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Sull'equivoco del Nirvana [Facebook]




Ho deciso, per ravvivare un poco la vita del blog, di cominciare da oggi a riportare qui alcuni dei miei interventi su Facebook che meglio si prestano allo scopo. Questo mio "stato" - che chi mi segue anche su faccialibro, ha forse già letto - trae ispirazione da uno scritto di uno dei massimi ambasciatori del Pensiero tradizionale, da me citato su un blog che non è importante nominare qui, ed esprime dubbi sulla validità di un certo modo,"popolare" si potrebbe dire, di intendere il Nirvana, traguardo della vita spirituale nel Buddhismo e altre religioni orientali. Buona lettura!


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SULL'EQUIVOCO DEL NIRVANA

Mi capita spesso di trovare contrapposti tra loro, in certi blog che trattano o sfiorano anche argomenti di carattere religioso, Cristianesimo e Buddhismo, in un agone di presunta dicotomia inconciliabile al riguardo della "realizzazione ultima". Per quel che mi riguarda, penso che tutto ciò dipenda da un equivoco, che dipende a sua volta, tutto o in massima parte, dalla concezione più diffusa, ed errata, dell'idea di "Nirvana".
In verità, se di differenza si può parlare, questa si riduce tutta a una questione di accenti: il Cristianesimo pone l'accento sulla dimensione puramente qualitativa, il Buddhismo su quella puramente quantitativa. Ed è una differenza, in ultima analisi, solo apparente, come si può capire leggendo, per esempio, le parole di René Guénon ne Il regno della quantità e i segni dei tempi, nella parte del libro dedicata al doppio senso dell'anonimato:
Abbiamo detto che l'individuo si perde nella "massa", o che per lo meno tende sempre di più a perdervisi; questa "confusione" nella molteplicità quantitativa corrisponde - per inversione - alla "fusione" nell'unità principiale. In quest'ultima l'essere possiede tutta la pienezza delle sue possibilità "trasformate", cosicché si può dire che la distinzione, intesa in senso qualitativo, vi è spinta al massimo grado, pur essendo contemporaneamente sparita qualsiasi separazione.

Mi sembra molto chiaro: nel Nirvana sussiste sì un annientamento, ma dal punto di vista quantitativo, mentre dal punto qualitativo, cioè di espressione del proprio potenziale, l'essere raggiunge il massimo di DISTINZIONE possibile.
Guénon si richiama inoltre, per una chiarificazione ulteriore, alla celebre massima di Meister Eckhart: "Fuso, ma non confuso", che A.K. Coomaraswamy mette in relazione con il termine sanscrito bhedabheda: "distinzione senza differenza".


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La citazione al centro del post è tratta, come ho scritto, dall'opera di René Guénon, Il regno della quantità e i segni dei tempi (1945). Questo che segue è il testo della quarta di copertina dell'edizione italiana, pubblicata da Adelphi nel 1982.


 

A distanza di quasi vent’anni dalla Crisi del mondo moderno, e nello stesso anno in cui si chiudeva la seconda guerra mondiale, René Guénon spediva a Parigi, dal suo ritiro in Egitto, il testo del Regno della Quantità. Con quest’opera egli dava una formulazione definitiva alla sua critica del mondo moderno, svelandone questa volta tutto il ricco fondo «dottrinale». Mentre i critici della cultura, anche i più radicali, che si sono susseguiti sulla scena europea a partire dalla prima rivoluzione industriale, hanno sempre mantenuto numerosi legami – volendo o non volendo – con l’oggetto che attaccavano, Guénon è l’unico ad aver rescisso dall’inizio tutti quei legami e ad aver descritto il mondo occidentale come contemplando, da una remota distanza, la terra dove «il frutto maturo cade ai piedi dell’albero». Con la sua prosa limpida, netta, da geometra cosmico, Guénon risale qui alle categorie teoriche e storiche da cui discende la civiltà moderna: quantità e qualità, nomadismo e sedentarismo, tempo lineare e tempo ciclico, sfera e cubo, unità e semplicità, misura e manifestazione. Dopo aver commentato e illuminato i «simboli fondamentali» in tanti suoi scritti, Guénon ci mostra qui gli stessi simboli nelle loro metamorfosi storiche, via via che, nello scorrere dei cicli, muta la visione di essi. Ci appare così una linea di sviluppo del mondo moderno tracciata sui presupposti di un sapere primordiale e «principiale», che tale mondo è nato appunto per rifiutare, con le conseguenze che Guénon qui descrive con inarrivata lucidità. Non si tratta, comunque, per Guénon, di criticare il «progresso» o l’«ugualitarismo» o il «razionalismo» o qualsiasi altra delle manifestazioni peculiarmente moderne – impresa che per altro egli compie, a titolo di esemplificazione, giungendo a risultati devastanti. Ben più urgente è per lui leggere ogni volta in quelle manifestazioni altrettanti «segni dei tempi», altrettanti sintomi di un processo immenso, le cui articolazioni sono tanto più segrete in quanto quel processo stesso nel suo insieme è mosso appunto dall’«odio per il segreto». L’analisi di Guénon, come si distanziava da ogni altra nei presupposti, finisce così per essere altrettanto solitaria nelle conclusioni – e nulla ha da spartire con le tante deprecazioni «spiritualistiche» dell’empio mondo moderno. Per una cultura come quella di oggi, che ricorre brancolando a tanti argomenti usati da Guénon senza conoscerne l’origine, questo libro è l’occasione per confrontarsi finalmente con una figura e con un pensiero che, sia per chi lo segue sia per chi lo avversa, rimangono essenziali.

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