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Ritrovare la propria voce nella scrittura: Sei pastiches di Proust, una lettera di Artaud e un aneddoto




Marcel Proust sentì a un certo punto della sua attività di scrittore, alle soglie del grande compito della Recherche, l’esigenza di ritrovare la propria voce, liberandola dall’influsso di quei grandi della letteratura che più degli altri si erano intrufolati nella sua scrittura, alterandola. Per imparare a riconoscere lo stile, e quindi i vizi, di ognuno di loro e limitarne i danni, scelse la via paradossale dell'imitazione e confezionò una dozzina di Pastiches - imitazioni letterarie, appunto - tutte incardinate su un unico tema: un caso di cronaca guidiziaria, svoltosi tra la fine del 1907 e l'inizio del 1908, conosciuto come “Caso Lemoine”. Lui stesso ne dette un riassunto all’inizio di Pastiches et mélanges - raccolta di suoi testi brevi, compilata su richiesta dell’editore Gaston Gallimard e pubblicata nel 1919 per i tipi della Nouvelle Revue Française:
Forse ci si è dimenticati, dopo dieci anni, che Lemoine, avendo falsamente preteso di aver scoperto il segreto di fabbricare diamanti e avendo ricevuto, per tale motivo, oltre un milione dal presidente della De Beers, Sir Julius Werner, fu da lui medesimo denunciato e condannato, il 6 Luglio 1909, a sei anni di carcere. Questo insignificante caso di cronaca giudiziaria, ma che appassionò a quel tempo l’opinione pubblica, fu da me scelto una sera, di fatto per caso, come tema per una serie di brani dove cerco di imitare lo stile di un certo numero di scrittori. Benché offrendo anche una minima spiegazione su dei pastiches si rischi di diminuirne l’effetto, ricordo, per evitare di offendere qualsiasi legittimo amor proprio, che si presume qui che lo scrittore imitato parli non solo secondo la propria mentalità, ma anche secondo il linguaggio del suo tempo. In Saint-Simon, per esempio, le parole buon uomo, buona donna, non hanno nulla del senso familiare e rassicurante che hanno oggi. Nelle sue Memorie, Saint-Simon è solito denominare “buonuomo Chaulnes” il Duca di Chaulnes da lui tanto rispettato, e lo stesso fa con molti altri.

I nove pastiches (su dodici) che entrarono a far parte della raccolta furono scritti a imitazione di Honoré de Balzac, Gustave Flaubert, Charles Augustine de Sainte-Beuve, Henri de Régnier, Jules Michelet, Émile Faguet, Ernest Renan, o così come avrebbero potuto apparire sul Journal di Edmond e Jules de Goncourt, o nelle Mémoires di Saint-Simon.
Altri tre pastiches della stessa serie – a imitazione di Chateaubriand, e Maeterlinck, più una seconda imitazione di Sainte-Beuve - non trovarono posto nella raccolta del 1919, ma solo in raccolte postume.

Il problema delle interferenze esterne nella propria scrittura è tuttavia più ampio di quello dovuto alle influenze dello stile di qualcun altro. Ci sono in agguato altri rischi, come, per esempio, quello evocato da Antonin Artaud nella sua Lettera su Lautréamont, di diventare “imbuti del pensiero di tutti”. Con la radicalità e la violenza di linguaggio che lo contraddistinguevano, Artaud creò una specie di lista di buoni e cattivi, separati come su due metà di una lavagna in base all'adesione alla "propria individualità intrinseca" invece che al sentire comune. Ecco cosa scrisse esattamente:
Ed è così che Isidore Ducasse [conte di Lautréamont] è morto di rabbia, per aver voluto, come Edgar Poe, Nietzsche, Baudelaire e Gérard de Nerval, conservare la propria individualità intrinseca, invece di diventare, come Victor Hugo, Lamartine, Musset, Blaise Pascal, o Chateaubriand, l’imbuto del pensiero di tutti. ¹
Curiosamente, con la sola eccezione di Gérard de Nerval, ho frequentato a lungo, e continuo a frequentare, i "buoni", mentre non mi sono mai interessato di nessuno dei "cattivi". Che sia stato un misterioso istinto artaudiano a guidarmi, in passato, nei miei percorsi letterari?

Ma - sempre a proposito di imbuti - conservo anche, tra gli aneddoti della mia vita, un piccolo ma significativo episodio di cui sono stato testimone oltre trent’anni fa, nel 1981, quando facevo parte di una compagnia di amici dediti, fra le altre cose, alla lettura dei libri di Carlos Castaneda. Una volta che ci trovavamo in un bosco, alcuni di noi, una delle ragazze indicò qualcosa tra la vegetazione, ad alcuni metri di distanza da noi. Tutti guardammo nella direzione indicata, ma non sembrava esservi nulla di speciale da vedere, solo un grosso ramo caduto.
«Quel ramo» spiegò lei, in risposta alla nostra perplessità, «quando l’ho guardato la prima volta mi è apparso come un animale, non come il pezzo di legno che è adesso».
Mi aspettavo così che si sarebbe messa a ridere e a rimproverarsi di essere vittima di allucinazioni o qualcosa del genere, ma in realtà se ne uscì con una dichiarazione che mi lasciò interdetto.
«Deve trattarsi di uno di quegli esseri di cui parla Castaneda che possono tramutarsi da animali a piante e viceversa» concluse candidamente, riferendosi a un episodio contenuto nel terzo volume della saga castanediana, Viaggio a Ixtlan.

Accogliere, come imbuti, idee o descrizioni della realtà pensate da altri, e usarle, magari in buona fede come in questo caso. Io, in quell'occasione, inorridii, ma sopratutto perché vidi me stesso riflesso in quella situazione come in uno specchio. Inorridii cioè, più che altro della mia stessa "imbutaggine". E chissà se Proust non provò a sua volta un brivido di orrore - lui che considerava l'individualità il più prezioso dei tesori - nel vedere uscire dalla propria mano frasi che sembravano come scritte da altri.

* * *

Questo post avrebbe anche potuto, o forse dovuto, finire qui, ma potevo io esimermi dal pasticciare con i "pasticci" di Proust? Sì, ma anche no. Ecco così, qui di seguito, la serie dei miei tentativi di traduzione dal francese degli incipit di alcuni Pastiches proustiani (per l'esattezza dei primi sei dei nove compresi in Pastiches et Mélanges). Spero vi risultino una lettura utile e gradita, e se dovesse anche risultare che ho avuto successo nel rendere in italiano lo stile di ciascuno dei sei maestri, non avrei davvero di che lamentarmi del non indifferente sforzo profuso.


Pastiche 1. IN UN ROMANZO DI BALZAC

In uno degli ultimi mesi dell'anno 1907, a uno di quei ricevimenti della marchesa d'Espard dove faceva ressa allora l'élite della nobiltà parigina (la più elegante d'Europa, a dire di M. de Talleyrand, questo Ruggero Bacone dell'organismo sociale, che fu vescovo e principe di Benevento), de Marsay e Rastignac, il conte Félix de Vandenesse, i duchi de Rhétoré e de Grandlieu, il conte Adam Laginski, Me Octave de Camps, Lord Dudley, facevano cerchio intorno a Mme la principessa di Cadignan, senza per questo risvegliare la gelosia della marchesa. Non è in effetti uno dei segni di grandezza della padrona di casa - questa carmelitana della riuscita mondana - ch’ella debba immolare la sua vanità, il suo orgoglio, il suo amor proprio, alla necessità di crearsi un salotto nel quale siano talvolta i suoi rivali l’ornamento più appariscente? Non è lei in questo l’eguale di una santa? E non merita la sua parte, da lei a così caro prezzo acquistata, di paradiso sociale?


Pastiche 2. IL CASO LEMOINE DI GUSTAVE FLAUBERT

Il caldo si fa soffocante, una campana suona, delle colombe si alzano in volo, e, dopo che le finestre sono state chiuse per ordine del presidente della corte, un odore di polvere si diffonde nella stanza. Egli era vecchio, con una faccia da clown, un vestito troppo stretto per la sua stazza, e delle pretese di spirito; e i suoi favoriti pareggiati, macchiati da tracce di tabacco, conferivano all'insieme della sua figura un che di decorativo e di volgare. Con il prolungarsi della pausa dell'udienza, nascono delle amicizie; per dar vita a una conversazione, i maligni si lamentano a voce alta della mancanza d'aria, e, dopo che qualcuno ha detto di aver riconosciuto il ministro degli interni in un signore che ha lasciato la stanza, un reazionario sospira: "Povera Francia!".


Pastiche 3. CRITICA DEL ROMANZO DI M. GUSTAVE FLAUBERT SUL CASO LEMOINE DI SAINTE-BEUVE SUL SUO FEUILLETON DU CONSTITUTIONNEL

Il caso Lemoine... di M. Gustave Flaubert!
Sopratutto subito dopo Salammbô, il titolo ha provocato una generale sorpresa. Che cosa? L'autore ha approntato il suo cavalletto in piena Parigi, nel Palazzo di Giustizia, proprio nella stanza della corte d'appello... si crede ancora di essere a Cartagine! M. Flaubert - stimabile in questo per la sua velleità e predilezione - non è uno di quegli scrittori che Marziale ha così finemente ridicolizzato e che, passati maestri nel loro campo, o come tali considerati, lì stazionano, e si fortificano, preoccupati prima di tutto di non offrire spazio alle critiche, di non esporre mai nelle loro manovre più di un fianco alla volta.


Pastiche 4. DI HENRI DE RÉGNIER

Il diamante mi piace poco. Io non trovo che in esso via sia della bellezza. Quel poco che ne aggiunge ai volti è meno un suo effetto che un riflesso di quella a loro propria. Non ha né la trasparenza marina dello smeraldo, né l'azzurro illimitato dello zaffiro. Io gli preferisco la fulva lucentezza del topazio, ma sopratutto la magia crepuscolare degli opali. Essi sono emblematici e a due facce. Se la luce lunare irradia una metà della loro faccia, l'altra metà sembra intinta dei fuochi rosa e verde del tramonto. Non siamo attratti tanto dai colori che ci manifestano, quanto piuttosto toccati dal sogno che instillano in noi. A chi al di fuori di se stesso non sa incontrare che la forma del suo destino, essi gli mostrano un volto altro e tacito.


Pastiche 5. NEL JOURNAL DES GONCOURT

21 dicembre 1907.
Cena con Lucien Daudet, che parla con un tocco di verve umoristica dei favolosi diamanti visti sulle spalle di Mme X..., diamanti definiti da Lucien in un linguaggio davvero piacevole, parola mia, sempre artista nelle sue annotazioni, che rivelano attraverso la saporita scelta degli epiteti lo scrittore sotto ogni aspetto superiore, come una pietra malgrado tutto borghese, un po’ insipida, in nessun modo paragonabile, per esempio, allo smeraldo o al rubino. E per dessert, Lucien ci ha gettato in faccia quel che Lefebvre de Béhaine gli ha riferito quella sera, a lui Lucien, e contro l'opinione sostenuta da quell’affascinante donna che è Mme de Nadaillac, che un certo Lemoine aveva scoperto il segreto della fabbricazione dei diamanti.


Pastiche 6. IL CASO LEMOINE DI MICHELET

Il diamante, lui, può essere estratto a delle profondità insolite (1300 metri). Per portare alle luce la più brillante delle pietre, la sola che possa sostenere l'ardore degli occhi di una donna (in Afghanistan il diamante è chiamato "occhio di fuoco") bisogna discendere senza fine nel regno delle ombre. Quante volte Orfeo si perderà prima di ricondurre alla luce del giorno Euridice! Eppure non ci dobbiamo scoraggiare. Se il cuore si fa debole, là c'è la pietra che, con l'intenso chiarore della sua luce, sembra dire: "Coraggio, ancora un colpo di piccone, e sono da te".  Un'esitazione, del resto, ed è la fine. Non c'è salvezza che nella rapidità. Atroce dilemma. Per risolverlo si sono sprecate intere esistenze nel medioevo. Con più asprezza si è riproposto agli inizi del XX secolo (Dicembre 1907-gennaio 1908). Un giorno vi racconterò dello straordinario Caso Lemoine, del quale nessun contemporaneo sospettò l'importanza...


¹ Lettera su Lautréamont. In: Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara e altri scritti, a cura di H.J. Maxwell e C. Rugafiori, Adelphi 1966).

* * *

L'immagine in alto sotto il titolo è A Whispering Voice Among a Sea of Silence by Ric Nagualero (Detail)

Commenti

  1. Interessante post, a proposito dell'essere l'imbuto del pensiero di tutti penso che attualmente capiti spesso. Quante volte sentiamo espressioni che entrano nel linguaggio corrente, citazioni spesso derivanti dalla TV piuttosto che dai libri. Mantenere una propria originalità è impresa ardua con tante contaminazioni, oggi più che mai.

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    1. Grazie dell'interesse, Giulia.
      Secondo me non si tratta però di azzerare le influenze, cosa impossibile e penso anche dannosa, ma solo di non limitarsi a fare i pappagalli. E pure le citazioni, finché sono citazioni, per me sono le benvenute.

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  2. Divertente l'esperimento! :D Non sono in grado di giudicare con precisione i vari esiti, ma bravo Ivano!
    Non so, a me l'imbutaggine non scandalizza se non è voluta. Le ispirazioni vengono anche dall'esterno e non penso sia un limite essere stimolati da qualcosa o qualcuno che ci piace e che ammiriamo. Anche perché talvolta quello che si fa passare per originalità è un atteggiamento altrettanto forzato, che finisce per essere molto simile a ciò che si rifugge.

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    1. Non conosco de Nerval, ma Lautréamont, Poe, Baudelaire e Nietzsche hanno tutti avuto pensieri molto originali, e penso che Artaud abbia voluto sottolineare questo.
      L'esperimento è stato divertente anche per me, sebbene impegnativo. Gli stili di scrittura erano davvero tutti molto particolari, niente a che vedere con l'attuale uniformità di stile figlia delle scuole di scrittura creativa.

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    2. Sono completamente d'accordo. Si osa poco oggi, come tendenza generale. Probabilmente si cerca di colmare lacune personali con rigidità da manuale. Però il talento non sta lì, quella dei manuali può essere una necessità tecnica, ma di base. Assai di base :D

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  3. Credo che il concetto di "imbuto" sia l'essenza stessa della formazione di ognuno, non ci vedo una valenza negativa sino a che non è un semplice raccogliere esperienze, immagini e sensazioni altrui senza costruire ciò che è personalissimo e costruttivo della personalità dei singoli. Ne abbiamo già parlato, siamo un misto di cultura e tradizioni, di memoria ancestrale, di esperienze e di conoscenze, tutto ciò influisce nel nostro parlare, scrivere, addirittura pensare. Il gap da superare è quello dell'accettazione passiva di tutto ciò. il passo successivo è creare, alle volte inconsapevolmente, uno stile personale. Quello ancora successivo è raccogliere il tutto e inventare nuovi percorsi, ma ciò attiene al genio, a coloro che hanno la fortuna di vedere la multiformità delle cose non attraverso lenti focali che migliorano la vista ma attraverso un prisma che frammenta ulteriormente la realtà rivelando orizzonti impensati. Al contrario, forse, bisognerebbe diventare metaforicamente ciechi di fronte ai fatti della vita e forti dei percorsi intrapresi, vedere soltanto quello che è dentro di noi. Spettacolare il momento in cui si decide di riacquistare la visuale sul mondo. Boh, non lo so, divagazioni.

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    1. Divagazioni molto appropriate, direi, Massimiliano. Del resto, i tuoi commenti si rivelano spesso più esaurienti e profondi di tanti dei post in circolazione nei vari blog.

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  4. Sono d'accordo con Massimiliano.
    Noi siamo la somma di tantissime cose, situazioni, stati d'animo, esperienze, letture. Da tutto questo però dobbiamo nascere "noi". Noi come individui a sè stanti, capaci di tirar fuori quanto di nostro abbiamo scoperto leggendo e imparando dagli altri.
    La copiatura è arma a doppio taglio, VA bene finchè nessuno se ne intaglia ma nel momento in cui viene fuori... siamo fuori anche noi!

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    1. E' anche vero, tuttavia, che sommando insieme la ripetitività delle situazioni della vita è facile incorrere in finte copiature, che sono in realtà delle coincidenze di idee. Ovviamente il senso di questo post è di mettere l'accento su un certo tipo di discorso anche a scapito di altre considerazioni. Tocca a ognuno di noi di trarre le sue conclusioni.
      "Nessuno se ne intaglia" è un modo di dire che dalle mie parti non esiste ^^

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    2. Indubbio!
      A volte le esperienze sono molto simili e si possono provare e quindi descrivere gli stessi stati d'animo in un modo apparentemente uguale. Apparentemente, non completamente.

      ps Non conosci nessuno se ne intaglia???? Ma che lingua parlate voi fiorentini?????? ahahahahahahhahaha
      ops! Scusa! :*)

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    3. A questo proposito, un giorno racconterò una serie di coincidenze davvero al limite dell'assurdo legate al mio romanzo. ^^

      Noi fiorentini parliamo una lingua molto musicale. Ecco un esempio di dialogo:
      "Sa a di' d'anda'?
      "Tu m'ha a di' 'ndo'".

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    4. Ah... Dante insegna!!!!

      A proposito di romanzo... lo sai che mi sento orfana?????

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    5. Capisco, mi sento orfano anch'io. Ma sto attraversando davvero un periodo movimentato. Basti pensare che siamo quasi a metà mese e per ora ho pubblicato un solo vero post (l'altro è una segnalazione). Una specie di record in negativo per il mio blog.

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    6. Ho visto!
      Guarda che la mia era una battuta. Ci sono momenti in cui non si riesce a prendere fiato.Altro che scrivere!
      Ti rifarai! Noi aspettiamo!

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  5. Caro Ivano, ora ho capito il senso vero del tuo intervento nel mio scorso post. È indubbio che uno stile di scrittura debba essere unico, in fondo è così che riconosciamo la bontà di certe opere rispetto ad altre, e che le scuole di scrittura creativa tendano a insegnare regolette che poi devono, tuttavia, essere ben applicate per risultare efficaci, che per me significa personalizzarle e vestirle di una voce propria. Non mi dispiace l'immagine dell'imbuto per semplificare la necessità delle contaminazioni nel nostro modo di essere che poi diventa scrittura: per capire cosa vogliamo dire e in che modo, è giusto attraversare i pensieri e le parole di chi ha già detto e lo ha fatto nel modo giusto.

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    1. Per come la penso io, cara Marina, chi applica regole e metodi di scrittura pensati da altri (con quale autorità poi? Laurea in lettere? Libri pubblicati? Nobel per la letteratura? Non significa nulla) è come se corresse verso il traguardo portandosi dietro una grossa pietra. Prima se ne libera e prima ricomincia a guadagnare terreno.

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  6. Se si imita difficilmente si potrà essere dei grandi, in qualsiasi forma d'arte. Va bene apprendere e ascoltare ma poi mettiamoci il nostro. Cose dette anche da Hemingway, Faulkner, Kerouac. Proust forse poteva permettersi di farlo.

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    1. Ma Proust ha imitato proprio allo scopo di prevenire sue imitazioni inconsapevoli di stili altrui. E' una specie di rito sacrificale in cui ha sacrificato i suoi maestri per riconquistare la propria unicità.

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    2. Immagino.la mia era più una considerazione istintiva!

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  7. Sei comunque spaventoso per i post che metti in piedi

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    1. Grazie mille Ferruccio! Farò il possibile per continuare a spaventarvi ^_^

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  8. Quand'ero al primo anno di liceo e recitavo a teatro, portammo in scena una cosa simile: la fiaba di Cenerentola in pastiches come se l'avessero scritta i grandi del teatro, dai tragici greci, a Goldoni, Feydeau, Brecht, Beckett, Garinei e Giovannini...

    Il caso del tuo amico mi sembra invece avere una certa somiglianza con quello che in psicologia sociale viene chiamato "effetto Pigmalione", ovvero un uniformarsi a un modello comportamentale preconfezionato, in questo caso l'uniformarsi alle teorie di Castaneda nei suoi libri.

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    1. Grande! I pastiches dovrebbero entrare di diritto nei programmi scolastici, sarebbe il modo migliore per educare alla scrittura...

      Effetto Pigmalione? Interessante a sapersi, ma non capisco il collegamento. Pigmalione si era innamorato di una sua statua a causa di Afrodite che voleva punirlo perché non ne voleva sapere di dedicarsi alle arti amatorie...

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    2. No, aspetta! Quello che citi è il mito di Galatea e Pigmalioone.
      In psicologia si definisce "effetto Pigmalione" l'uniformarsi a un modello di comportamento preconfezionato, stereotipato, che viene imposto da altri.
      Intendevo dire che mi ricordava questa cosa perchè il tuo amico si è lasciato influenzare dalla lettura di Castaneda a tal punto da vedere le cose come le avrebbe interpretate Castaneda e che si aspettasse che tutti voi vi uniformaste allo stesso modo di vedere.

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    3. Sì, appunto per quello non capivo, perché pensavo che il termine Pigmalione fosse stato preso in prestito dal mito. Non so di fonti alternative sull'origine del nome e del concetto collegato, ma è sicuramente da addebitarsi alla mia ignoranza.

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