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Apollo servo di Admeto /1: Alcesti 1-568




Il post di oggi può essere considerato, al di là del titolo, come la diretta prosecuzione del post che ho dedicato all'opera di Lars-Erik Larsson e Hjalmar GullbergFörklädd Gud: Il dio in incognito. Come ho scritto in quell'occasione, alla base di quel componimento poetico c'è un episodio del mito greco che narra dell'anno di esilio del dio Apollo presso la corte di Admeto, re della città di Fere in Tessaglia. La fonte di Gullberg è sicuramente la tragedia di Euripide Alcesti, da lui tradotta in svedese nel 1933, l'unica opera scritta pervenutaci che tratti la vicenda con sufficiente ricchezza di dettagli. Il poeta svedese ne fa tuttavia suoi solo pochissimi elementi, offrendoceli per di più, come vedremo, vistosamente deformati dal filtro del suo retaggio cristiano.

Il prologo della tragedia, che consiste dell'antefatto della vicenda, è interamente affidato alla voce del dio Apollo, colto nel momento in cui lascia il palazzo di Admeto (Alcesti, 1-9):
Addio palazzo di Admeto,
dove ho sopportato di spartire la mensa con gli schiavi,
anche se sono un dio.
Il colpevole è Zeus, che uccise mio figlio Asclepio
scagliandogli un fulmine nello sterno.
Io mi infurio e ammazzo i Ciclopi che forgiano le sue saette.
E allora mio padre, per punirmi,
mi costrinse a fare da servo a un mortale.
Una volta giunto in questa terra,
ho pascolato le mandrie del mio ospite
e ho custodito la sua casa fino a oggi.

Già queste poche righe da sole comprendono forse una varietà di elementi maggiore di quella rintracciabile in tutto il testo di Gullberg, che in ogni caso non fa menzione dei motivi dell’esilio di Apollo presso la corte di Admeto.

L’antefatto, come lo delinea lo stesso Apollo è una faida tra lui e il padre Zeus, che inizia con il re degli dei che incenerisce con la sua folgore Asclepio, figlio di Apollo e Coronide. Il motivo di questo assassinio è che Asclepio non si accontentava più di curare i malati ma aveva cominciato a resuscitare i morti. Anche questo motivo, come quello del dio che abbandona la sua sede celeste per mescolarsi con gli uomini sul quale pone l’accento Gullberg, suona familiare, ma in questo caso un simile salto di qualità non è, almeno secondo Pindaro completamente disinteressato (Pitiche 3, 8-67):
E quanti vennero a lui
compagni di piaghe congenite
o feriti nelle membra
dal lucido bronzo o dal getto di pietre
o disfatti nel corpo
da febbri estive o dal gelo,
li congedava disciolti
dall’un dolore o dall’altro,
gli uni curando con blandi incantesimi,
altri con pozioni benefiche
o fasciando le membra con farmaci,
altri con azioni chirurgiche
rimise in piedi.
Ma pure il sapere è messo in catene dal guadagno.
E l’oro che apparve nelle mani
spinse anche lui pel cospicuo compenso
a ridestare dalla morte
chi ne era già preda.
Ma il figlio di Crono
con le sue mani folgorandoli entrambi
rapido tolse dai petti il respiro,
e la fulva saetta inflisse loro la morte.

Ossia, secondo Pindaro, Asclepio comincia a resuscitare i morti dietro ‘cospicuo compenso’.
Ma questo sembra essere un problema secondario, rispetto a quello prevalente che costituirà il cuore dell’intera Alcesti: la sfida lanciata al potere assoluto della morte. La questione del pagamento può essere semmai significativa ai fini di un’altra considerazione che svolgerò in seguito.
Tocca quindi ad Apollo la mossa successiva. La sua vendetta non è però direttamente rivolta contro il padre Zeus, ma contro i Ciclopi, responsabili di aver forgiato il suo strumento di morte, la folgore.

Secondo una versione la costellazione Sagitta
rappresenta la freccia con cui Apollo uccise i Ciclopi
(Immagine dall'Uranographia di Johannes Evelius)

Quando poi Zeus controbatte, la sua prima intenzione sarebbe quella di sprofondare Apollo nel Tartaro, dove già aveva sprofondato i Titani, ma Leto, madre di Apollo, intercede presso il marito perché dimostri clemenza. Zeus converte allora la pena in un anno di esilio in Tessaglia, dove Apollo sarà alle dipendenze del re di Fere, Admeto, come pastore dei suoi armenti.
Ecco come Euripide continua la storia, sempre attraverso la voce di Apollo (Alcesti, 10-23):
Puro, mi sono imbattuto in un uomo puro, il figlio di Ferete,
e l’ho salvato dalla morte, raggirando le Moire:
le dee accettarono che Admeto sfuggisse alla morte incombente su di lui,
se qualcun altro fosse morto al suo posto.
Mise alla prova tutti i suoi cari, li passò in rassegna
e soprattutto il vecchio padre e la madre che lo aveva messo al mondo,
ma non trovò nessuno, fuorché la sua sposa,
che accettasse di morire per lui, e di non rivedere più la luce.
E adesso la stanno portando tra le loro braccia, per la casa, in agonia,
perché è destino che proprio oggi abbandoni la vita.
E io per non essere contaminato nel palazzo
lascio questo tetto che mi è più che caro.

Apollo lascia dunque il palazzo di Admeto per non essere contaminato dalla morte di Alcesti, che ha accettato di morire al posto del marito. Non lascia però solo il luogo dove “ho sopportato di spartire la mensa con gli schiavi” ma anche “un tetto che mi è più che caro”. Una delle virtù principali di Admeto è infatti il suo senso dell’ospitalità, all’apparenza senza limiti.
Apollo ricambia la rettitudine e l’ospitalità di Admeto in due modi: facendogli crescere bene il bestiame e aiutandolo a conquistare Alcesti. Grazie all’aiuto del dio infatti Admeto riesce ad aggiogare a un carro un leone e un cinghiale – l’impresa che il padre di Alcesti, Pelia, richiedeva dovessero compiere i pretendenti alla mano della figlia.
Questa parte della storia appare in realtà incongrua, perché la prova matrimoniale è un motivo mitologico ricorrente in genere solo in quei casi in cui il pretendente è uno straniero, e questi oltre alla mano della fanciulla deve conquistare anche il regno. In questo caso invece Pelia, padre di Alcesti, è fratello di Ferete, padre di Admeto.
Dopo aver così conquistato la sua mano con l’aiuto di Apollo, Admeto si sposa con Alcesti. Al momento delle nozze, però, Admeto dimentica di sacrificare ad Artemide e la dea gli fa trovare dei serpenti nel giaciglio – inconfondibile presagio della sua morte imminente, ancora in giovane età.
Ma Apollo è intenzionato a evitare che Admeto muoia e decide di ricorrere a uno stratagemma. prima invita le Moire a un banchetto e le fa ubriacare, poi strappa loro la promessa di procrastinare la morte del suo protetto, a condizione però che qualcun altro si offra di morire al suo sposto.
Le Moire, è abbastanza noto, sono le tre potenze che decidono dell’inizio, del corso e del termine della vita umana. Più precisamente Cloto tesse la trama dell’esistenza, Lachesi assegna a ciascun vivente la sua parte di destino, Atropo, forse la più famosa, è addetta al taglio del filo di ogni esistenza individuale. Se a tutto questo si aggiunge che loro madre è Ananke, la Necessità, la potenza che sta più in alto degli dei, non è rappresentata da statue, non ha altari e non è interessata ai sacrifici, si capisce il loro livello di astrazione. Eppure sono, a quanto pare, soggette all’ebbrezza (Eschilo, Eumenidi, 728):
Annientasti prerogative secolari, ingannando con il vino antiche dee.

Dopodiché, stabilito il patto tra Apollo e le Moire, Admeto inizia la ricerca di qualcuno disposto a morire al suo posto. Nessuno accetta però di sacrificarsi per lui, nessuno eccetto la moglie Alcesti.
Il prologo-riassunto di Apollo si conclude poco dopo, con l'apparire alla sua vista di Thanatos, venuto a prendere Alcesti (Alcesti, 24-27):
Ma ecco che sopraggiunge Thanatos, il sacerdote dei morti,
che sta per portarla nella dimora di Ades.
Ha spiato il giorno in cui deve morire,
e è arrivato proprio al momento giusto.

Apollo e Thanatos si scontrano allora verbalmente, con il dio che tenta di ottenere una procrastinazione della morte anche per Alcesti e Thanatos che rifiuta di esaudirlo - muovendo allo stesso tempo al dio un'accusa simile a quella citata da Eschilo, di mettere in discussione prerogative antiche e certe. Apollo gli ribatte con l'annuncio dell’imminente arrivo di Eracle, che riuscirà a sottrargli Alcesti - una profezia di cui Thanatos si prende però gioco.
La tragedia prosegue quindi con una lunga anticamera alla morte di Alcesti, in cui l'accento è dapprima posto sulla condizione di ambiguità in cui permane la donna - "sia viva che morta" fa dire Euripide a una serva - e poi sul congedo tra marito e moglie, con Admeto che sfoga tutto il suo strazio e promette a Alcesti di non legarsi a nessun’altra donna per il resto della sua vita (Alcesti, 348-368):
Il tuo corpo, scolpito dalla mano esperta di artisti,
giacerà nel letto, e io mi getterò su di esso,
lo cingerò con le mie braccia invocando il tuo nome,
e mi sembrerà, pur non avendola,
di stringere tra le braccia la mia donna: gelida gioia, lo so,
ma forse potrà alleggerire l’angoscia che mi opprime.
E mi consolerai aggirandoti nei miei sogni,
perché è dolce vedere chi si ama nella notte,
anche se solo per poco.
E se avessi la lingua e il canto di Orfeo
così da ammaliare la figlia di Demetra e il suo sposo
e portarti via dall’Ade,
scenderei sotto terra, e non potrebbero fermarmi
né il cane di Plutone né Caronte
che traghetta le ombre curvo sul remo,
prima che io ti abbia riportata, viva, alla luce.
E tu aspettami laggiù, il giorno che morirò,
e prepara la casa, pensando che vi abiterai con me.
Ordinerò a questi nostri figli
di seppellirmi nella tua stessa bara, al tuo fianco:
neanche da morto potrai stare senza di te,
l’unica che non mi abbia tradito.

Questa parte della tragedia contiene, tra l'altro, il riferimento più antico di cui disponiamo a uno delle storie in assoluto più celebri del mito greco: il mito di Orfeo e Euridice. L’ultima frase è invece riferita al rifiuto da parte della madre e del padre di Admeto di morire al posto del figlio, a dispetto della loro età avanzata - rifiuto che ha aperto la strada al sacrificio di Alcesti.

Alcesti e Admeto (affresco pompeiano)

Di lì a poco, una volta che il che coro ha glorificato Alcesti profetizzando la sua fortuna presso gli aedi, che la canteranno molte volte, fa il suo ingresso sulla scena Eracle, reduce dall’ottava fatica e, come spiega lui stesso, in viaggio per compiere la nona.
Ed ecco che nel dialogo che si svolge subito dopo tra i due, l’eroe semidivino e il re di Fere, si ripropone il quesito sulla reale condizione di Alcesti: la si deve considerare ancora viva o già morta? (Alcesti, 509-531):
ADMETO  Salve, figlio di Zeus, sangue di Perseo!
Salute anche a te, Admeto, re dei Tessali.
Vorrei che si avverasse quanto mi auguri.
So che sei ben disposto nei miei confronti.
Perché porti i capelli rasati a lutto?

ADMETO  Oggi mi accingo a seppellire un morto.
ERACLE  Ti auguro che il dio abbia tenuto la sventura lontano dai tuoi figli.
ADMETO  I miei figli sono vivi dentro casa.
ERACLE  Tuo padre è ormai abbastanza vecchio per morire.
ADMETO  È vivo, Eracle, e è viva anche mia madre.
ERACLE  È morta la tua sposa, Alcesti?
ADMETO  Posso pronunciare un duplice discorso su di lei.
ERACLE  Hai detto che è morta o che vive ancora?
ADMETO  Vive non viva e questo mi tormenta.
ERACLE  Non ne so molto di più: non capisco quello che dici.
ADMETO  Non sai quale destino l’aspetta?
ERACLE  Lo so: ha accettato di morire al tuo posto.
ADMETO  E allora come è possibile che sia viva,
se ha acconsentito a questo?

ERACLE  Á
non piangerla prima del tempo, la tua sposa: aspetta che sia giunta l’ora
.
ADMETO  Chi deve morire è già morto, e chi è morto non è più.
ERACLE  Ma si pensa che essere e non essere siano ben distinti.
ADMETO  Tu la pensi così, Eracle, io in un altro modo.
ERACLE  E allora perché piangi? Chi, tra i tuoi cari, è morto?
ADMETO  Una donna. Abbiamo appena parlato di una donna.
ERACLE  Appartiene alla tua stessa stirpe,
oppure non è una tua consanguinea?

ADMETO  Non è consanguinea, ma è legata a questa casa.
ERACLE  E perché è morta nel tuo palazzo?
ADMETO  L’abbiamo cresciuta qui come orfana
dopo la morte di suo padre.

Questo dialogo è uno dei più cruciali e i suoi toni sembrano riecheggiare qualcosa d'altro, forse di molto antico. Admeto tiene nascosta la morte della moglie Alcesti a Eracle, che pure è al corrente della sua decisione di sostituirsi al marito nella morte, e lo fa giocando sulla condizione di ambiguità in cui ancora permane la moglie: vive non viva. Non è difficile percepire qui gli echi di una contesa sapienziale sulla dicotomia di essere e non essere.

Si ritiene che essere e non essere siano ben distinti, afferma Eracle.
Io la penso in altro modo, replica Admeto.

Nella forma dell'enigma, i termini della contesa potrebbero essere questi:

- Cos'è ciò che vive e allo stesso tempo non vive?
- Chi deve morire.

Una simile risposta fa presagire che tutto ciò che è mortale viva di una parvenza di vita. Solo ciò che per esistere non ha necessità alcuna di manifestarsi è vivo nel senso vero del termine, mentre ciò che ha necessità di manifestarsi per esistere non può dirsi veramente vivo.

Admeto in realtà non ha neanche bisogno di mentire a Eracle. Si limita a tacere il nome della donna e a rivelare delle circostanze del suo arrivo a Fere solo quel tanto che gli permette di non scoprirsi: l’abbiamo cresciuta come orfana dopo la morte di suo padre, spiega. Il padre di Alcesti è Pelia, re di Iolco, morto per mano di Medea e delle sue figlie.
Lo scopo della finzione di Admeto è impedire che Eracle rifiuti la sua ospitalità in segno di rispetto per il suo lutto e se ne vada alla ricerca di un altro posto dove alloggiare.
Così risponde alla richiesta di spiegazioni del Coro (Alcesti, 563-568):
Non avrebbe accettato di entrare in casa,
se avesse saputo del mio dolore.
Penso che così facendo sembrerò folle a qualcuno,
e mi disapproverà.
Ma la mia casa non sa che cosa significhi respingere gli ospiti
e non rendere loro il dovuto onore.

Una simile ossessione di Admeto per l'ospitalità potrebbe avere, come vedremo, delle ragioni che vanno al di là di quel che appare a prima vista.

* * *


Questa prima parte dell'articolo è stata condotta sul volume: Eschilo-Sofocle-Euripide, Tutte le tragedie. Il pensiero occidentale, Bompiani 2011. Cura e traduzione di Angelo Tonelli.

L'immagine in alto sotto il titolo è Apollo Guarding the Herds of Admetus di Claude Lorrain (1654)

Commenti

  1. Mi piace questa dissertazione, amo i classici e anche le loro rielaborazioni.
    Una richiesta: un domani sarebbe belo un post sui poemi perduti sulla Guerra di Troia, tipo "L'Etiopide" o "I Ritorni".
    Ciao.

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    1. Delle opere che citi, Nick, mi risulta che esistano solo dei frammenti sparuti. Penso sia difficile tirarci fuori qualcosa.
      Comunque ho intenzione di continuare a scrivere post sul mito, anche se a larghi intervalli, perché voglio portare avanti anche tutti gli altri argomenti del blog.
      Gli argomenti da trattare e la voglia di farlo per ora, per fortuna, non mi mancano. A presto ;)

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  2. Umh, qua siamo dalle parti di Beautiful, altro che mito!
    Non ricordo come termina la questione... si risolverà lo stato di "viva non viva"?

    Moz-

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    Risposte
    1. Sacrilego come sempre, eh? ^^
      C'è il colpo di scena. Stile Dallas, si potrebbe dire in questo caso.

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  3. Però... questa storia sull'ospitalità è intrigante! Che cosa dobbiamo aspettarci? o.O
    Bello!!! *__*

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    1. C'è un'interessante teoria al riguardo, di un noto mitografo contemporaneo, che citerò nelle prossime parti dell'articolo.
      A presto, dunque ^_^

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  4. Ecco, la mitologia è un altro dei miei punti dolenti, uno dei vuoti culturali creati dal non aver fatto studi classici (come pure la musica classica e lirica). Per quanti sforzi io faccia la percepisco sempre come una forma fiabesca, non riesco a scorgere chiavi di lettura simboliche...
    Accidenti alla mia impreparazione culturale :-(

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    Risposte
    1. Non è mai troppo tardi per recuperare, se c'è sufficiente passione :-)
      Comunque ognuno ha fatto i suoi percorsi e anche tu metti sicuramente a disposizione dei tuoi lettori risorse preziose...

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    2. Beh, se si parla di cultura giapponese o settecentesca europea (veneziana in particolare) sì. Ma se andiamo sulla cultura classica in senso stretto, beh, avrai capito perché non scriverei un romanzo storico ambientato nella Roma imperiale o nel mondo ellenico.

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    3. Vedi? Io non potrei mai scrivere di ambientazioni come quelle che hai citato perché per documentarmi dovrei partire da zero.
      A ciascuno il suo :-)

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  5. Ricordavo le doti di Asclepio ma dimenticavo fosse figlio di Apollo, comunque quest'opera la sto amando, l'idea del dio che si confonde con gli umani, che scende a compromessi per poterli salvare ed aiutarli - fra l'altro un topos dell'epica se non ricordo male - mi piace moltissimo. Leggo volentieri questi tuoi post, imparo tanto! *_*

    E scusa il ritardo ma ogni tanto sono dissociata e non arrivo 'in tempo'! :°D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ritardo? Quale ritardo? I post son qui, Alessia, e nessuno li tocca ^_^
      Comunque è vero che per questo pomeriggio è previsto il nuovo post.
      Sono contento di sentire che ti piace questa tipologia di articoli, a cui io tengo molto. Spero, in settimana, di pubblicare la parte successiva, oltre alla nuova scheggia di Solve et Coagula e a un altro post sul cinema. Programma ricco e, ahimè, poco tempo da dedicargli...
      Sì, gli dei nell'epica intervengono nelle vicende umane e parteggiano per l'uno o l'altro dei protagonisti, a seconda delle caratteristiche di costoro (in altri termini, dell'affinità archetipica).

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  6. Ho letto "Alcesti" alcuni anni fa e mi era piaciuto moltissimo. È stato bello ripercorrerne alcuni tratti leggendo questo post.

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    Risposte
    1. L'Alcesti è un'opera molto più complessa di quel che può apparire a prima vista. A me interessa soprattutto osservarla dalla prospettiva del suo sfondo mitico.

      Elimina

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