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The Pleasure of Pain II Extended - Da Sade a Pasolini /7: Vittime e superstiti delle Centoventi giornate




Salò è un mistero medievale, una sacra rappresentazione, molto enigmatica. Quindi non deve essere capito, guai se fosse capito. Voglio dire il film. Certo che rischio io stesso di essere capito male, ma è intrinseco al film anche questo.
(Pier Paolo Pasolini)

* * *


Avvertenza! Questo post contiene alcune foto dal contenuto violento e potenzialmente offensivo.

Nel post precedente ho messo a confronto, in una tabella, il numero complessivo dei personaggi del romanzo de Le centoventi giornate di Sodoma con quelli del film di Pier Paolo Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma. Vale la pena, adesso, fare un confronto analogo anche tra il numero delle vittime e dei superstiti al termine delle centoventi giornate. Chi sono questi superstiti e in accordo a quali logica hanno risparmiata la vita? Vediamolo, cominciando dal romanzo del Marchese de Sade.
Naturalmente sono salvi i quattro libertini organizzatori di tutto, così come è abbastanza naturale, anche se non del tutto scontato, che escano salve le quattro narratrici. Vanno poi aggiunti, tra i superstiti, i quattro fottitori principali, la figlia maggiore del Duca de Blangis e moglie del Presidente de Curval, Julie, e, per finire, le tre cuoche. Non vengono invece risparmiati i quattro fottitori secondari, le quattro vecchie guardiane dei serragli e le tre sguattere, che vanno ad aggiungersi alle sedici vittime designate dei serragli maschile e femminile e alle altre tre mogli/figlie dei libertini. Questo in risposta al "chi sono", mentre per la logica che sottostà alla loro salvezza la discriminante principale, se non unica, sembra essere rappresentata dall'eccellenza nei rispettivi campi. Sarebbe a dire che le quattro narratrici si salvano per la loro abilità nell'assolvere il loro compito di esporre i centocinquanta esempi dei rispettivi tipi di passioni, i quattro fottitori maggiori si salvano per la loro bravura nel soddisfare le brame sodomitiche dei quattro libertini, e le tre cuoche si salvano per la loro arte gastronomica, come attesta chiaramente lo stesso de Sade in due occasioni. In quanto a Julie, deve la vita all'essersi convertita, strada facendo, alla pratica del libertinaggio.
Così, quattro feroci e perversi libertini che non rispettano nessun codice morale, né tengono in alcuna considerazione il valore della vita altrui, si dimostrano tuttavia sensibili al talento e lo rispettano. Come dimostra anche il regolamento da loro promulgato alla vigilia dell'inizio delle centoventi giornate - regolamento che serve, da un lato, a disciplinare le loro stesse brame e azioni, e dall'altro, e soprattutto, a stabilire un codice di comportamento a cui i loro soggetti devono attenersi pena severe sanzioni - che così recita:
Quanto alle colpe delle novellatrici, la loro punizione verrà dimezzata rispetto a quella dei fanciulli, essendo il loro talento essenziale e dovendo sempre rispettare il talento.¹
E di nuovo l'importanza del talento è ribadita quando si tratterà, dopo la centoventesima giornata, di decidere del destino del personale della cucina.
...si decide di suppliziare le tre sguattere perché certamente ne varrà la pena, e di salvare le tre cuoche per il loro talento.²

Questa foto, come tutti gli altri scatti in bianco e nero del post, è di Deborah Imogen Beer.

Ma va anche detto che il far scempio di un numero così elevato dei loro soggetti (30 in totale) non sembrava rientrare necessariamente nei piani originali dei quattro aguzzini. Almeno a stare a quel che afferma il Duca il 31 ottobre, giorno antecedente l'inizio delle centoventi giornate, nel rivolgersi alle donne rinchiuse nel castello che ha riunite tutte insieme nella sala dei racconti:
Saranno pochi, non dubitatene, gli eccessi a cui non ci abbandoneremo: che nessuno di questi vi ripugni, offritevi senza batter ciglio, e opponete ad essi la pazienza, la rassegnazione e il coraggio. Se disgraziatamente qualcuna tra voi soccomberà all'intemperanza delle nostre passioni, che affronti coraggiosamente la propria sorte; non siamo al mondo per esistere in eterno, e quel che può accadere di più felice a una donna, è di morire giovane. Vi abbiamo letto dei regolamenti molto saggi e molto favorevoli alla vostra sicurezza e al nostro piacere; seguiteli ciecamente, ma attendetevi da noi il peggio se per sventura ci irriterete con un comportamento sgradito.³

E in effetti, alla fine di febbraio, cioè delle centoventi giornate, sono "soltanto" dieci i personaggi del romanzo hanno perduto la vita a causa degli eccessi dei quattro libertini: tre delle quattro mogli/figlie, quattro fanciulle, due fanciulli e un fottitore secondario resosi colpevole di un tentativo di rivolta. Mentre l'uccisione finale degli altri venti soggetti (tra cui le tre sguattere citate sopra) sembra dipendere dall'impossibilità di lasciare il castello nella data prevista:
Il primo marzo, vedendo che le nevi non si erano ancora sciolte, si decise di eliminare tutti i sopravvissuti, a uno a uno. Gli amici [i quattro libertini] stabiliscono nuove disposizioni per le loro camere, e decidono di dare un nastro verde a chi è destinato a tornare in Francia, purché collabori al supplizio degli altri.⁴

E' quindi possibile, anche se non certo (quell'"uno a uno" che significa un'uccisione al giorno, può anche indicare, in alternativa, che i destinati alla morte sarebbero stati uccisi tutti insieme prima della partenza), che se fosse stato possibile lasciare il castello nei tempi previsti, vi sarebbero stati più sopravvissuti. E in particolare le tre sguattere: "Le cuoche e le sguattere verranno rispettate, e se un signore infrangerà questa legge dovrà pagare una multa di mille luigi" recita infatti il regolamento.

Che a soccombere per primi per mano dei loro aguzzini siano, in genere, quei soggetti che suscitano in loro le passioni più violente (indifferentemente in senso positivo o negativo), è una delle tante specie di leggi del libertinaggio. I libertini si vendicano in tal modo dell'esser stati distolti dalla loro apatia, condizione che è una delle conquiste principali che de Sade assegna ai suoi "filosofi".⁵


Proviamo adesso a vedere come Pasolini traspone dal romanzo al suo film tutto questo discorso di condanna, punizione e salvezza. E posso solo ricollegarmi, a questo punto, al lavoro certosino di Davide Pulici che, nel 2008, in un dossier della rivista Nocturno, ha provato a mettere in ordine quel che succede nell'intricata parte finale del Girone del sangue, la parte cosiddetta "delle torture" e di colmarne i vuoti. Il suo sforzo, davvero notevole, mi permetterà così di non dovermi cimentare ex novo nell'impresa e di concentrarmi interamente sul confronto con il testo di de Sade.
Ciò detto, non si può non tener conto dell'avvertenza dello stesso Pulici contenuta nel suo più recente (2015) Il conto è chiuso: torture e morte a Salò.
Ma dire che la ricostruzione tentata [nel 2008] si è dimostrata verosimile potendo riscontrare le supposizioni con i dati sensibili, non significa sostenere che tutto quel che c’era da scoprire su questa sezione finale del film, sia stato scoperto. Che i misteri siano stati elucidati. Anzi. I grandi buchi neri, le lacune che si aprono nella tradizione di Salò e che attendono di essere colmate, restano le stesse di qualche anno fa. Come si è arrivati all’edizione del film che attualmente conosciamo? Cosa distingue la copia che venne vista a Parigi alcune settimane prima dello screening ufficiale – avvenuto il 22 novembre del 1975, a venti giorni dalla morte di Pasolini – dalle versioni successive? Chi si occupò di ridurre, aggiustare, modificare, rimontare tale versione, che fece infuriare i comunisti francesi, a quanto si sa, per ricavarne il montaggio poi vulgato? Quanto c’entrò Pasolini in questo e quanto invece fu fatto senza che il regista sapesse?

Così come non si può non tenere conto delle sue conclusioni nello stesso articolo: 
...manca soprattutto la voglia di capire come siano andate effettivamente le cose ex ante, non ex post. Perché si è sollevata un mucchio di polvere intorno alle vicende censorie del film, a quello che è successo dopo, quando il Salò che conosciamo è uscito nelle sale italiane. Ma non si sa, invece, praticamente niente di ciò che è accaduto prima, del furto durante le riprese o alla fine di esse, del primo montaggio – Tatiana Casini Morigi, la montatrice di Sordi, fu la prima ad andare in moviola ma abbandonò disgustata – della fatidica proiezione francese antecedente il 22 novembre, della versione più lunga vista nell’occasione, con molte più torture. Un director’s cut che ha fatto scendere i propri segreti nella tomba insieme al cadavere di Pier Paolo Pasolini.

La mancanza che si sente più di tutto è, in altre parole, quella di un impossibile director’s cut, la cui sola alternativa valida è forse quella progettata un tempo, ma purtroppo mai realizzata, da Giuseppe Bertolucci e ricordata anche da Pulici: utilizzare i quasi 8.000 scatti di scena di Deborah Imogen Beer per creare un fotofilm di Salò che documenti ciò che Pasolini effettivamente mise in scena.

Ecco intanto il probabile ordine originale delle quattro sessioni in cui è divisa la scena delle torture⁶, così come Pulici lo ha ricostruito sulla scorta dei dati a sua disposizione nel 2008 (i link rimandano, per chi fosse interessato alla ricostruzione dettagliata delle sessioni, ai corrispondenti articoli del dossier di Nocturno):

Prima sessione: nel ruolo di voyeur alla finestra, armato di binocolo, vi è il Duca (interpretato da Paolo Bonacelli). Mentre l'Eccellenza (il Durcet del romanzo di de Sade, interpretato da Aldo Valletti) è il sacrificatore, aiutato da quattro assistenti muniti di protesi falliche. Con lui, nel quadrato delle torture, ci sono anche il Monsignore (il Vescovo, interpretato da Giorgio Cataldi) e il Presidente (de Curval, interpretato dallo scrittore Umberto P. Quintavalle). Le quattro vittime di turno sono: Franco merli, Antonio Orlando (Tonino) e Renata Moar tra i giovani dei serragli e Susanna Redaelli (Susy) tra le figlie.


Seconda sessione: al binocolo, nel ruolo di voyeur, figura l'Eccellenza. Il sacrificatore è il Presidente. Le tre vittime dei serragli sono Faridah Malik (Fatma), Bruno Musso (Carlo), Antiniska Nemour (Antinisca). La seconda vittima tra le figlie è Tatiana Mogilanky.
Questa seconda sessione appare fuori posto, come terza e ultima, nel montaggio finale del film.

Terza sessione: alla postazione alla finestra, e al binocolo, vi è il Presidente. Il sacrificatore è il Monsignore. Le tre vittime dei serragli sono Dorit Henke (Doris), Benedetta Gaetani e Sergio Fascetti. La terza vittima tra le figlie è Giuliana Orlandi.
Questa terza sessione appare come seconda nel montaggio finale del film.

Quarta sessione: il voyeur è il Monsignore. Il sacrificatore è il Duca. Le tre vittime dei serragli sono Lamberto Book, Claudio Cicchetti e Giuliana Melis. La quarta figlia sacrificata è Liana Acquaviva.
Quest'ultima sessione è del tutto assente dal montaggio finale del film ed è ricostruibile solo sulla scorta delle foto di scena di Deborah Imogen Beer e Fabian Cevallos.

Una fase della quarta sessione delle torture, completamente assente nella versione finale del film.
(Foto: Fabian Cevallos).

Nel film vi è in ogni caso un'incongruenza. Quando il Duca fa l'elenco dei condannati al supplizio finale, i nomi da lui citati sono quindici anziché sedici: le quattro figlie Susy, Giuliana, Liana, Tatiana; i sei ragazzi di nome Sergio, Lamberto, Claudio, Carlo, Franco, Tonino; e le cinque ragazze di nome Antinisca, Renata, Doris, Fatma, Giuliana.
Manca tra i nomi quello di Benedetta (Gaetani), che pure è tra le vittime della terza sessione di torture (la seconda nel film), come conferma anche la panoramica del quadrato al termine di tutte le sessioni, con sedici corpi distesi a terra. E in effetti, cosa strana, il nome di Benedetta è anche l'unico, tra quelli delle sedici vittime, a non essere mai citato in nessun'altra parte del film sebbene appaia regolarmente nei titoli d'apertura, tra i nomi delle otto vittime di sesso femminile. Ed è, questo, un piccolo mistero che sembra destinato a rimanere tale, visto che Benedetta Gaetani non ha mai accettato di rilasciare dichiarazioni sulla sua esperienza in Salò.


In realtà, come si sarà notato, mancano anche i nomi di due altri ragazzi e due altre ragazze (dei serragli), ma in questo caso l'assenza ha una spiegazione. Dei primi, Umberto Chessari e Rino (Gaspare di Jenno) passano dalla parte dei carnefici ed entrano nel numero dei destinati a raggiungere con loro Salò, così come Graziella Aniceto tra le ragazze; mentre Eva (Olga Andreis) muore per mano dei quattro libertini dopo aver loro rivelato degli incontri clandestini tra il collaborazionista Ezio e la serva di colore (Ines Pellegrini).⁷ Umberto e Graziella, nella sequenza delle torture, figurano come testimoni impassibili a lato della scena, l'uno accanto all'altra, lui nudo e lei vestita.⁸


Più nel dettaglio, oltre a Eva, le altre vittime disseminate nella parte di film antecedente alla sequenza delle torture sono nell'ordine:
il nono ragazzo (Ferruccio Tonna) del serraglio maschile, ucciso già nell'Antinferno, mitragliato durante un suo tentativo di fuga;
la nona ragazza (senza nome) del serraglio femminile, che (forse) muore suicida tagliandosi la gola nel Girone delle manie;
il collaborazionista Ezio, ucciso insieme alla serva di colore con cui intrattiene una relazione clandestina (è lui il giovane che fa il saluto comunista prima di morire).
A questi quattro decessi va poi aggiunto il suicidio, in contemporanea con la sequenza delle torture, della pianista, che fa le veci di una delle quattro narratrici del romanzo di de Sade.

Tutta questa macabra contabilità ha naturalmente come unico scopo quello di un confronto con i numeri presentati da de Sade nel suo romanzo. E il risultato, inevitabilmente macabro anch'esso, è il seguente:

Deceduti in de Sade
Deceduti in Pasolini
0 (di 4) libertini
0 (di 4) libertini
0 (di 4) narratrici
1 (di 4) narratrici
3 (di 4) mogli/figlie dei libertini
4 (di 4) figlie dei libertini
4 (di 4) vecchie di guardia ai serragli
0 (di 4) militi
0 (di 4) fottitori principali
1 (di 4) collaborazionisti
4 (di 4) fottitori secondari
8 (di 8) ragazzi del serraglio maschile
7 (di 9) ragazzi del serraglio maschile
8 (di 8) ragazze del serraglio femminile
8 (di 9) ragazze del serraglio femminile
3 (di 6) addette al servizio del castello
1 (di 6) addette/i al servizio alla villa


Come si vede de Sade, a differenza di Pasolini, non fa sconti ai ragazzi e alle ragazze, mentre in compenso il regista non salva nessuna delle figlie dei libertini. Va comunque detto che Pasolini si rivela nel finale del suo film più sadiano dello stesso Sade, nel senso della fedeltà alla cabala del numero 4, che il Marchese sembra invece abbandonare del tutto nel finale del libro. A meno che non la si voglia rintracciare nel numero dei sopravvissuti che fanno ritorno a Parigi, che è di 16 sui 46 soggetti presenti inizialmente nel castello, rispetto ai 22 su 44 di Pasolini.


* * *

Note al testo

¹ D.A.F. de Sade, Le centoventi giornate di Sodoma. ES, 1991; pag. 55. Traduzione di Giuseppe De Col.
Ecco un esempio dei divieti stabiliti dal regolamento, tratta dalla stessa pagina:
"Il minimo accenno al riso, o la più piccola mancanza di attenzione, rispetto, di sottomissione durante le orge, sarà una delle colpe più gravi e più crudelmente punite. L'uomo colto in fragrante delitto con una donna sarà punito con la perdita di un arto, qualora non abbia ottenuto il permesso di godere di quella donna. Il sia pur minimo atto di devozione religiosa da parte di un suddito, chiunque egli sia, sarà punito con la morte."
Esiste anche un registro delle colpe in cui i quattro libertini annotano ogni mancanza in vista della sua punizione.

² Ibid., pag. 366.

³ Ibid., pag. 57.

Ibid., pag. 366.

"Giunta, come noi, alla perfezione dello stoicismo, in tale apatia sentirai nascere una moltitudine di nuovi piaceri, ben altrimenti deliziosi di quelli nei quali credi trovar la fonte nella tua funesta sensibilità.", spiega Bressac a Justine ne La nuova Justine.
Vedi anche Maurice Blanchot ne La ragione di Sade: "Si potrebbe dire che questo mondo così strano non sia costituito da individui ma da sistemi di forza con una tensione più o meno alta. Là ove si verifica un abbassamento della tensione la catastrofe diviene inevitabile."

Non solo nel montaggio finale di Salò o le 120 giornate di Sodoma, manca un'intera sessione, la quarta, ma un po' tutte le torture presenti nelle altre tre sessioni non sono mostrate per intero fino alla loro conclusione come le aveva girate Pasolini.

 Riguardo al tema delle delazioni, tema già presente nel romanzo di de Sade, così scrive Pulici: "La catena delle delazioni si dipana da Cicchetti a Graziella Aniceto – come abbiamo già detto – e culmina con Olga Andreis (Eva), che, trovata nel letto ad amoreggiare con Antiniska Nemour, per salvarsi non esita a rivelare la tresca di Ezio e della serva negra e addirittura accompagna i quattro signori sul posto, assistendo all’esecuzione dei due amanti."
E sempre secondo la ricostruzione di Pulici sulla base delle foto di Deborah Igemon Beer: "Eva veniva ammazzata sparandole nella schiena mentre correva da qualche parte (che le avessero fatto balenare la prospettiva della libertà?) verosimilmente appena dopo la sua delazione."

Le ragioni della scelta dei quattro libertini, di risparmiare determinati soggetti piuttosto che altri, non sono ben specificate da Pasolini come lo sono da de Sade. Una interessante spiegazione del possibile metodo utilizzato dal regista la offre ancora Davide Pulici nel suo ottimo articolo Salò: la personalità delle vittime.

* Nell'immagine di apertura del post: Olga Andreis (Eva, vittima) e Graziella Aniceto (superstite) in un momento del Girone delle manie.

Commenti

  1. Io veramente ti faccio i complimenti per questo - possiamo chiamarlo - dossier. Curato in maniera esemplare anche graficamente. Spero trovi la giusta indicizzazione sui motori di ricerca per favorire chi in seguito voglia interessarsi a questa tematica. Gli autori non sono semplici e sono popolari soltanto per modo di dire. anche se certi termini (es. fottitori) mi fanno un po' sorridere.

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    1. Grazie infinite per i complimenti, Ferruccio, molto graditi. Manca un ultimo post di bilancio (provvisorio), poi metterò da parte, almeno per un po' di mesi, l'argomento de Sade (e Pasolini).
      "Fottitori" è il termine effettivamente usato da de Sade per indicare questa sua particolare categoria di personaggi, che sono essenzialmente degli strumenti di piacere, dei godemichet umani come ha scritto una volta Max.

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  2. Non c'è dubbio che la mancanza di risposte dirette che si potrebbero fare su questo film (a partire da quelle del regista, che comunque anche se fosse ancora vivo magari preferirebbe glissare) lo rendono ancora più misterioso e "maledetto" per certi aspetti.

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    1. Di molti degli interpreti delle vittime si sono perse le tracce. Qualcuno, come Antonio Orlando o Sergio Fascetti, è pure morto nel frattempo. Mentre chi ha accettato di parlare, per esempio Antiniska Nemour, non ha saputo o voluto aggiungere più di tanto a quel che si sapeva. Anche perché Pasolini teneva tutti loro all'oscuro del piano generale del film, mettendoli al corrente solo volta per volta di quel che dovevano fare.
      Non credo comunque che lo stesso Pasolini si sarebbe fatto metter sotto facilmente se fosse stato vivo, e probabilmente le proteste dei comunisti francesi, e di tutti gli altri, lo avrebbero solo stimolato a fare di più.

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