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Trilogia delle Madri /2 - Le origini: Plutarco e Goethe




Chi è disceso fino alle Madri non ha più nulla da temere.

J.W. Goethe, Faust, II,2 

* * *

Non so quanto mi costerà rompere ciò che noi alchimisti abbiamo sempre chiamato Silentium. L'esperienza dei nostri confratelli ci ammonisce a non turbare le menti profane con la nostra sapienza. Io, Varelli, architetto in Londra, ho conosciuto "Le Tre Madri" e per loro ho creato e costruito tre dimore: una a Roma, una a New York e l'altra a Friburgo, in Germania. Solo troppo tardi scoprii che da questi tre punti esse dominano il mondo col dolore, con le lacrime e con le tenebre. Mater Suspiriorum, Madre dei Sospiri, la più anziana delle tre, abita a Friburgo. Mater Lacrimarum, Madre delle Lacrime, la più bella, governa a Roma. Mater Tenebrarum, la più giovane e la più crudele, impera su New York. E io ho costruito le loro sedi oscene, scrigni dei loro segreti. Madri, matrigne che non partoriscono la vita, sorelle, signore degli orrori della nostra umanità.
Gli uomini cadendo in errore le chiamano con un unico e tremendo nome, ma in principio tre erano le madri come tre erano le sorelle, tre le muse, tre le grazie, tre le parche, tre le furie. La terra dove le case sono costruite diviene mortifera e pestilenziale così che gli edifici intorno e a volte l'intero quartiere ne maleodorano, questa è la prima chiave per aprire il loro segreto. La seconda chiave per scoprire il venefico segreto delle tre sorelle è occultata nei sotterranei delle loro dimore, lì troverai l'immagine dell'abitante della casa, lì è la seconda chiave. La terza è sotto la suola delle tue scarpe.

A parlare, in questo suggestivo brano tratto da Inferno, secondo film della Trilogia delle Madri, è Emilio Varelli. Creando la figura di questo architetto e alchimista, e mescolandone la vicenda con alcune parti di Levana e le Madri del dolore di Thomas de Quincey (opera che ho preso in esame nel precedente post della serie), Argento erige la struttura portante della sua Trilogia.
Come ci si poteva aspettare, il regista romano si concentra soprattutto sulla funzione distruttiva delle Madri, perdendo di vista la funzione salvifica che attribuisce loro de Quincey. Non si astiene inoltre dal fare altre piccole modifiche. Mater Suspiriorum diventa, nella sceneggiatura di Argento, la più anziana delle tre, prendendo così il posto di Mater Lacrimorum che diventa, oltre che la secondogenita, anche la più bella - particolare, questo, assente nel testo di de Quincey. Solo Mater Tenebrarum rimane, come nell'originale, la più giovane e crudele (o comunque la più terribile). E tuttavia, se da una parte il Maestro toglie (e un po' anche modifica) dall'altra, come abbiamo visto, aggiunge, e le sue, come vedremo, non sono aggiunte da poco.



Ma conviene procedere per gradi. Vediamo intanto che Argento è in debito con de Quincey non solo per la descrizione delle Madri, ma anche per la similitudine tra loro e altre divinità femminili caratterizzate dall'appartenenza a una triade. Ecco cosa scrive de Quincey:
...queste dame sono i Dolori; e sono tre di numero, come tre sono le Grazie che adornano la vita dell'uomo; e tre sono le Parche, che tessono nel loro misterioso telaio il cupo arazzo della vita umana sempre con colori in parte tristi, talvolta accesi di tragico cremisi e di nero; e tre sono le Furie, che portano l'espiazione invocata dall'aldilà per gravi colpe che ancora si aggirano su questo mondo; e solo tre un tempo erano perfino le Muse, che intonano l'arpa, la tromba o il liuto al grave fardello delle appassionate creazioni dell'uomo...

Anche in questo caso la successione, in Argento, appare variata, ma le triadi sono le stesse: Muse, Parche, Grazie, Furie.
Una successione molto simile appare nell'atto primo della seconda parte del Faust di Goethe, la cui pubblicazione precede di poco più di un decennio quella del Suspiria de Profundis di de Quincey. L'araldo della corte imperiale evoca le figure della mitologia greca e appaiono allora per prime, in rapida successione, le Grazie, le Parche e le Furie. Ma quel che più interessa qui è che poco dopo, nello stesso atto dell'opera, Goethe affronta il tema delle Madri, che riemergono nella lettura occidentale dopo un lunghissimo oblio. Per trovare traccia di loro bisogna infatti risalire indietro nel tempo fino alle Vite di Plutarco e in particolare alla Vita di Marcello, che fu la fonte diretta dello stesso Goethe*.
Havvi in Sicilia una città, detta Enguio, non già grande, ma antica molto e celebre per l’apparizione di quelle che ivi chiamate son Madri, il tempio delle quali dicesi che fondato fu da’ Cretensi; e vi si mostravano alcune lance e celate di rame con le iscrizioni, altre di Merione ed altre di Ulisse, che appese le avevano in voto a quelle Dee. Essendo questa città tutta intesa a favorire i Cartaginesi, Nicia, uomo principale fra i cittadini, andavala persuadendo a voler darsi al partito de’ Romani, parlando alla coperta e con piena libertà nelle assemblee, e provando quanto mal si avvisassero coloro che erano di contrario parere. Quelli però che temevano la possanza e il credito di un tal personaggio determinavano di farlo prendere e di darlo in mano a’ Cartaginesi. Avendone pertanto Nicia avuto sentore e volendo assicurare se stesso con un occulto artifizio, cominciò a sparlare in pubblico contro quelle Madri, e molte cose cose faceva in riprovazione che teneasi intorno al loro apparire, come s’ei nol credesse e se ne facesse beffe. I suoi nemici però molto si rallegrarono, veggendo ch’egli da sé medesimo porgea loro occasion validissima di fargli quel male che essi voleano. Quando erano già per farlo prendere, trovandosi i cittadini in assemblea, mentre Nicia stesso concionava in mezzo a loro ed esortava il popolo a far non so che, lasciò tutto d’un tratto cade a terra il proprio suo corpo e, restato così un breve spazio di tempo senza far parola (essendo soliti di andar uniti lo sbalordimento e il silenzio) levò poscia il capo e, volgendolo intorno, mandava fuori una voce grave e sbigottita, alzandone e invigorendone il tuono a poco a poco, e, come vide tutto il teatro taciturno e inorridito, gittando via il pallio e stracciando la tonaca, balzò in piedi così mezzo ignudo e corse alla porta del teatro gridando che inseguito ed agitato era ei dalle Madri. Quindi non osando alcuno di toccarlo, né di opporsegli per superstizione, ma volgendosi tutti ad altra parte e dandogli luogo, corse alle porta della città senza né mandar più fuori voce alcuna, né far più verun movimento di quelli che propri sono degli invasati e de’ frenetici. La di lui moglie poi, la quale consapevole era già dell’astuzia e vi cooperava, presi i figliuoli, si prostrò prima supplichevole innanzi al tempio delle Dee, indi, facendo mostra di andar in traccia del vagante marito, uscì fuori della città con tutta sicurezza, senza venir da alcuno impedita; e in questo modo andarono a salvarsi in Siracusa presso Marcello.

Proprio perché esempio è isolato, unico in tutta l'antichità classica, e certo ignoto ai più, ho voluto citare il brano per intero. La parola M adri, come si vede, vi compare tre volte, senza però che Plutarco si addentri nello specifico riguardo la natura di queste misteriose Dee.
Il filologo André Dacier, richiamandosi anche all'autorità di Cicerone che parla di un tempio dedicato a Cibele, si spinge, nella sua traduzione delle Vite (1694), a identificare queste Madri con Cibele, Giunone e Cerere. Ma Vincenzo Natali, nella sua Storia antica della Sicilia (1843), mostra chiaramente che Cicerone è in errore e confonde questa religione delle Madri, di provenienza cretese, con il culto, a lui più familiare, della Grande Madre. Ritorneremo più avanti sulla possibile reale natura delle Madri, basti dire per ora che sebbene esse vi appaiano citate come di passaggio e in un contesto al limite del sacrilego, è con ogni probabilità a questo brano solitario di Plutarco che noi dobbiamo il loro riemergere, dopo una paziente attesa di secoli, nelle pagine di Goethe.


Nel primo atto della seconda parte del Faust, il buon dottore promette di portare al cospetto dell'Imperatore Paride e Elena, i due campioni della venustà maschile e femminile, e per farlo chiede ovviamente, in virtù del loro patto, l'aiuto di Mefistofele. Mefistofele non ha però nessuna autorità sull'inferno pagano e dirotta Faust verso le Madri:
Dee sconosciute a voi mortali, da noi malvolentieri nominate. A ricercar la loro dimora scaverai nel profondo. Colpa tua se dobbiam ricorrere ad esse.

La natura delle Madri, tanto difficile da decifrare che secondo Argento "gli uomini cadendo in errore le chiamano con un unico e tremendo nome", comincia qui, in qualche modo, a delinearsi: è difficile parlare di loro, perfino solo nominarle, e ricorrere al loro aiuto è un'ultima spiaggia, qualcosa il più possibile da evitare. Sono dee Auguste ("Sublimi" in de Quincey) ma anche terribili. Un'altra loro caratteristica sono le grandi profondità in cui dimorano. E' quindi del tutto naturale che queste figure archetipiche, dimoranti nel profondo, scelgano poi di stabilirsi, nei film della Trilogia argentiana, nelle fondamenta delle case costruite per loro da Varelli.
Ma c'è un altro importante elemento loro collegato e ricorrente: la chiave. In Goethe è Mefistofele che la consegna a Faust, in procinto di discendere fino alle Madri:
La chiave saprà scovare il giusto luogo: seguila nella sua discesa! ti guiderà alle Madri.

2 - continua 



* * *


* Goethe a Eckermann: "Non posso rivelarle altro se non di aver trovato in Plutarco che, nell'antichità greca, si parlava delle madri come di divinità. Questo soltanto devo alla tradizione, il resto è idea mia". (In: Johann Peter Eckermann, Conversazioni con Goethe II; domenica, 10 gennaio 1830. Traduzione di Ada Vigliani)

La versione del Faust qui utilizzata è quella della Nuova Universale Einaudi del 1965. Traduzione dal tedesco di Barbara Allason.

La versione del passo plutarcheo è quella di Girolamo Pompei (1772).

L'immagine in alto sotto il titolo è un particolare della locandina del film Faust di F.W. Murnau (1926)

Commenti

  1. ...e solo tre un tempo erano perfino le Muse....
    Ecco il pezzettino che mi mancava. Dario Argento, nel brano che hai riportato in apertura, nomina le Muse ma in esso si limita a dire che sono tre. In realtà appare evidente, leggendo il brano originale di Quincey, che il discorso non può limitarsi alle "Muse delle origini"… per cui scatta la confusione e, di conseguenza, la domanda “ma quanto sono le Muse”? Ricordo che quando uscì quel mio vecchio post l'amico e collega blogger Salomon Xeno provò a dare una risposta scrivendone un articolo sul suo blog. Questo è il link: davvero molto interessante!

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    1. In realtà la tripartizione pervade l'intero sistema mitologico pertinente al mondo occidentale. E anche la teologia cristiana, che in parte lo eredità, stabilisce una sorta di coincidenza tra l'uno e il tre.
      Non è neanche troppo sorprendente che tre diverse funzioni possano essere tripartite e diventare nove. Anche nell'astrologia, del resto, i segni sono 12 ma diventano 36 una volta tripartiti, e in questo caso prendono il nome di decani.

      Ho letto e commentato l'articolo di Marco. Davvero bello!

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  2. Certo che l'immagine di "tre donne" compare in diversi miti (penso alle tre parche, per dire). Chissà se hanno tutte origine da un culto comune risalente alla notte dei tempi...

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    1. Tre Parche, tre Norne, tre Moire...
      Le tre fanciulle di Jötunheimr che misero fine all'età dell'oro... forse a loro volta tripartizione di Gullveig “nata tre volte”, che gli Asi uccisero “tre volte, e vive ancora” (Edda, Voluspa, 8).

      Sul tre (e sul nove) ci sarà di che sbizzarirsi nei prossimi articoli di questa serie, Ariano ;-)

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  3. Tra qualche giorno dovrebbe uscire anche il mio secondo post "argentiano", quindi procediamo pure con la politica dei link incrociati. ;)

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    1. Volentieri, Nick. Attendo il tuo articolo sul Gatto.
      Non pensavo davvero di precederti questo mese. E' che stamani mi è preso di scrivere proprio questo post e nessun altro ;-)

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  4. Davvero non avevo mai sentito parlare di queste Tre Madri. C'è da dire che la mia cultura classica fa acqua da tutte le parti, per cui ben venga questa serie di post! Il numero tre comunque è un vero classico in moltissimi miti.

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    1. In realtà credo che l'argomento, se non fosse per i film di Argento, sarebbe noto solo ai cultori di Goethe e del Faust.
      Ma tu non ne avevi mai sentito parlare neanche in relazione ai tre film?

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    2. No, perché in realtà non seguo molto Dario Argento. ;-) Avevo invece "incontrato" la dea Cibele nel corso di una mostra temporanea al Museo Archeologico di Milano.

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  5. Adoro questi viaggi mitico-letterari attraverso autori lontani nel tempo e nello spazio: davvero complimenti. E accidenti che commenti pertinenti e informati che ti lasciano: mi spiace non saper fare altrettanto :-P

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    1. Grazie dei complimenti, Lucio. Dopotutto ognuno ha le sue specializzazioni e trovo normale che non si possano lasciare commenti informati in ogni sede ^_^

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  6. Fantastico Ivano, sempre meglio. E probabile che la scelta di Argento in merito alla Madre Lacrimarum, sia legata alla sua visione di una Roma bellissima ma decadente e malvagia. Non è da sottovalutare il contesto sociale che vede la nascita delle sceneggiature. I riferimenti mitologici e la "letteratura totale" di Goethe ben si prestano per la rappresentazione planetaria dell'azione mefitica delle tre madri, opinione personale bada bene, opinabile e discutibile. Bellissimo Ivano, interessantissimo articolo.

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    1. Mi sa che stavolta ti sei allargato troppo Massimiliano... "Bellissimo" lo sono stato solo fino a una certà età, ormai perduta nella corrente del tempo :D
      Chiarito questo, posso solo ringraziarti per il costante apprezzamento che mi dimostri ogni volta.
      La mia idea è che Argento non avesse le idee troppo chiare all'inizio sul come portare avanti la sua Trilogia. Se noti bene, la parte teorica sulle Madri è quasi assente nel primo film, Suspiria e quasi tutta "rimandata" al secondo, Inferno. La tua tesi può in ogni caso avere una sua fondatezza, perché credo che Argento abbia un legame particolare con la città di Roma.
      In quanto al discorso su Goethe, e più in generale sulle origini della Trilogia, è ancora lontano dall'essere esaurito... e riserverà ancora delle sorprese ^_-

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    2. Hahahaha, vedi, l'anima dell'editor che c'è in te colpisce sempre. Mannaggia alla punteggiatura.

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  7. Risposta collettiva. Ho rimediato stamani a tre refusi presenti nel post (spero non ce ne siano altri). Faccio ammenda perché sono il primo a lamentarmene quando li incontro altrove :P

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  8. Volevo dire proprio quello che hai detto a Massimiliano e cioè che l'introduzione delle madri con la giustificazione della loro esistenza appare nel secondo film di Argento e non nel primo, come sarebbe stato ovvio per aprire la trilogia.
    Non conoscevo la provenienza storico-mitologica di queste figure: mi sto facendo una cultura... quasi mi torna la voglia di rivedere i film del regista horror! :)

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    1. Certi film possono davvero rivelarsi scatole magiche pieni di scomparti segreti... Come dicevo sopra, abbiamo appena iniziato ad aprirli *__*

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  9. @Marina, vero, ma proprio perché il secondo è dell'80 che ho pensato a quel tipo di associazione, anni tremendi quelli a cavallo, noi che non siamo più giovanissimi ricordiamo bene.

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    1. Chissà, forse Argento ha spiegato da qualche parte il perché della modifica. Io leggo pochissima critica cinematografica, perché mi piace indagare i film con la visuale il più possibile sgombra.

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    2. Non è sbagliato, anche io. Oltretutto certe critiche cinematografiche dei "mestieranti" sono così supponenti che oltre che tediose danno proprio fastidio. Visuale sgombra e via.

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  10. Argomenti che mi affascinano e dei quali so ben poco *__* E mi vien voglia di recuperare i libri che citi!
    Sono molto curiosa su ciò che scriverai a proposito della numerologia...

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    1. La numerologia? Ho in mente qualcosa di molto particolare, ma non è detto che sia la cosa più appropriata. Vedrò sul momento...

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