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Scrittura e mondo reale (Re-edit)




Nota: Questo post è una versione riveduta di un mio articolo apparso il 29 febbraio 2012 sul mio precedente blog Power Spot.

* * *
La letteratura (l’immaginario) si è sostituita a ciò che era prima la vita spirituale, la poesia (il disordine delle parole) agli stati di trance reali. L’arte costituisce un piccolo campo libero al di fuori dell’azione, e paga la sua libertà con la rinuncia al mondo reale. Questo prezzo è alto e non ci sono scrittori che non sognino di ritrovare il reale perduto…
Georges Bataille, Su nietzsche, pag. 29

La breve ma densa citazione da Bataille che avete appena letto si apre con una intuizione che mi appare allo stesso tempo singolare e profonda: alle esperienze della vita spirituale e della trance si sono con il tempo sostituite rispettivamente la letteratura e la poesia.
E' un'intuizione che deve certamente qualcosa a Friedrich Nietzsche (non a caso si trova all'interno di un'opera dedicata, almeno nominalmente, al filosofo tedesco) e in particolare alla sua prima opera, La nascita della tragedia. Non solo per il chiaro collegamento tra l'esperienza della trance e Dioniso, ma anche per le connessioni più sottili che il pensatore e scrittore francese stabilisce tra letteratura e immaginario da un lato e poesia e "disordine delle parole" dall'altro. Non si riflette forse qui il tema portante della Nascita, dove il filosofo tedesco stabilisce, come è noto, una netta (e solo in parte fondata) dicotomia tra i due poli del dionisiaco, riferito appunto al disordine dell'ebbrezza, e dell'apollineo, riferito al dominio dell'immagine? (Da cui ne discende anche che sia da attribuirsi ad Apollo la signoria sulle arti plastiche e figurative e a Dioniso quella sulla musica).
A questa prima dicotomia tra le righe, di chiara ascendenza Nietzscheana, ne fa poi subito seguito un'altra, manifesta stavolta, come sua conseguenza diretta: la dicotomia tra arte e "mondo reale". Il punto di vista di Bataille sembra qui un puro aut-aut: o si sceglie l'una, l'arte, o si sceglie l'altro, il "mondo reale".
Ma è anche necessario notare a questo punto, come viatico alla terza e ultima parte della citazione, che un'altra conseguenza della tesi bataillana è il passaggio delle prerogative. Vale a dire: ciò che un tempo era prerogativa della vita spirituale e della trance, l’uscita dal mondo (mutuo il termine dal filosofo Elemire Zolla) spetterebbe oggi, a successione avvenuta, alla letteratura e alla poesia.
Ed è proprio il rovescio della medaglia di questo passaggio delle prerogative a definire con più precisione i termini del conflitto oggetto della parte finale della citazione: nello scrittore è latente e molte volte anche evidente un conflitto, una lacerazione, tra la “vocazione” alla scrittura e la nostalgia del “mondo reale” - conflitto e lacerazione dai quali l'uomo religioso è, almeno in teoria, preservato. Soprattutto vivere per scrivere, anziché il contrario, può rivelarsi qualcosa che schiaccia e perfino, in certi casi, un’onta da cancellare.
E' partendo da questo assunto che mi sono divertito a girovagare tra le biografie di alcuni tra i miei scrittori preferiti, alla ricerca di possibili esempi di questa lacerazione e del loro modo di viverla e/o risolverla. Il risultato della mia ricerca è il seguito di questo post, che ambisce ad essere serio soltanto a metà (non a caso ho scritto che mi sono divertito a compilarlo). Quali siano poi le parti del post da assegnare - in una ideale bilancia atta allo scopo - al piatto del serio e quali al piatto del faceto, lo lascio alla discrezione di ciascun lettore.


1) Franz Kafka: Cancellare il corpo del reato.


Kafka a Gustav Janouch:
Dire una cosa è troppo poco. Le cose bisogna viverle.
E ancora:
Lo scritto è soltanto la scoria di ciò che è stato vissuto.
Meglio allora ridurre tutto in cenere e trasformare lo scritto a sua volta in una scoria, non più riconoscibile, della finzione – scoria della scoria. Chissà se lo scrittore ceco aveva o no previsto la disubbidienza dell’amico ed esecutore testamentario Max Brod.

2) Arthur Rimbaud: La fuga.


Forse lo stesso Rimbaud ci aveva provato, a ridurre tutto in cenere, poco prima di liberarsi – senza appello – dalle catene della letteratura. Forse con la Chasse spirituelle, ammesso che una tale opera (che Paul Verlaine definì superiore a una Stagione all'inferno) sia realmente esistita, ci è perfino riuscito. Lo attenderanno comunque, di lì alla morte, ancora quindici anni di “mondo reale” in tre diversi continenti: Europa, Asia e soprattutto, per oltre un decennio, Africa.

3) Friedrich Nietzsche: La follia.


Più Nietzsche ritiene di stare segnando con la sua opera una cesura nella storia fra il prima e il dopo di lui, più la storia e il mondo (la giovane e affascinante russa) beffardamente lo ignorano e si ritirano al di là della sua portata. Il conflitto è nel suo caso lacerante oltremisura, e il risultato è l’approdo al porto salvifico della follia.

4) Carlo Michelstaedter: Il suicidio.


Michelstaedter parla del suo lavoro alla sua tesi di laurea e dell’isolamento che ne deriva come di una “vita che non è una vita” ma aggiunge che tuttavia “ne sta nascendo una grande opera”. L’opera, La persuasione e la rettorica, sarà in realtà immensa. Ma il giorno dopo averne portato a termine la copia definitiva, il 17 ottobre 1910, a ventitré anni, il filosofo goriziano si spara un colpo di pistola alla tempia.
Pochi mesi prima aveva scritto all’amico Enrico:
…come le tue parole si son fatte azione! Io mi nutro invece ancora di parola e mi faccio vergogna.

5) Marcel Proust: La sostituzione.


Per Proust il presente smette di essere presente della vita e diventa “il presente della scrittura che indaga nel tempo perduto”. Il risultato è la cittadinanza in una dimensione extratemporale in cui “Non può esserci avvenire, perché in ogni istante c’è un io che muore e un nuovo io che entra in campo”.* Ma neanche, paradossalmente, può esserci passato perché “quello che chiamiamo passato è comunque il tempo di un altro io che non esiste più. Proust scrive non perché ricorda ma perché ha dimenticato”.*

6) Rainer Maria Rilke: L'annientamento.


In Rilke la poesia diventa traduzione immediata e diretta dell’esperienza delle cose che viene così trasposta come vibrazione pura in quello spazio interiore da cui le cose stesse affiorano e a cui ritornano senza sosta.
In nessun luogo, amata, ci sarà mondo se non dentro di noi.
(Elegie Duinesi, VII, 50)
Qualunque cosa ci sia là fuori che appaia "mondo", non è che riflesso, in costante e sempre provvisoria metamorfosi.
Coerentemente, l’ultima poesia di Rilke “sarà ricerca di una lingua divenuta così tanto essenziale da potersi spingere ai margini del dicibile, osando il proprio annientamento, per intenzionarsi di silenzio”.**

* * *

Note al testo


* Franco Rella, Scritture estreme. Proust e Kafka. Feltrinelli, 2005.

** Daniela Liguori, L’influenza del pensiero orientale in Rainer Maria Rilke, pag. 161

* * *

L'illustrazione in alto è La bataille de l'Argonne di René Magritte (1964).

Commenti

  1. La letteratura come versione civilizzata dell'estasi mistica talvolta è un fatto concreto, soprattutto per certi autori, però non riesco a a essere così assolutista come Bataille sull'argomento.
    Per alcuni letterati è più una ragionata forma di espressione della propria interiorità. Ovvio che si può facilmente proporre che questo tipo di approccio è una sublimazione pacata delle estasi letterarie alla Rimbaud, però, ecco, non riesco a concepirla come valida per qualunque letterato.

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    1. Neanche io sono così assolutista Ariano, però ho voluto realizzare questo post partendo dalla presunzione della validità dell'ipotesi di Bataille. In fin dei conti quel che interessava a me era vedere come potevo sviluppare il discorso a partire dalla sua premessa, introducendovi però anche una parte di gioco (e anche questo può essere un modo di procedere batailliano^^).

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  2. Ivanooo eccomi qui!
    Ho letto ieri sera, ma non avevo le forze di mettere le dita sulla tastiera quindi ho optato per commentare stamani a mente fresca.
    Allora, a me questo è piaciuto tantissimo, trattasi ovviamente di speculazione pura, perché come dice anche Ariano non è possibile fare una generalizzazione troppo ampia ed assoluta in quanto esistono scrittori che nella realtà hanno affondato le radici (vedi Orwell) occupandosi di tematiche sociali che ben poco hanno di una realtà tutta interiore ma sono, anzi, specchio di un vissuto trasfigurato dalla propria sensibilità ma quanto mai empirico, peròò questo ha suscitato in me un'ulteriore riflessione.

    Effettivamente c'è una profonda differenze, in questo senso, fra gli scrittori e gli artisti figurativi.

    Credo sia vero che certi scrittori scrivano per trovare uno spazio che nella propria realtà non esiste, scrivono per esprimere lo scarto che sentono con il vissuto, creano mondi e il più delle volte studiano anche moltissimo, sempre per rifugiarsi in realtà ormai lontane ma che per il tramite delle parole sentono più vicine al proprio essere; l'artista figurativo, invece, nella realtà ci vive e ci sguazza come non mai, prendi Caravaggio come esempio o Van Gogh che pure vivendo sempre al margine ha sempre avuto un contatto molto forte con la realtà e con tutte le difficoltà che essa porta, l'artista figurativo è comunque immerso nella realtà e tenta di sviluppare un linguaggio per esprimerla, anche Malevich la rappresenta con le sue figure geometriche dure ed emozionali.
    E tutto questo dipende da un fatto essenziale, o può dipendere da esso: lo scrittore è legato alla parola che è figlia del pensiero, è diciamo così teoria allo stato puro; l'arte figurativa è figlia dei sensi, della vista, del tatto che hanno necessità di impregnarsi della realtà per poi rivisitarla in base alle diverse sensibilità.

    Questo quello che ho pensato ieri sera e che stamattina volevo esprimerti!
    Ciao!!

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    Risposte
    1. Ciao Alessia e grazie per il tuo commento, così denso e articolato!
      Sappi che il mio precedente blog, Power Spot, era dedicato in gran parte proprio a questo tema dei differenti livelli di percezione del reale. Nel caso di questo post in particolare avevo scelto di accettare la definizione bataillana di mondo reale pur usando la precauzione di metterla sempre tra virgolette. ^_^
      Ora, delle sei soluzioni proposte in questo post, considero le prime quattro come "scherzose", nel senso che sono finte soluzioni che non portano da nessuna parte. Le ultime due invece, Proust e Rilke, le vedo come soluzioni reali del conflitto e definiscono l'essenza della scrittura per come la vedo io. Vale a dire che la percezione della realtà mediante i sensi è solo la prima fase del processo della scrittura. Nell'atanor dell'interiorità dello scrittore avviene poi una sorta di trasfigurazione che si traduce successivamente, a livello della scrittura, nella restituzione della realtà a un livello più alto (e più reale) di significato.
      Poi, come dici giustamente tu citando Orwell, c'è anche chi usa la scrittura come critica sociale o come pura evasione, oppure per compensare un'esperienza insoddisfacente del "mondo reale" :P

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    2. Sono d'accordo sul fatto che per gli artisti figurativi la spiritualità dell'arte è ancora più forte.
      Sarebbe facile parlare di artisti noti, ma io resto maggiormente colpito dalla gente comune che improvvisamente viene presa da un'ossessione per la creazione, e infatti sono particolarmente a chi genera la cosiddetta "raw art", persone comuni, spesso senza particolare cultura né educazione artistica, che cominciano a costruire oggetti d'arte ammucchiando pezzo su pezzo, talvolta con risultati sorprendenti, altre volte terribilmente ingenui e antiestetici, ma in ogni caso sempre con uno slancio quasi mistico, al punto da provocare preoccupazione presso parenti e amici che credono che questa prepotente e inattesa voglia di creare nasconda elementi di sopraggiunta follia... In realtà credo che invece sia solo la manifestazione di uno spiritualismo azzoppato dalla vita quotidiana che infine ha trovato modo di emergere con un raptus artistico dilettantistico.

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    3. "Raw art" corrisponde, immagino, al nostro "arte povera". Non so, Ariano, personalmente diffido delle cose troppo istintive. Per me il processo di elaborazione, che richiede anche una certa padronanza del mezzo tecnico, è importante.

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    4. Dipende!
      La Raw Art potrebbe essere la sorella materica della Brut Art, ovvero quella che viene proprio prodotta da persone che non hanno un'educazione artistica!

      Definire l'arte è molto complicato anche solo a livello teorico, è vero che tecnica e studio possono fare la differenza - più che altro dimostrano una consapevolezza -, ma ci sono espressioni spontanee che nel loro insieme risultano 'perfette' o perfettamente artistiche!

      Però su una cosa concordiamo tutti: è il rapporto - mancato o pieno - con la realtà che genera un'espressione artistica, figurativa o puramente intellettuale che sia!

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    5. Fornisco un paio di esempi di raw art di cui ho parlato sul mio blog tanto per giudicare casi che hanno avuto notevole eco per la maestosità delle opere create. Uno è qui:
      http://arianogeta.blogspot.it/2011/03/raw-art.html
      e l'altro è qui:
      http://arianogeta.blogspot.it/2011/06/raw-art-again.html

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    6. Ok, adesso il concetto è più chiaro. Avevo in mente certe brutture che mi è capitato di vedere in passato in certe mostre dedicate all'arte povera. Qui sembra all'opera un processo meno artificiale, una sorta di espansione organica che può ricordare Gaudì.

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  3. Sinceramente letteratura e poesia non mi sembrano meno "reali" di spiritualità e stati alterati di coscienza. Sono comunque ottimi spunti di riflessione....

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    1. E' ciò a cui aspirava soprattutto il post, TOM... offrire spunti di riflessione. A presto :)

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  4. Fatico abbastanza a separare qualsiasi forma creativa dalla realtà, sia nel caso in cui rappresenti un tentativo di superarla o sublimarla, sia quando vi aderisca nelle intenzioni. Lo scarto c'è sempre, non sarà mai possibile eliminarlo: le soluzioni appunto dipendono dalla sensibilità e dalle intenzioni dell'artista-creatore.
    Sempre grandi spunti di riflessione dai tuoi post Ivano ^^
    Complimenti!

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    Risposte
    1. Anche per me il passaggio attraverso i sensi rimane una fase importantissima e ineliminabile del processo. Anzi, penso più alla scrittura più come una questione percettiva che creativa. Sarà per questo che non ho mai amato il termine "scrittura creativa" ^_^
      Grazie per i complimenti, Glò, e per il commento!

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