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Il regno di ERB: The Greatest Adventure /1




Nota introduttiva: Il presente post non segna, come può sembrare, l'inizio di una nuova serie che va aggiungersi alle tante già in corso nel blog, ma è la diretta prosecuzione del sesto post della serie Meriem, la prima tarzanide. Mentre la sigla ERB va interpretata, per chi già non lo avesse intuito, come l'acronimo del nome dello scrittore americano Edgar Rice Burroughs (1875-1950), il celebre creatore di Tarzan, John Carter, Dejah Thoris e molti altri personaggi divenuti parte dell'immaginario collettivo. Che poi sia pure storicamente esistito, nel Galles meridionale, un "regno di Erb", dal nome di un oscuro monarca medievale vissuto nel VI secolo, questo è qualcosa di puramente incidentale.


* * *


Bill Cantey, appassionato studioso di Edgar Rice Burroughs e del suo universo narrativo, ha scritto in un articolo apparso nell'inverno 1973 sul numero 27 della fanzine The Collector, alcune parole che mi hanno fatto attraversare da un brivido, al pensiero che avrei potuto scriverle alla lettera io stesso, semplicemente parlando di me e del mio percorso di lettore cinefilo in relazione al personaggio di Tarzan. Cantey così scrive, in riferimento a se stesso:
...questo fan è stato più fortunato di tanti altri, dal momento che i film con Johnny Weismuller sono un suo amato ricordo dell'infanzia; mentre ho scoperto e mi sono goduto per la prima volta i libri di Burroughs nella prima adolescenza. Per questo recensire gli uni e gli altri sarà sempre un piacere per me.*


La vera domanda.


Il punto è, come spiega ancora Cantey, che gli appassionati dei romanzi di Tarzan hanno le convulsioni ogni volta che, al cinema o altrove, si trovano davanti all'uomo scimmia nella versione "io Tarzan, tu Jane". E probabilmente anche io e lui avremmo avuto le convulsioni, se non avessimo avuto in sorte di vedere prima i film e solo in seguito leggere i romanzi di Tarzan.
Ma devo anche aggiungere, a questo punto, che io, da sciocco adolescente alle prime armi qual ero, mi sentivo perfino un po' un privilegiato all'idea di possedere un simile segreto che pochi altri avevano, che cioè l'uomo scimmia stile "io Tarzan, tu Jane" era una pura invenzione cinematografica, lontana mille miglia dal "vero" protagonista del ciclo di romanzi di Edgar Rice Burroughs.

Ma anche i romanzi originali di Tarzan a un certo punto hanno smesso di piacermi. E non per ragioni di raggiunti limiti di età anagrafica, ma semplicemente perché, come ho accennato all'inizio di questa serie di post, da un certo momento in avanti, e precisamente dopo Tarzan e gli uomini formica, decimo romanzo del ciclo burroughsiano, hanno perso la loro dimensione di saga per diventare una successione di avventure sparse che non facevano altro che annoiarmi. Così, dopo alcuni tentativi abortiti, ho deciso semplicemente, di lasciar perdere. Del resto, lo scrittore aveva già messo in tavola gran parte delle sue specialità nei primi volumi della serie, in particolare i suoi mondi fantastici: l'antico regno perduto, e decaduto, di Opar, dove le donne per qualche motivo (utile alla trama) si erano conservate bellissime e gli uomini erano degenerati in esseri brutali dall'aspetto semi-scimmiesco; la terra nascosta nel cuore dell'Africa e pressoché inaccessibile di Pal-ul-don, dove le bellicose tribù rivali dei Waz-don e degli Ho-don si combattono eternamente in mezzo a rettili e mammiferi più o meno coincidenti con quelli della nostra preistoria; il continente di Pellucidar, nascosto al di sotto della crosta terrestre, con cui Burroughs si appropria del mito semi-scientifico della terra cava e... No, per la verità no; quest'ultimo mondo immaginario non compare in nessuno dei primi dieci romanzi di Tarzan ma solo nel tredicesimo, che è però anche il quarto romanzo del ciclo di Pellucidar. Trattasi, in altre parole, di un cross-over...




Ma perché, potreste chiedervi a questo punto, insisto su una premessa di carattere così generale in un post che dovrebbe, secondo quanto ho scritto più sopra, semplicemente riprendere e portare avanti il discorso da me sviluppato nelle prime sei parti della mia serie su Meriem?
Una risposta potrebbe essere: perché non perdo mai occasione, ogni volta che mi si presenta in questo blog, di fare un po' di autobiobibliografia.
Ma c'è anche una ragione più "tecnica": questo mio nuovo capitolo su Meriem ha a che vedere con una serie di nove comic-books che compongono un'unica lunga storia intitolata The Greatest Adventure, di cui lei è protagonista insieme a molti altri personaggi dell'universo letterario di Edgar Rice Burroughs. Questa serie a fumetti, pubblicata dalla Dynamite, si è conclusa soltanto da un paio di mesi ed è questo il principale motivo per cui il presente post non poteva vedere la luce prima di adesso.

Forse ricorderete anche, visto che ne ho accennato alcune volte in passato, che io non leggo nuovi fumetti da quasi vent'anni (a parte un'unica eccezione, risalente ormai a più di un decennio fa, di cui forse un giorno parlerò) e devo proprio dire che mi ha fatto un certo effetto trovarmi a leggere una serie nuova di zecca dopo così tanto tempo, quasi come violare un tabù. Ma una volta che mi ero assunto il compito di presentare nel mio blog tutto, ma proprio tutto, quel che ha riguardato il personaggio di Meriem nel suo secolo e passa di presenza nella cultura popolare, non potevo certo esimermi dall'andare fino in fondo.


Il primo numero di The Greatest Adventure nelle sue tre edizioni con copertine diverse.
Nella prima a sinistra, Meriem è al centro della scena, attorniata da Jason Gridley,
la coppia John Carter e Dejah Thoris, il marito Korak e il suocero Tarzan.


Ed eccomi perciò "costretto" a parlarvi di The Greatest Adventure, una serie a fumetti non priva di interesse, il cui più grande limite è, secondo me, la scarsa qualità dei disegni, incapace di elevarsi al di sopra del livello medio dei prodotti Dynamite. Mentre il suo punto di forza è, sempre secondo me, l'aver raggiunto dal punto di vista narrativo un risultato dignitoso, pur partendo da una premessa strana e rischiosa come può essere il riunire insieme, in un'unica avventura, tutti i principali personaggi e i principali mondi fantastici usciti dalla penna di Edgar Rice Burroughs.

Dico inoltre subito, prima di tornare ad allargare il discorso, che neanche questa volta il personaggio di Meriem spicca il volo, ma che anzi, a differenza di altri, non si ritaglia mai un ruolo di primo piano in tutta la vicenda, neanche in quello suo prediletto di rapita. Da qui la necessità per me, a partire da questo post, di allargare il discorso. L'unica nota potenzialmente interessante che la riguarda, è la scelta dello sceneggiatore di coinvolgerla nell'Avventura Più Grande nel doppio ruolo di medico della spedizione in camice bianco (scopriamo così che Meriem in Inghilterra si è laureata in medicina) e di tarzanide con costume intero di leopardo.




Più peso di lei nella vicenda lo hanno sicuramente altri personaggi, a cominciare da colui che si addossa il compito di narrare gli eventi in prima persona: Jason Gridley, un nome che probabilmente dirà qualcosa solo agli ultra-specialisti dell'universo letterario di Burroughs.

Jason Gridley è uno dei protagonisti dei romanzi del ciclo di Pellucidar e anche, nella finzione narrativa, un vicino di casa del loro autore, Edgar Rice Burroughs. Gridley risiede infatti a Tarzana, città fondata dal celebre scrittore nei pressi di Los Angeles. E' inoltre uno scienziato, il cui contributo più importante all'umana conoscenza è stato l'aver scoperto l'esistenza, mentre era alla ricerca di un modo per eliminare alcuni disturbi elettrici nelle trasmissioni radio, di una corrente di sottofondo nell'etere non operante in conformità a nessuna delle leggi scientifiche allora conosciute e che diverrà nota, almeno ai lettori dei romanzi di Burroughs, come "onda di Gridley".


Il nucleo originario di Tarzana, fondato da Burroughs nel 1922. Il posto diverrà poi, negli anni,
un distretto residenziale di Los Angeles, con numerose attività commerciali e turistiche collegate.


E' nel prologo di Tanar of Pellucidar, terzo romanzo del ciclo di Pellucidar, che Jason Gridely entra nell'universo narrativo di Burroughs, e lo fa attraverso un vero e proprio gioiellino di metanarrativa del quale vale senz'altro la pena citare qualcosa. E' lo stesso Burroughs qui a parlare in prima persona, mentre siede con Gridley nel laboratorio di quest'ultimo a Tarzana.

    “Lo sa, Ammiraglio,” mi disse (mi chiama Ammiraglio a causa del berretto da marinaio che indosso in spiaggia) “che quando ero bambino credevo ogni parola di quelle sue pazze storie su Marte e Pellucidar [all'epoca di questa conversazione immaginaria, Burroughs non aveva ancora dato inizio al suo ciclo di Venere]. Il mondo interno al centro della Terra era per me reale come la Sierra Nevada, la valle di San Joaquin o il Golden Gate, e mi sembrava di conoscere le città gemelle di Helium meglio di Los Angeles.
    “Non ci vedevo nulla di impossibile nel viaggio di David Innes e del vecchio Perry attraverso la crosta terrestre fino a Pellucidar. Nossignore, era tutto vangelo per me quando ero bambino.”
    “E ora che hai ventitré anni sai che non può essere vero" replicai con un sorriso.
“Non vorrà farmi credere che invece è vero?” ribatté lui, ridendo.
    “Non ho mai detto a nessuno che debba essere vero” gli risposi. “Io lascio che la gente creda quello che vuole, ma per me stesso mi riservo il diretto di fare diversamente”.
    “Ma lei sa perfettamente che sarebbe impossibile per la talpa meccanica di Perry perforare per cinquecento miglia la crosta terrestre, così come sa che non c'è nessun mondo interno popolato di strani rettili e uomini dell'età della pietra, e che non esiste nessun Imperatore di Pellucidar”. Jason si stava scaldando, ma il suo senso dell'humor gli giunse in soccorso e si mise a ridere.
    “Mi piace credere che esista una Dian la Bella” dissi.
    “Sì” assentì lui, “ma mi dispiace che lei abbia ucciso Hooja l'Astuto. Era un cattivo formidabile”.
    “Non c'è mai penuria di cattivi” gli rammentai.
    “Aiutano le ragazze a mantenere i loro figurini e il loro aspetto da scolarette”.
    “E come?” gli chiesi.
    “Con l'esercizio che gli fanno fare a essere inseguite”.
    “Mi prendi in giro” lo rimproverai. “Ma tieni a mente, per favore, che io non sono che un semplice cronista. Se le donzelle fuggono e i cattivi le inseguono io devo riportare i fatti con fedeltà”.
    “Balle!” esclamò lui, in puro inglese accademico statunitense.
    Jason si rimise le cuffie e io mi rituffai nella lettura delle pagine scritte da un antico bugiardo, che avrebbe dovuto fare una fortuna grazie alla credulità dei lettori, ma che non sembra ci sia riuscito. Sedemmo insieme così per un po' di tempo.**

E' noto come l'ironia a Burroughs non abbia mai fatto difetto, soprattutto se rivolta a se stesso, e a questo riguardo qui appare indubbiamente in gran forma. Ma ancora non si accontenta e alcune righe dopo decide di spingere oltre il suo gioco metaletterario. Immaginando che il vecchio Perry spedisca un messaggio dal centro della Terra fino al laboratorio di Gridley utilizzando l'onda di Gridley, così scrive:

    “Questo è l'Osservatorio Imperiale di Greenwich, Pellucidar; è Abner Perry che parla. Voi chi siete?”
    “Questo è il laboratorio di ricerca privato di Jason Gridley, Tarzana, California; E' Gridley che parla” replicò Jason.
    “Voglio entrare in comunicazione con Edgar Rice Burroughs; lo conosce?”.
    “E' qui seduto con me ad ascoltare” rispose Jason.
    “Dio sia ringraziato, se è la verità, ma come faccio a sapere che è vero?” domandò Perry.
    Scribacchiai in fretta un appunto a Jason: “Chiedigli se si ricorda del fuoco nella sua prima fabbrica di polvere da sparo e che l'edificio sarebbe andato distrutto se loro non avessero estinto le fiamme gettandoci sopra altra polvere da sparo?”.
    Jason prima ridacchiò leggendo l'appunto, poi lo trasmise.
    “E' stato poco gentile da parte di David [Innes] raccontare un episodio del genere” fu la replica, “ma adesso so che Burroughs deve essere per forza lì, perché solo lui può sapere di quell'incidente. Ho un lungo messaggio per lui. Siete pronto?”
    “Sì,” rispose Jason.***

In altre parole, un personaggio fittizio chiede a un personaggio fittizio suo pari una prova riguardo la verità della presenza con lui del loro creatore. Il quale utilizza, come prova, il racconto di un episodio che gli avrebbe raccontato un terzo personaggio fittizio sempre di sua creazione. Tutti artifici che oggi possono anche apparirci familiari o perfino scontati, ma non dobbiamo mai dimenticare che queste righe che abbiamo appena letto appartengono agli anni venti del Novecento. Niente male davvero per uno scrittore che nella sua vita si è sempre definito privo di qualsiasi vocazione letteraria.
Per inciso, il messaggio che Gridley e Burroughs ricevono dal centro della terra, altro non è che il resto del contenuto del libro Tanar of Pellucidar.




* * *


* Bill Cantey, The Legacy of Edgar Rice Burroughs. In: The Collector #27, Spring 1973.

**, *** Estratti da: Edgar Rice Burroughs, Tanar of Pellucidar. Prima edizione: Blue Book Magazine, March-August 1929. Traduzione mia.

L'immagine di apertura del post è: Jeffrey Catherine Jones, Pellucidar, 1998.

Commenti

  1. Grazie di cuore di tutte queste chicche!
    Ho da parte il ciclo Greatest Adventure ma non l'ho letto. Per più di due anni ho ingollato fumetti americani contemporanei a raffica, per il mio blog, e con la fine del 2017 ho sentito forte il bisogno di una pausa, anche perché a forza di trovare tutto brutto cominciavo a pensare che ero io il problema. Il crossover Tarzan-Sheena era stato deludente e la "rivestizione" di Dejah Thoris del tutto inutile: delle nuove avventure Dynamite dedicate ai personaggi di ERB ho gradito giusto "The End", con i vecchi John Carter e Dejah alle prese con loro figlio dittatore. Questo mese inizia una nuova avventura di Dejah ma già il numero zero la ritrae "young adult" quindi promette molto male...
    Non avendo letto i romanzi di ERB mi perdo u sacco di riferimenti, però lo stesso ho trovato divertenti le saghe caciarone "Tarzan vs Predator: At the Earth's Core" (dove i Predator rendono il continente nascosto terreno di caccia!) e "Tarzan on the Planet of the Apes" (sapevi per Lord Grey era figliastro di Zira e Cornelius della celebre saga filmica???)
    Insomma, da divertirsi con questi personaggi ce n'è a bizzeffe, ma certo che solo ERB riusciva ad essere così "avanti", visto che quei giochi letterari che mi hai rivelato diverranno negli anni Trenta pane per i denti degli scrittori di "Weird Tales" e similari ;-)

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    1. Rispetto alle due serie che citi, di cui conoscevo qualcosa proprio attraverso la lettura dei tuoi post introduttivi, The Greatest Adventure è molto più ortodossa. Non si sconfina mai oltre i limiti posti dallo stesso Burroughs, il che non mi dispiace affatto.
      Sbaglierò, ma da quel poco che mi cade sott'occhio, mi sembra che ormai, nel fumetto contemporaneo, si navighi alla cieca o quasi, tentando ogni strada possibile e immaginabile nella speranza di imboccare quella giusta.
      Grazie di cuore a te per l'interesse dimostrato per il post, Lucio. A presto!

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    2. Sono ben lungi dal poter dare un giudizio complessivo su quel complesso fenomeno che è il fumetto americano, ma ogni settimana sfoglio le uscite del fiume inarrestabile delle edicole/fumetterie americane e non posso che darti ragione. Se non bastasse l'iniziativa di tutte le testate di rivestire le donne - alla ricerca di un fantomatico ed ipotetico pubblico femminile, che qualcuno pensa spenderà soldi per fumetti solo se Red Sonja si coprirà le curve che mostra dal 1976! - è innegabile il tentativo di seguire le mode del momento, quando in realtà il fumetto dovrebbe anticiparle o - quando è di alta qualità - lanciarle. Invece è probabile che la crisi dei lettori abbia colpito duro anche lì e bisogna andare sul sicuro, così via ad acquistare diritti di personaggi storici (quindi già noti fra il pubblico) o di franchise cinematografici, ma il problema non è il personaggio protagonista: è la sceneggiatura, drasticamente al di sotto della sufficienza.
      Lasciando da parte i "tie in", i fumetti che escono insieme al film che di solito non meritano d'essere letti, la Dark Horse nel 1988 è riuscita a strappare alla Marvel il dominio dell'"universo espanso", acquistando diversi franchise filmici e continuando a fumetti le loro avventure. Ci è riuscita mettendo in campo ottimi sceneggiatori che hanno scritto storie splendide. Oggi la stessa casa, e le altre che la imitano, puntano tutto sul nome della testata e allo scrittore di turno fanno buttar giù una roba al volo, quasi senza importanza: poi non si stupissero se il successo d'un tempo è un lontano ricordo.
      Così abbiamo i due giganti DC/Marvel che sparano ovunque, dicendo tutto e il contrario di tutto, nel disperato tentativo di tenere in vita le loro mille testate, e una serie di case minori che invece di fare concorrenza con la qualità si mettono a rincorrere le grandi con saghe frammentate e scritte a casaccio. Totalmente inconcludenti e figlie del momento.
      Sta per uscire King Kong e il nuovo inutile Pianeta delle Scimmie? Arriva la Boom! Studios con "Kong on the Planet of the Apes": per me già il titolo è geniale, ma la storia? Dopo il primo numero ti vien voglia di picchiare lo scrittore...
      Di sicuro mancano scrittori che vogliano inventare - o peggio che abbiano qualcosa da inventare - e ci si limita all'uso di onesti impiegati della penna che scrivono a comando: il problema è che scrivono roba noiosa.
      Qualcuno ancora ci crede, Walter Hill ha scritto un meraviglioso noir spietato - recentemente portato al cinema con un filmucolo dilettantesco - e Greg Rucka dovunque scrive riesce a superare la sufficienza, ma nel complesso il mondo del fumetto non solo non sa dove andare, ma non fa nulla per andarci.
      Stiamo tutti aspettando un nuovo personaggio carismatico come Tarzan, un eroe che il suo autore sappia caricare di carisma e di miticità, che sappia aprire la via invece di brancolare nel buio. Temo però non sia più tempo d'eroi...

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    3. Condivido in toto la tua analisi, Lucio. Temo anch'io che non sia più tempo di eroi, e non è solo un modo di dire. Mettendo da parte i disegni, secondo me insufficienti, "The Greatest Adventure" funziona almeno in parte proprio perché si mantiene su binari ampiamente collaudati. Ma tolti coloro che questi binari collaudati li conoscono e li hanno amati, il restante del pubblico può davvero apprezzare una lettura del genere? Forse sì, ma mi permetto di dubitarne.

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  2. Ammetto che conosco Tarzan solo cinematograficamente e ignoravo che Burroughs avesse costruito una saga così ampia attorno al personaggio. Ignoravo anche questa sua abilità metanarrativa a giocare con se stesso come "personaggio" all'interno della propria saga.

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    1. Burroughs era un gran burlone, Ariano, e certo ci riserverà altre sorprese ;-)
      Mentre il Tarzan cinematografico è uno di quei tipici casi di tradimento totale di un personaggio nato sulle pagine dei libri. Al punto che lo stesso Burroughs si sentì in dovere di prodursi di persona due film, per mostrare come avrebbe dovuto essere trasferito su schermo il suo Tarzan.

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  3. Io ho cominciato la mia collezione di fantascienza proprio con i romanzi del ciclo di Barsoom stampati dalla Nord, ad un certo punto ho però abbandonato la serie -più o meno a metà-perché cominciavano davvero ad essere troppo ripetitivi. Ammetto però di guardare ancora con profonda simpatia ed ammirazione al vecchio ERB.

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    1. La stessa cosa vale per me, Nick. Anch'io ho abbandonato prima Tarzan e poi John Carter per lo stesso tuo motivo. Ma immutate rimangono la mia simpatia e la mia ammirazione per il grande vecchio :-)

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  4. Sono sempre più dell'avviso che dovresti scrivere un saggio su Tarzan e pubblicarlo perché sai davvero tantissime cose e sei bravissimo a raccontarle!
    Un abbraccio.

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    1. Cara Francesca, grazie per la fiducia, ma esistono senza dubbio al mondo Burroughsologi ben più adatti di me ad assolvere compiti del genere di quello che mi proponi. Ammetto però di essermi interessato all'argomento e di essermi costruito negli anni un discreto archivio documentario, almeno sufficiente ai miei bisogni ;-)
      Un abbraccio altrettanto.

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  5. Post molto interessante, sopratutto il pezzo di metanarrativa. Come detto da altri dovresti provare a scrivere un saggio sul tema.

    Personalmente conosco Tarzan solo grazie al primo libro della serie e a qualche film recente (anche perché da quello che ricordo non ci sono edizioni recenti degli altri volumi della serie).

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    1. Credo che la Mursia continui a ristampare nella sua collana di volumi rilegati e illustrati i primi quattro volumi del ciclo, fino a "Il figlio di tarzan"... almeno fino a qualche anno fa era così.

      Grazie mille per l'interesse dimostrato per il post, Long John. Ma se questo non è tempo di eroi, mi chiedo, può mai essere tempo di saggi?

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    2. Credo che l'umanità abbia da sempre bisogno di eroi.

      Qualche giorno fa a "Passato e Presente" (programma molto interessante di Rai Storia) in una puntata dedicata al cavallo di Troia hanno messo su una interessante riflessione sugli eroi occidentali, sopratutto sul fatto che fin dall'antichità all'eroe classico votato all'azione (Achille) spesso è associato un eroe più saggio e riflessivo (Ulisse) per risolvere il conflitto. Quindi possiamo dire che in tempo di eroi si associno saggi compagni, altrimenti chi dice all'eroe "te l'avevo detto che finiva male!"? :P

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    3. Uscendo dall'ambito epico, come discorso non è neanche troppo distante dalla parabola evangelica di Marta e Maria, vita attiva versus vita contemplativa.

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  6. Complimenti per questo post, pieno di chicche che non conoscevo.
    Saluti a presto.

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    1. Grazie mille per i complimenti, Cavaliere.
      E un saluto altrettanto. A presto :-)

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  7. Molto interessante questo tuo post, io conosco solo i telefilm della TV che vedevo da ragazzina su Tarzan e non conoscevo ERB e i suoi romanzi che, a quanto pare, erano del tutto diversi dalla versione televisiva stile "Io Tarzan tu Jane"

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    1. Grazie mille per l'interesse, Giulia. Il Tarzan di Edgar Rice Burroughs era in origine una miscela equilibrata di uomo civile e figlio della giungla. A Londra viveva, con il titolo ereditario di Lord Greystoke, in una lussuosa dimora di sua proprietà, in Africa in una vasta tenuta con un bungalow dotato di tutti i confort e di una ricca biblioteca. Poi, in parte nel fumetto ma soprattutto al cinema ha preso il sopravvento l'elemento selvaggio, cosa di cui Burroughs non era molto felice.

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    2. Per il mio viaggio nei primi film di Tarzan ho scoperto una grande passione del pubblico per gli animali selvaggi in video, tanto che nei primi film la figura del "re delle scimmie" è quasi una scusa per mostrare sequenze video girate in veri posti esotici. I film e i serial che inserivano inserti video di animali selvaggi - anche se non sempre amalgamati con la storia - avevano un successo travolgente che rendeva impossibile privarsene: non importava se c'era Tarzan, la Jungle Girl, il conte Zaroff che dà la cacci agli uomini o King Kong: negli anni Venti ogni scusa era buona per mostrare animali che lo spettatore non avrebbe mai visto in natura. (Senza contare la passione per la caccia grossa che noi abbiamo dimenticato ma all'epoca era di larghissimo consenso.) E la cosa è durata parecchio, infatti quando Weissmuller ha abbandonato Tarzan per diventare Jungle Jim, il suo impegno non è cambiato di una virgola: stessa espressione facciale, un tuffo a film da contratto e poi giù a parlare con gli animali, i veri padroni della scena :-D
      Ci credo che dopo un iniziale entusiasmo ERB non fosse così contento della deriva cinematografica, anche perché già Weissmuller non era un attore così sottile (sebbene con carisma) ma gli altri Tarzan erano spesso imbarazzanti, con la loro interpretazione di un demente! (Tipo Jane che chiede a Buster Crabbe "Sei tu Tarzan?" e lui fissa il vuoto tipo Verdone: non mi sembra una domanda così difficile :-D ) Preferisco gli anni Sessanta quando Tarzan diventa James Bond della giungla :-P
      Molto più dinamico e carismatico il Tarzan a fumetti, lui sì eroe e non pupazzone che si tuffa solo perché agli spettatori piace vedere un attore tuffarsi. (Weissmuller era disposto a tuffarsi ovunque, anche fuori dal set, ma la MGM aveva sempre qualcuno pronto a impedirgli di farlo! Almeno finché era sotto contratto :-P )

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    3. Per non parlare poi dell' immancabile animale da compagnia, di solito una scimmia, ma neanche sempre ^__^

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