originale del pittore. Hopper, di questa sua opera, disse che non era riferita alla domenica ma a un qualunque giorno della settimana. Poteva essere anche domenica, ma non necessariamente. Il titolo infatti non lo stabilì lui, ma qualcun altro - forse un critico o un mercante d'arte. Elena Pontiggia parla giustamente di un tentativo inconscio di normalizzare l'opera, di privarla almeno di una parte del suo carattere disturbante. In altre parole, di un modo come un altro per ricondurre Hopper entro i confini del più solido e rassicurante realismo americano.
Di sicuro Early Sunday Morning si presta bene a convalidare la tesi di un'influenza della pittura metafisica su Hopper e anche l'appellativo di "De Chirico americano" attribuitogli dal critico d'arte del New York Times Stuart Preston. L'incertezza tra cosa sia ombra e cosa rilievo, resa possibile nel dipinto dalla uniformità di colore tra pavimento stradale e marciapiede, conferisce all'opera un indubbio sapore metafisico. C'è poi l'enigma della costruzione che svetta in un angolo dello sfondo: nulla più di un edificio più alto di quelli vicini, ma è indubbio che la sua presenza aggiunga ulteriore ambiguità all'insieme.
Che Hopper, da parte sua, non alluda alla pittura metafisica in nessuno dei suoi scritti e in nessuna intervista, non è niente di sorprendente, ma è opinione comune che il suo primo incontro con questa corrente pittorica risalga al 1921, anno in cui il quadro di De Chirico La matinée angoissante fu visibile a New York all'interno di un'esposizione d'arte. La stessa opera fu poi riprodotta lo stesso anno all'interno della rivista newyorkese The Dial.


Sempre di comune accordo, poi, si considerano gli anni 1923-1925 come quelli della consolidazione dell'estetica di Hopper. E' in questo periodo che, per citare Suzanne Burreycomincia a rivelarsi la capacità dell'artista di "rendere interessante il banale, infondere significato agli spazi vuoti e ritmo al silenzio". In altri termini: il suo realismo smette di essere fine a se stesso e comincia a significare anche altro.
Difficile però dire se questa svolta sia davvero da attribuire all'influenza della metafisica, di cui Hopper sembra piuttosto offrire, nei suoi quadri, una sorta di parodia. Altrettanto difficile mi sembra stabilire se Hopper si sia messo a dipingere fari perché ispirato dalla vista delle costruzioni cilindriche presenti nei quadri di De Chirico. Curiosamente nessuno dei fari di Hopper - neanche quello del celebratissimo Lighthouse at Two Lights - conferisce di per se stesso un tono davvero metafisico alle opere in cui è inserito. Qui, come nelle altre opere con i fari, lo sguardo del fruitore è guidato verso una lettura tutta orizzontale, oltre che realistica, del dipinto. E questo non solo è coerente con la poetica hopperiana, ma stabilisce una distanza netta dalla Metafisica e dalla pittura di De Chirico in particolare. Con ogni probabilità, ciò che Hopper rinviene di davvero interessante nei fari sono le volumetrie, e il gioco di armonie risultante dal loro incontrarsi/scontrarsi con volumetrie di tipo diverso.


Riguardo invece all'altro effetto assimilabile alla Metafisica che caratterizza la sua arte, ossia l'accostamento di elementi eterogenei tra loro, la sua origine potrebbe essere da imputarsi al particolare metodo di lavoro del pittore americano. Hopper in genere non dipinge "sul fatto", cioè dal vivo, a eccezione di quando usa l'acquerello. I suoi dipinti a olio nascono in studio e sono la somma di diverse impressioni da lui raccolte in momenti e luoghi diversi.
Come racconta in una tarda intervista, non si serviva neppure della macchina fotografica:
Una volta presi una piccola macchina fotografica, da usare per i particolari architettonici e cose di questo genere, ma la foto era sempre così diversa dalla prospettiva che ha l'occhio, che l'abbandonai.

Osservava invece a lungo il soggetto che voleva dipingere, tornando più volte sul posto se necessario, per memorizzare più dettagli possibile. Poi, nel chiuso del suo studio, metteva tutto su tela. Ma usava anche sistemi diversi. La casa di Highnoon, per esempio, non è altro che un modellino di carta che il pittore ha prima realizzato e poi illuminato con un neon la cui luce cadeva perpendicolare dall'alto. Ennesima dimostrazione di come il realismo di Hopper sia altrettanto incompatibile con l’iperrealismo che con l’astrattismo: mirando all'eliminazione della fedeltà al dettaglio in favore della fedeltà all’essenziale, il pittore americano considera più vicina alla verità del mondo la vaga immagine conservata dalla memoria dell'occhio di quella nitida dell'immagine fotografica. Il quadro subito sotto, Cape Cod afternoon, è il risultato dell'accostamento sulla tela di tre luoghi diversi, e l'effetto ottenuto è stavolta a metà strada tra realismo e surrealismo.


Non è quindi difficile immaginare l'effetto bricolage presente in molti dei suoi quadri come una conseguenza spontanea di questo modus operandi, piuttosto che il risultato di una chiara influenza della pittura metafisica. Lo stesso Pictor Optimus non ha del resto mai dimostrato, che io sappia, nessun tipo di apprezzamento nei confronti del pittore americano, lui vedendo in Renoir e Derain gli ultimi rappresentanti validi della tradizione pittorica occidentale.
Certo, nulla vieta di pensare che il contatto con l'opera di De Chirico abbia esercitato dei riflessi spontanei sull'arte di Hopper, in un momento di rivoluzione come quello che lui stava attraversando in quel periodo - in questo senso, l'ombra di una delle sue acqueforti più celebri, Night Shadows, dello stesso anno dell'esposizione a New York del quadro di De Chirico potrebbe essergli davvero stata ispirata dalla vista dell'opera del pittore italiano - ma ciò che rende soprattutto Hopper incompatibile con la Metafisica, al punto che potrebbe averla perfino parodiata nelle sue tele, è secondo me ben testimoniato da quanto ho prima detto a proposito dei suoi dipinti di fari.


Hopper in realtà rifiuta di seguire qualsiasi traiettoria ascensionale che lo porti a osservare le cose, e a dipingerle, dal punto di vista dei "piani alti". Il suo rifiuto dell'approccio intellettuale alla pittura è totale e ribadito non solo con l'esempio delle sue tele, ma anche a parole. Dipingere a partire dall'intelletto significa inventare, dipingere a partire dall'interiorità, come fa lui, significa percepire qualcosa di preesistente e assoggettarlo a una metamorfosi che ha luogo all'interno dell'artista. E' di nuovo il concetto rilkiano dell'interiorità come luogo della trasmutazione delle cose e della loro restituzione a un livello più sottile e vibratile, più prossimo all'invisibile. Proprio da qui ha origine il rifiuto di Hopper della pittura moderna, vista da lui come mera invenzione, costrutto cerebrale. Ed è ancora a partire da qui che secondo me va individuata la vera natura della metafisica di Hopper, in tutta la sua incolmabile distanza dalla pittura metafisica.

5 - continua

* * *


Le immagini di questo post sono (dall'alto in basso):

  • Edward Hopper, Early Sunday Morning (1930)

  • Giorgio De Chrico - La matinée angoissante (1912)

  • Edward Hopper, Lighthouse at Two Lights (1929)

  • Edward Hopper, Cape Cod Evening (1939)

  • Edward Hopper, Night Shadows (1921)

Le citazioni sono tratte da: Edward Hopper, Scritti Interviste Testimonianze. Abscondita 2000

Commenti

  1. Però, in effetti, c'è qualcosa della pittura metafisica in Hopper. Non tanto in senso di stile pittorico, quanto piuttosto a livello emozionale, di atmosfera. Probabilmente non è stato ispirato ma ha soltanto sviluppato una tematica già presente in Europa in modo individuale. D'altronde i grandi artisti percepiscono le evoluzioni sociali e psicologiche dell'uomo prima ancora dei sociologi e degli psicologi, quindi ci sta che due artisti pur senza "conoscersi" sviluppino tematiche analoghe legate solo dal comune contesto storico nel quale vivono.

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    1. In effetti vedendo in successione le immagini di questo post, non si avverte una vera dissonanza tra le riproduzioni di Hopper e quella di De Chirico. L'atmosfera è affine.
      Hopper non si sarebbe tuttavia mai spinto così tanto al di là del realismo. Il massimo a cui è giunto in questo senso, credo sia "Room by the sea", che per certi versi ricorda i quadri di Magritte.

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    2. Si davvero c'è molto di metafisico in Hopper, ricorda abbastanza alcune atmosfere di De Chirico. Strano che non l'avessi mai notato.

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    3. @Nick
      Forse perché a prima vista appaiono invece così diversi tra loro...

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    4. Ho pensato a Magritte quando poco fa ho osservato Cape Cod afternoon: luce impossibile che dettaglia il resto.

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    5. La luce non è la sola cosa fuori posto nel quadro. Anche il modo in cui bosco e casa si invadono a vicenda è ai limiti del possibile.

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  2. Non so, più cerco di avvicinarmi a questa idea di un Hopper metafisico più sento qualcosa che mi allontana da questa supposizione. La metafisica mira a rappresentare "ciò che esiste oltre l'apparenza sensibile della realtà empirica". Siamo assolutamente certi che Hopper punti allo stesso obiettivo? Ti scriverò dopo la tua risposta la mia idea.

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    1. Questo post, Luz, mira appunto a dimostrare, ma naturalmente è la mia opinione, che Hopper NON è un pittore metafisico. Quello che viene scambiato per metafisica nella sua pittura è secondo me il suo particolare approccio al realismo, sempre restituito sulla tela dopo un passaggio attraverso l'interiorità dell'artista che interviene sui dati della percezione modificandoli (anche se il termine più preciso secondo me è: trasmutandoli). Di qui a parlare di lui come del "De Chirico americano", come si è fatto in più di un'occasione, ce ne vuole.

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    2. In ogni caso, aggiungo, Hopper non è neanche un pittore realista tout court. Lui per primo non amava il realismo americano, né nella pittura né in letteratura. Inoltre il suo filosofo di riferimento è Ralph Waldo Emerson, principale esponente del Trascendentalismo.

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  3. Interessante riflessione! Guardando i dipinti di Hopper non mi ha mai sfiorato l'idea di una possibile influenza metafisica, e, leggendo qui nel tuo post come il pittore operava, mi sembra che l'arte di Hopper sia in effetti molto diversa da quello di De Chirico.
    Forse può esserci, in comune fra i due, una traduzione mentale del soggetto, ma gli esiti sono molto diversi e, anche ammettendo questa affinità, possiamo estenderla a tantissimi altri movimenti, da quelli classicisti, che hanno proposto adattamenti idealizzanti, ai surrealisti che hanno filtrato i soggetti attraverso i moti psichici - e a rgione hai citato in risposta al commento di Ariano Magritte. Nel suo senso etimologico, infatti, "fisico" è solo ciò che è nel modo in cui naturalmente appare e qualsiasi modifica appare "meta-fisica"; etimologicamente, dunque, definirei metafisica qualsiasi forma di arte che prevede un adattamento ad un progetto specifico - e se Hopper lavora riportando quanto filtrato dalla memoria, potremmo considerarlo tale. Tutavia quella di "pittura metafisica" è una definizione troppo precisa per poter essere contaminata con la mia riflessione linguistica, quindi, ragionando secondo i dettami della critica d'arte, concordo con te nell'evitare di definire Hopper un artista metafisico.

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    1. Grazie per l'apprezzamento, Cristina! E del commento che conferma la tua competenza in materia.
      In linea di massima sono d'accordo con il tuo ragionamento. Se la pittura di Hopper non avesse connotati almeno in parte collegabili alla metafisica, nessun critico d'arte sarebbe certo andato a scomodare De Chirico. Mentre mi sembra anche evidente che sia la pittura metafisica che quella surrealista presuppongono una concettualizzazione dell'esperienza che non solo era estranea a Hopper, ma da lui avversata.

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  4. Io noto sia in De Chirico che in Hoppeer un grande studio dell'uso della prospettiva: in De Chirico l'uso di una prospettiva distorta rende l'atmosfera surreale e inquietante (come non citare Lovecraft e le sue "geometrie sbagliate"), mente in Hopper sembra quasi che la prospettiva sia appiattita, bidimensionale, per cui è un surreale di cui non ti avvede a un primo sguardo, ma che percepisci a livello mentale.

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    1. Mi sembra un'analisi corretta la tua, Marco. Della prospettiva non si parla molto in Hopper, forse perché appare più come il risultato di una sovrapposizione di piani e volumi che di una volontaria applicazione delle classiche regole rinascimentali.

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  5. In effetti può far pensare a De Chirico limitatamente al secondo quadro che hai messo. Credo che manchi del tutto il simbolismo e l'impronta allegorica che c'è invece nel nostro DeChirico, senza contare l'influenza neoclassica e la sua rielaborazione. De Chirico decontestualizza tutto, il quadro nel suo insieme perde di significato nel momento in cui nel bel mezzo di un salotto ti piazza una barca riprodotta nei minimi dettagli, dove il dettaglio estrapolato è il messaggio. Accostare questi autori lo trovo quantomeno azzardato. Questa è la mia opinione da semplice amante e osservatore, assolutamente ignorante di tecniche pittoriche.

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    1. Io lo trovo invece un accostamento plausibile, Massimiliano, anche se, come ho scritto nel post, non condivido la visione di Hopper come pittore metafisico e tanto meno la definizione di "De Chirico americano" che gli è stata appioppata.

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  6. Quello che ho detto anche io, plausibile, ma alla resa dei conti non corrispondente al vero, per il solo fatto che non ci sono i presupposti di un accostamento dal punto di vista della corrente metafisica.

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    1. La differenza principale sta nel fatto che la pittura metafisica concettualizza e Hopper no. Come hai scritto tu, la metafisica opera anche attraverso simboli e allegorie...

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  7. Bellissimo anche questo approfondimento! I commenti, preziosi come sempre, aggiungono ulteriori informazioni *__*
    E concordo sulla questione della mancata intenzionalità in Hopper di compiere una ricerca metafisica nella sua arte.

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    1. Grazie, Glò. Nei prossimi uno o due post darò la mia versione della metafisica hopperiana, quella a cui ho fatto accenno nel finale del post e che nelle mie intenzioni dovrebbe chiudere il cerchio ^_^

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