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Quel che debbo ai Quindici /2: Digressione intorno alla figura dell'eroe nell'infanzia.



L’uomo ordinario svolge un’attività, l’eroe compie atti.
(Henry Miller)

Premetto che questo sarà un post molto al maschile. Nel senso che mi rifaccio completamente o in gran parte al mio vissuto personale per occuparmi di un genere di esperienza che è, per quanto ne so, differenziato sessualmente. E aggiungo qui che mi piacerebbe molto anche leggere una riflessione di questo tenore svolta al femminile.

Dico per cominciare, e sempre in base alla mia esperienza personale e ai miei ricordi, che arriva prima o poi un tempo nell'infanzia in cui un certo tipo di letture deve cedere il primato a un tipo di letture un po' diverso. Le fiabe, con il loro corredo di animali parlanti, fate e principi, smettono di appagarci e cominciamo a sentire il bisogno di un altro tipo di storie e di protagonisti, che siano più simili a noi nella nostra apparenza di sangue e di carne. Mentre per i luoghi sembra piuttosto valere il principio opposto: che debbano cioè assumere un'apparenza più esotica, rispetto per esempio al bosco che possiamo avere a due passi da casa.
Non è tuttavia ancora il tempo del romanzo "realista", dove i personaggi vivono gli stessi nostri stessi problemi e li affrontano nel modo in cui potremmo affrontarli noi. A noi serve altro e siamo alla ricerca di altro e in questo l'ambientazione esotica aiuta, stabilendo la necessaria distanza dai luoghi che più ci sono familiari.
A noi servono eroi e siamo alla loro ricerca.
Si potrebbe allora obiettare che anche le fiabe sono popolate di eroi. Vero, ma non credo che li si possa considerare eroi in senso stretto. Le fiabe appartengono, dal mio punto di vista, all'età pre-eroica. A un'età in cui la nostra esplorazione del mondo è limitata all'alveo domestico e avviene sotto l'occhio vigile dei nostri cari.

Henry Meynell Rheam - Sleeping Beauty

Per esempio, è fuor di dubbio che il principe delle favole sia passibile di compiere gesta eroiche come l'uccisione di un drago, così come è indubbio che il cacciatore compia un atto eroico quando uccide il lupo e salva la vita a Cappuccetto Rosso e sua nonna. Ma avete mai sentito qualcuno fare l'elenco dei propri eroi e dire: "Il mio eroe è il cacciatore della storia di Cappuccetto Rosso!", oppure: "Il mio eroe è il principe che risveglia la Bella Addormentata!"? A me sinceramente non è mai successo. Ho sentito fare altri nomi: Tarzan, Zorro, Robin Hood... Ma anche Peter Pan ha da un lato le caratteristiche di un eroe, pur appartenendo ancora dall'altro alla dimensione della fiaba.
E qui possiamo già riconoscere una prima discriminante, o linea di separazione: la quantità di informazioni sul personaggio che l'autore ci mette a disposizione. Il suo background.
Del principe possiamo forse sapere che indossa un mantello rosso e cavalca un cavallo bianco, e che è eternamente in cerca di una compagna, ma non sappiamo nulla delle riflessioni che lo accompagnano in questa sua ricerca. Così come non sappiamo nulla delle sue origini e della sua storia familiare; solo che è figlio di un re e di una regina.
Lo stesso vale per il cacciatore. Sappiamo soltanto che va a caccia, mentre tutto il resto che lo riguarda è inespresso perché ininfluente ai fini della fiaba.   
Troppo poco per il bambino che ha, senza saperlo, già iniziato la sua ricerca degli eroi che troveranno posto nel suo personale Olimpo.

Thomas Kinkade, Fly to Neverland (2009)

Ma qual è, prima di tutto, il motore di questa ricerca?
Ecco un'altra citazione da Henry Miller (è alle sue teorie, non va dimenticato, che si ispira questa mia serie di post):
Non impariamo mai nulla dai pedagoghi. I veri educatori sono gli avventurieri, i viaggiatori, gli uomini che si tuffano nel plasma vivente della storia, del mito e della leggenda.
Volendo stemperare la furia iconoclasta di questa citazione, tipica di un pensatore radicale com'è Miller, potremmo limitarci a dire che non impariamo abbastanza dai nostri pedagoghi. E quasi mai l'essenziale. (In realtà i nostri pedagoghi, soprattutto quelli istituzionalizzati, ci offrono anche e soprattutto una visione del mondo artefatta, ma questa è ancora un'altra storia). Ecco perché, da un certo momento in avanti, dobbiamo affiancare loro, come nostri educatori, gli eroi.
E questo momento arriva, credo, quando noi stessi cominciamo a impegnarci in "atti eroici", quando cioè cominciamo ad addentrarci in uno spazio della vita che percepiamo come ignoto e non del tutto scevro da pericoli. Chi potrebbe allora insegnarci di più di coloro che hanno fatto della sfida all'ignoto la loro principale ragione di essere? I loro successi sono la garanzia del nostro stesso successo e se vanno incontro a dei fallimenti, o perfino alla morte, farà tutto comunque parte di un fine superiore. A questo si può ricondurre la famosa frase di Nietzsche a proposito della felicità dell'eroe tragico (che è, nelle sue parole, una delle tante cose che i moderni non sono stati in grado di comprendere dei greci).
Se non fosse animato in partenza da questa fiducia inconscia, difficilmente il bambino azzarderebbe un passo fuori del cortile di casa. Difficilmente accetterebbe di inoltrarsi nella giungla della vita, di mettersi alla ricerca dei suoi tesori, di affrontarne le tenebrose caverne. 

Frank Godwin - Treasure Island XV

Un'altro tratto distintivo dell'eroe è, secondo Miller, quello di compiere atti, laddove l'uomo ordinario svolge un'attività. Ma a questo punto vedo anche possibile una ulteriore distinzione, tra due diversi tipi di eroi: gli eroi seriali, la cui esistenza è una successione di atti eroici e l'eroe una tantum. Gli eroi letterari mi sembrano appartenere in generale alla prima categoria, e questo vale anche nel caso che le loro avventure si esauriscano nello spazio di un unico volume.
E tuttavia, per quanto mi riguarda, posso offrire almeno un esempio di un mio eroe dell'infanzia che è entrato a pieno titolo nell'Olimpo dei miei eroi pur senza avere compiuto veri atti eroici ma qualcosa che potrei definire, per continuare sulla stessa linea di pensiero, un'attività eroica. Se poi si aggiunge che ho scoperto la sua esistenza proprio nelle pagine dei Quindici, ho una doppia ragione per parlarne qui. O, per meglio dire, nel seguito di questo articolo, perché altrimenti questo post diventerebbe davvero troppo lungo.

Mi auguro che vogliate esserci...

* * *

L'immagine in alto sotto il titolo è un'illustrazione di Giovanni Manna per L'isola del tesoro di R.L. Stevenson.

Commenti

  1. Per quei testoni di bambini che eravamo, l'atto eroico non aveva una funzione cavalleresca. Niente principesse tra i piedi, per dirla con parole semplici. L'atto eroico era fine a se stesso e a questo era dovuto il successo di un personaggio come Tex Willer, tanto per dirne uno, un eroe mascolino in un mondo (il far west) praticamente senza donne. Non era tanto un atto egoistico, quanto un modo immaturo per nascondere le nostre debolezze e le nostre paure.
    Un giorno poi abbiamo aperto gli occhi e ci siamo resi conto di quanto eravamo stupidi.

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    1. Il tuo commento, TOM, mi ha fatto ricordare la delusione che provai alla fine del Libro della giungla, quando Mowgli lascia la foresta e i suoi animali per accompagnarsi alla sua futura sposa. Pensavo dentro di me: "Non farlo! Non farlo! Poi te ne pentirai!" LOL

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    2. Però già alle medie le cose erano messe molto diversamente...

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    3. Beh mi ricordo quando vidi il film Disney de "Il Libro della Giungla", nel Cinema parrocchiale dove lo davano, ero con la mia classe delle elementari.
      Non ci crederai ma durante le scene finali quelle che hai ricordato tu, con Mowgli che lascia Baghhera e Baloo per seguire la ragazzetta nel villaggio, tutti
      i maschietti come me non facevano altro che gridare: "Nooooooooooooo! Rimani nella Giungla che ti diverti di più!"
      Le femmine nostre compagne invece erano contente, chi lo sa perché?
      LOL

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    4. Il perché, come ho scritto nel post, mi piacerebbe leggerlo da una nostra collega al femminile, ma non so se qualcuna di loro raccoglierà l'invito.
      L'aneddoto conferma comunque che le diverse fasi della vita hanno delle caratteristiche condivise un po' da tutti, anche se certo ci saranno le solite eccezioni che confermano la regola.

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    5. Io tifavo "giungla" :P
      Non credo di essere un esempio utile XD Ahahhahahah!

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    6. Perché no, Glò? Anzi, mi piace l'idea che la jungla avesse le sue supporter :D

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  2. Ho adorato questo post, sia perché amo il concetto di base - lo avrai capito, ormai, dove ho la testa io - e sia perché mi ha ricordato una delle cose più simpatiche che abbia affrontato all'università, ovvero la mia tesi sul rapporto fra Calvino e le Fiabe italiane.

    Le fiabe sono tutto ciò che hai detto perché rappresentano il momento della trasformazione, della pubertà, quel preciso istante in cui ancora ci si sta trasformando e si concludono a trasformazione avvenuta, non parlano del dopo (per questo i seguiti cinematografici, mi viene da pensare, sono così fiacchi: parlano di un dopo che non interessa al bambino che siamo stati e che è ancora in noi), mentre la ricerca dell'eroe arriva all'affacciarsi della maturità sessuale, fisica e quindi mentale.
    Arriva nel momento in cui la nostra persona comincia a costruirsi in senso più concreto ed in cui cominciamo ad immaginarci nel futuro ed i pensieri di un adolescente, non essendo ancora forgiati dalla realtà in tutto e per tutto, sono quasi sempre grandiosi e 'tragici', nel senso proprio della tragedia in cui vengono enfatizzate le emozioni.
    Cerchiamo l'eroe perché vogliamo esserlo, perché abbiamo fame di quelle imprese grandiose che vediamo nel nostro domani non ancora troppo vicino da essere totalmente disilluso da una realtà che spinte a 'svolgere l'attività' e non a 'compiere atti'.
    L'atto è il momento fatidico che si afferma nell'assoluto di un istante e che non ha bisogno di un prosieguo. L'attività è regolare e ripetuta nel tempo.

    Io sogno ancora gli eroi, ma dietro gli eroi cerco gli uomini.
    Per questo Gilgamesh, o almeno il mio Gilgamesh.

    Scusami se me ne sono andata un po' in là, ma mi ha ispirata moltissimo questo post in un momento in cui questo argomento è tanto presente nella mia 'attività'! :)

    Una buona serata!

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    1. Sono contento di sapere che il post ti abbia detto così tanto a dispetto della mia premessa che lo definiva orientato al maschile. Hai fatto ancora una volta un'ottima sintesi del discorso dandogli la tua impronta personale e la mia impressione è che lo strumento della scrittura ti sia in realtà altrettanto congeniale di quello del disegno.
      Grazie per lo splendido commento e buona serata (quasi notte ormai) a te!

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    2. Grazie Ivano!
      Per un po' di tempo, in effetti, mi sono dedicata alla scrittura anche se in modo embrionale diciamo e praticamente perché negli anni dell'università avevo veramente poco tempo da dedicare al disegno, ma ora come ora non sento più molto mie le parole.
      Magari riesco a liberarmi in pensieri estemporanei ed occasionali, ma se dovessi pensare alla complessità di un testo qualsiasi mi stanco già prima di iniziarlo: le parole me le sento superflue, ma ammiro e mi lascio ispirare da chi le sa usare! :D

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    3. Le stesse parole che usi a proposito della scrittura, Alessia, io potrei usarle per il disegno. Dopo averci dedicato anni (ho studiato grafica e pittura) adesso mi lascio ispirare da chi lo sa usare! :D

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  3. La tua retrospettiva sugli eroi dell'immaginario maschile è profonda e giusta, caro Ivano.
    Io sinceramente nemmeno saprei rispondere alla questione... perché ho saltato a pié pari (gusti personali) tutta la narrativa classica (sai, Zanna Bianca & co.) con gli eroi maschili, avendo come modello He-Man che è sì un eroe ma anche icona gay. Vedi tu come sto messo XD
    Illustrazioni bellissime, la prima è un capolavoro.

    Moz-

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    Risposte
    1. Se ti riferisci all'immagine di Giovanni Mana, ti consiglio di visitare il suo sito. E' un grande illustratore di libri per ragazzi e ne vedrai di immagini belle!
      Sono poi andato a curiosare su He-Man in wikipedia. Mi sembra però che in questo caso più che in quello eroico ci muoviamo nell'ambito supereroistico. Che è arrivato anche per me ma in una fase successiva a quella che descrivo in questo post. Più o meno in coincidenza dell'inizio delle scuole medie.

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    2. P.S. E' "Manna" non "Mana" come ho scritto erroneamente :P

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    3. Grazie per la dritta, corro a vedere il sito!
      Quanto a He-Man, non so se possa essere definito supereroistico, perché è mutuato dalla figura di Conan il Barbaro (tra le derivazioni primarie). Non ha a che vedere con i supereroi in senso lato, forse si colloca nel mezzo.

      Moz-

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    4. Sì, direi che è la collocazione giusta. Un po' come ho fatto io con Peter Pan, che ho collocato nel mezzo tra fiaba e avventura ;D

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    5. Esattamente. Che poi preferisco maggiormente i generi ibridi :)

      Moz-

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  4. L'eroe è una figura archetipa fondamentale, e non solo per i bimbi. C'è sempre bisogno di un eroe sul quale proiettare il proprio bisogno di vivere un'avventura che si distacchi rispetto al quotidiano.
    Personalmente da bimbo vedevo come "eroi" (nel senso più ampio del termine) anche i piloti di formula uno, e quando l' "avventura" ebbe un epilogo tragico (avevo undici quando Gilles Villeneuve morì in quel maledetto incidente) ne rimasi talmente sconvolto che smisi di seguire la formula uno. Ancora oggi mi attengo a questo principio.
    In quel momento capii che l'atto straordinario implicava realmente pericoli straordinari, ma al tempo stesso percepivo la "bellezza" (sempre in senso ampio) di una morte "eroica" e drammatica.

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    Risposte
    1. Io invece ricordo, collegata alla mia infanzia, la morte di Jim Clark nella formula 1.
      E' molto vero quel che dici sull'atto straordinario che implica pericoli straordinari e che è qualcosa che si confà all'eroe. Però mi chiedo se in molti casi, soprattutto da una certa età in poi, non sia più calzante parlare di idoli piuttosto che di eroi. Sarebbe un tema sicuramente interessante da approfondire...

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    2. Ah, beh, superata l'infanzia può subentrare il fanatismo dell'adolescenza e in seguito la ponderata ammirazione della maturità, e almeno l'adulto (se non ancora l'adolescente) sa riconoscere che lo sportivo / artista che ammira non è un eroe, ma solo un idolo. (Poi, parli con certi cinquantenni tifosi romanisti di Totti, e a sentir loro sembra che sia una via di mezzo fra Einstien, Gandhi, Galileo e Mandela... purtroppo non tutti i cervelli sviluppano allo stesso modo).

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    3. Sì, magari dopo una certa età, se il cervello o la psiche si sviluppano in un certo modo, il fanatismo scompare e rimane solo l'idolo.
      Io però non seguo lo sport e ho tutti i miei "idoli" nel settore arte/creatività. Di Totti posso solo dire che ha l'aria di una brava persona. Spero che l'apparenza non inganni. ^-^

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  5. Dunque... :D
    La fase delle fiabe con me ha avuto vita abbastanza breve: ho sempre preferito l'azione, l'avventura, la ricerca, probabilmente perché da sempre sono curiosa e desiderosa di confrontarmi con ciò che è più lontano da me (per gusto, cultura, ecc.).
    I miei eroi sono stati quelli raccontati da Verne, quelli di Viaggio al centro della terra (il film) e di Viaggio allucinante, spaziando anche per le odissee nello spazio stile Ufo Shado e Spazio 1999 :P
    Direi un tipico esempio femminile... -_-
    Ahahhahhahaha! :D

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    1. Chi può dirlo? Magari è pretestuosa la visione che vuole le bambine legata a una dimensione più domestica...

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