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Et in Arcadia ego (Solve et Coagula - Nota al capitolo 5 /1)




La parte di Solve et Coagula che si è appena conclusa è l'ultima formata tutta di post apparsi in precedenza sul Dedalo delle storie di Romina Tamerici. I rimanenti quattro costituiranno l'inizio del sesto capitolo della storia. Dopodiché dovrò cominciare a produrre nuove pagine. Non so se vi riuscirò allo stesso ritmo frenetico di un tempo, ma di sicuro seguirò le stesse regole: schegge di circa 500 parole, affidate alla quasi totale improvvisazione e postate lo stesso giorno o al massimo il giorno successivo alla stesura.

Premesso questo, veniamo adesso allo specifico di questa nota, cioè all'analisi del capitolo 5, che ho aperto con una riflessione di Luisa che, per la prima volta in due anni, ha come la sensazione di comprendere qualcosa di Alessandra e del suo mondo. E si chiede se la sua misteriosa inquilina non sia ancora partecipe, almeno in una certa misura, di qualcosa che lei ha invece perduto. O che le è stato sottratto.

Ripropongo qui, ai fini di questa nota, una parte di Pagina 52:
...si immaginò all’improvviso riflessa in Alessandra come in uno specchio, ma l’immagine che vedeva non era quella di lei nel presente bensì di lei come poteva essere stata, per esempio, ai tempi in cui ascoltava sua nonna raccontarle la storia di Zio Lupo.
Aveva infatti la certezza di aver vissuto anche lei, allora, come in un mondo separato; separato in primo luogo dalle vicende degli adulti ma anche, in una certa misura, da quelle dei suoi stessi coetanei. Aveva ricordi vaghi di quel periodo, simili a frammenti isolati di conchiglia affioranti appena dalla sabbia, e non poteva in nessun modo dire quanto a lungo fosse durato, ma la sua sensazione era di essere stata allora, per tutto il tempo, la regina incontrastata di un mondo dai confini quasi illimitati. A un certo punto, però, qualcosa o qualcuno l’aveva come sradicata da quel mondo e portata, o riportata, al di qua dei suoi confini. Non ricordava chi o cosa fosse stato, ma era stato allora che si era sentita, per la prima volta a sua memoria, veramente sola e abbandonata. E a chi, in quei giorni grigi e freddi, le aveva chiesto come stava, lei aveva silenziosamente obiettato: «Ti interessa davvero saperlo?». E la risposta, altrettanto silenziosa, che affiorava in lei nel momento presente, era che no, a nessuno di loro interessava davvero, altrimenti l’avrebbero lasciata dove si trovava, sul suo trono.

La parola "trono" calza, in questo caso, a pennello, perché richiama per associazione il concetto di "sovranità", che ho già affrontato in passato in un'altra nota alla mia blog novel, la Nota al Capitolo 4, dedicata a Georges Bataille.

Come ho scritto in quell'occasione, la sovranità, che è uno dei concetti chiave della filosofia di Bataille, indica una particolare condizione esistenziale, propria di chi non è a pieno titolo parte dell'ingranaggio della società profana. Per Bataille il bambino è uno dei soggetti esemplari di questa condizione, perché se è vero che la società vede in lui (o lei) il germe del futuro membro utile che è destinato a diventare, il bambino non sa niente di questa aspettativa.
Non si interroga neanche (non ne ha la facoltà) sul perché qualcuno provveda alle sue necessità e faccia sì che le cose gli arrivino come dall'alto. Si limita solo a vivere il momento presente nella sua pienezza, senza preoccupazioni e aspettative per il futuro, indifferente a ogni idea di progetto, di scopo, di bene collettivo, sentendosi lui stesso completo.
Trasposto al livello dell'età adulta, tutto questo si traduce in Bataille in una spinta verso l'individualismo anarchico e la rivolta contro la società dell'utile, ma si tratta di un discorso che travalica i confini di questo post.

Che un bambino però semplicemente "si diverta", è già secondo me un pregiudizio adulto. Un bambino è in realtà impegnato soprattutto a rinnovare, quasi senza sosta, la propria sovranità, attraverso l'esplorazione del proprio regno fin nei suoi più oscuri meandri e allargandone o restringendone alla bisogna i confini. Scopre sempre nuovi magici luoghi, intrattiene rapporti misteriosi e profondi con alberi, piccoli animali, rocce; incontra eroi e maestri, nel mondo reale e nei libri di avventura. In poche parole, si crea una sua cultura che difficilmente, per non dire mai, coincide con quella che riceve dai pedagoghi di professione.
I confini di questo regno sono difatti minacciati continuamente e da ogni lato, soprattutto da questi pedagoghi di professione. Ma almeno per un certo tempo, più o meno lungo a seconda delle condizioni più o meno favorevoli, il bambino è in grado di porre un'argine a questa invasione e di conservare la sua sovranità.

Tantissimi sono in realtà gli scrittori che hanno raccontato l'infanzia in termini analoghi o vicini a questi che ho accennato, che hanno visto l'infanzia come il deposito di una conoscenza parallela e segreta e/o come una dimensione di pienezza quasi divina. E molte volte hanno anche usato questa loro visione come pietra di paragone, per denunciare la condizione larvale in cui troppo spesso l'adulto finisce per confinarsi soffocando i propri sogni e aspirazioni.

E' difficile dirlo meglio e con più incisività di Henry Miller:
Dal Posto della Vita dove abitammo da ragazzi, si passa nella Tomba della Morte, la sola morte che un uomo ha il diritto di evitare e di fuggire: la morte vivente.
* * *

Da questo punto in poi, questo articolo diventerà un'escursione a volo di uccello tra le mie letture, alla ricerca di questi stessi temi. Trattandosi appunto solo delle mie letture, sarà un discorso incompleto ma mi auguro ugualmente stimolante per chi legge. E ricomincerò proprio da Henry Miller, che è stato uno dei più grandi cantori dell'infanzia.
Per il grande scrittore americano l'infanzia è il modello mitico a cui lui rapporta in continuazione la propria esistenza di adulto, per ridefinirla nella direzione di una crescente fedeltà a se stesso e al proprio destino.

Ecco alcuni suoi passi emblematici tratti, come già il precedente, dal saggio I libri nella mia vita (1950):
Un bambino sa per istinto che vi è qualcosa al di là, prima e al di sopra della vita terrena: troppo pochi anni sono passati da quando egli stesso viveva immerso nello Spirito. Ha un’identità che si è conquistata al momento della sua nascita, e lotta per conservarla. Ripete i rituali dei suoi antenati primitivi, rivive le lotte e le ordalie degli eroi mitici, organizza il suo ordine segreto per preservare una tradizione sacra. Genitori, professori e predicatori non hanno accesso in questo reame onnicomprensivo della giovinezza.
[...]
…ci accorgiamo che esistono, nell’infanzia, due specie di istruzioni: quella che scopriamo noi stessi e che abbiamo segretamente lottato per conservare, e quella che impariamo a scuola e che ci colpì non soltanto per la sua oscurità, ma anche per la sua diabolica falsità e perversione. La prima specie di istruzione ci ha nutrito, la seconda ci ha minato.

E infine, in uno dei suoi tipici crescendo, Miller dà voce al grido muto, al j'accuse che il bambino lancia contro gli adulti:
Noi imploriamo di volare, e loro ci dicono che soltanto gli angeli hanno le ali. Imploriamo di immolarci sull’altare della verità, e loro ci dicono che Cristo è la verità, la via e la vita. E se accettandolo, chiediamo di seguirlo alla lettera e fino all’amara fine, ci ridono in faccia e ci canzonano.
* * *

Mi sposto adesso un po' più indietro nel tempo, per citare lo scrittore inglese Thomas De Quincey, che nel suo breve ma denso saggio Suspiria de Profundis (1874) aveva esposto idee non lontane da quelle che esprimerà Miller:

Ma tornando alla questione dell'infanzia, io affermo senza esitazioni che il bambino penetra in tutte le sensazioni elementari dell'uomo con uno sguardo più incisivo di quello degli adulti. La mia opinione è che dove le circostanze sono favorevoli, dove l'umanità e la tenerezza sono percettibili, in condizioni favorevoli di solitudine e socievolezza, i bambini hanno un potere loro specifico per la contemplazione della verità, che va perduto quando entrano nel mondo. E' per me chiaro che i bambini, lungo sentieri elementari che non richiedono di impiegare una conoscenza del mondo, camminano con passo più sicuro degli adulti; hanno un senso più pregno della bellezza insita nella giustizia; e, secondo l'ode immortale del nostro insigne poeta [On the intimation of Immortality in Childhood di William Swordsworth] una ben maggiore prossimità a Dio.

* * *

Ancora un altro scrittore britannico, Kenneth Grahame, celebre soprattutto per Il vento tra i salici, intitolò il suo libro dei ricordi d'infanzia L'età d'oro (The Golden Age, 1895). E sempre sull'onda delle reminiscenze greche, paragonò il regno infantile all'Arcadia e chiamò gli adulti Olimpii.
Anche il suo scritto, seppure denso di humour, procede decisamente nel solco che abbiamo tracciato finora:

Non mancava mai di stupirci il modo in cui questi Olimpii prescindevano dalla nostra presenza - per esempio durante i pasti - per dialogare tra loro di qualche futilità politica o sociale, convinti che quei pallidi fantasmi della realtà fossero tra le cose importanti della vita. Che cos'era la vita reale avremmo potuto dirglielo noi illuminati, che continuavamo a mangiare in silenzio con in mente un vulcano di progetti e cospirazioni! L'avevamo appena lasciata fuori all'aria aperta e non vedevamo l'ora di tornarci. Naturalmente non sciupavamo quel segreto rilevandolo a loro: l'inutilità di renderli edotti sulle nostre idee era ormai bell'e dimostrata. Unanimi in tutto e per tutto, legati dalla necessità di combattere un unico e medesimo fato avverso, un potere sempre antagonistico - e noi vivevamo per sfuggirgli -, le confidenze le serbavamo per noi. Francamente quello strano e anemico ordine di creature ci era più lontano delle miti bestiole che condividevano la nostra semplice esistenza sotto il sole. Il distacco veniva accentuato da un perdurante senso di ingiustizia, che nasceva dall'ostinato rifiuto da parte degli Olimpii di giustificare, di ritrattare, di riconoscersi in errore, o anche di accettare che fossimo noi a farlo. Per esempio quando buttai giù il gatto da una finestra del piano di sopra (benché non l'avessi fatto per cattiveria, e lui fosse rimasto incolume), fui pronto, dopo un attimo di riflessione, a riconoscere di aver sbagliato. Ma la cosa non finì certo lì. E anche quella volta che Harold fu chiuso per un giorno intero nella sua stanza con l'accusa di aver aggredito a mano armata il maiale di un vicino (colpa di cui non si sarebbe mai macchiato, visto i rapporti quanto mai amichevoli che intratteneva col suino in questione), quando fu scoperto il vero colpevole nessuno ebbe la buona grazia di chiedergli scusa. A ferire i sentimenti di Harold non fu tanto la prigionia - con l'aiuto dei suoi alleati, del resto, era scappato quasi subito dalla finestra, rientrando poi giusto in tempo per il rilascio ufficiale -, quanto proprio quel modo di fare olimpico. Una parola sarebbe bastata a sistemare tutto; ma naturalmente quella parola non fu mai detta.
De'! Ormai gli Olimpii sono tutti morti e sepolti. Per una ragione e per l'altra, pare che il sole non sia più luminoso come allora; le praterie vergini di un tempo si sono ristrette, riducendosi a pochi miseri acri. Un malinconico dubbio, un cupo sospetto mi assale. Et in Arcadia ego: sì, un tempo io vissi in Arcadia. Possibile che sia diventato a mia volta un Olimpio?

* * *

E, indietreggiando ancora nel tempo, ho ritrovato gli stessi temi della conoscenza parallela e della prossimità al divino, tracciati però stavolta in forma di poesia, in una raccolta delle liriche di uno dei più grandi poeti tedeschi, Friedrich Hölderlin:
Quando ero ragazzo (Da Ich ein Knabe war, 1799 ca)
Quando ero ragazzo
molte volte un Dio mi salvò
dalle grida, dalla sferza degli uomini.
E giocavo sicuro e buono
con i fiori del bosco,
gli aliti dell'aria
giocavano con me
e come tu rallegri
il cuore delle piante
se verso te tendono
le delicate braccia
così rallegrasti il mio cuore
Sole padre! e come Endimione
ero il tuo amato
o sacra Luna.
O sempre fedeli
o cortesi Dei! sapeste
come vi amò l'anima mia!
Certo allora non vi chiamai
coi vostri nomi, come voi
non mi chiamaste mai
col nome che gli uomini si danno
quasi si conoscessero:
 
ma conobbi voi meglio
di quanto mai conobbi gli uomini:
io capii il silenzio del Cielo,
io non ho mai capito la parola umana.
L'armonia dei bisbigli del bosco
mi educò,
in mezzo ai fiori imparai ad amare.
E in braccio degli Dei io crebbi grande.

* * *

References


Citazioni tratte da:
  • Henry Miller, I libri nella mia vita, Einaudi 1976. Traduzione di Giorgio Agamben
  • Thomas De Quincey, Suspiria de Profundis. Traduzione di Ivano Landi
  • Kenneth Grahame, L'età d'oro, Adelphi 1984, pp.16-17. Traduzione di Adriana Motti
  • Friedrich Holderlin, Le liriche, Adelphi 1977,1993. A cura di Enzo Mandruzzato

Immagini:
  • Maxfield Parrish, Daybreak (1922, in alto); Particolari di illustrazioni varie da L'età d'oro di Kenneth Grahame (1900)


Commenti

  1. Il capitolo 5 forse è il migliore che hai scritto.
    E questo post era davvero molto bello e curato.

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  2. Ora che ho corretto ben tre mie sviste presenti nel testo di Kenneth Grahame, è ancora più curato. Grazie mille Marco, commenti come il tuo son soddisfazioni!

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  3. Non avevo mai pensato al mondo infantile come ad un regno in cui il bambino è monarca, esploratore, inventore e quant'ìaltro.
    Trovo però che si pù che azzeccata.
    In fondo, nel gioco il bambino inventa, crea, usa la fantasia con la spenzieratezza e la leggerezza dei suoi pochi anni. Divertendosi. Cosa che gli adulti perdono purtroppo.
    Patricia

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sai, Patricia, che sono proprio contento di questo post, che esemplifica così bene una delle linee guida di questo blog, quella del recupero dei valori positivi dell'infanzia.
      Grazie del commento e ciao a presto :)

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  4. Ti credo!
    Sono importanti ma purtroppo passando gli anni e con le esperienze della vita si perdono.
    Recuperarli ci farebbe respirare con più leggerezza.

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    1. Per me è una missione di vita...Come lo era per Proust o Henry Miller.

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  5. Splendido post, Ivano. Un concetto davvero interessante e trasfigurante quello della "sovranità" infantile. Il senso di complicità che si ha da bambini con i propri coetanei è qualcosa che difficilmente si ripete nell'età adulta, ed è anche per quello, penso, che i ricordi infantili si incidono così profondamente nella nostra memoria. Le mie amiche d'infanzia sono quanto di più prezioso io abbia.

    A proposito di pedagogia, hai mai letto l'Emile di Rousseau? Io no, ma a quanto ho appreso era uno che predicava bene e razzolava malissimo.

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    1. Neanche io ho letto l'Emile di Rousseau. E, cosa buffa se ricordo bene lo stesso Henry Miller si proponeva in continuazione di leggerlo ma non so se poi alla fine si sia davvero deciso ;-)

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