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The Pleasure of Pain II - La meccanica della violenza: Burgess, Kubrick, Warhol [Simona B]



Se c’è qualcosa che caratterizza la società umana fin dai suoi albori, quella è la violenza. Diverso è il concetto di sadismo, perché presuppone alla base una pulsione/tensione erotica, sessuale; in parole povere, il sadico è sempre un violento, ma non sempre il violento è anche un sadico. Tuttavia, si tende spesso a confondere le due cose, e per questo ritengo un classico moderno come Arancia meccanica il punto di partenza ideale per riallacciarsi al tema cardine di questo speciale. Anthony Burgess pubblicò il suo romanzo distopico (o meramente sociologico, se preferite) nel 1962, anche se a onor del vero la prima edizione italiana, di sette anni successiva, portava il titolo di Un’arancia a orologeria. Solo in fase di ristampa il titolo venne modificato in Arancia meccanica, per sfruttare al meglio, dal punto di vista commerciale, l’eco del film di Stanley Kubrick che nel frattempo (nel 1971) aveva ottenuto un successo planetario. Mai prima di allora (o forse mai in assoluto, perlomeno non con questa potenza) due opere artistiche dal diverso linguaggio, come quello letterario e quello cinematografico, erano divenute tanto complementari da costituire quasi un unicum. La storia parla di violenza a più livelli, non solo fisica e mentale, ma anche sociale e politica e anche se conoscete tutti la trama, immagino, vale la pena tratteggiarla ugualmente, perlomeno nelle sue linee generali.

Il protagonista, Alex (con il volto dell’immenso Malcom McDowell), è un giovanissimo teppista a capo di una gang dedita al furto, ai pestaggi e agli stupri. Un bel giorno viene arrestato dopo essersi introdotto nell’abitazione di una vecchia gattara, che in seguito all’aggressione muore. Alex viene condannato a una lunga pena, ma finirà per uscire dal carcere dopo appena un paio d’anni grazie alla nuova, sperimentale, cura Ludovico.

La cura Ludovico è una forma di condizionamento mentale con cui lo Stato intende eliminare nei delinquenti la propensione al crimine. Il lavaggio del cervello viene completato in quindici giorni durante i quali Alex subisce l’iniezione di un farmaco che provoca un’intensa nausea e poi, legato alla sedia e con le palpebre tenute aperte a forza, viene costretto a una totale immersione nella violenza. La violenza viene “somministrata” tramite dei film incentrati su stupri, omicidi e altre amenità che lui è costretto a visionare, uno dopo l’altro, per ore, il che crea un curioso cortocircuito nel lettore e, nello spettatore del film di Kubrick, anche una riflessione metacinematografica (poiché il suo Arancia meccanica è un prodotto del linguaggio cinematografico stesso).


In seguito, ogni volta che Alex sarà sul punto di esercitare violenza fisica o verbale, o anche solo immaginerà di farlo, si ritroverà di riflesso in preda a un malessere così intenso che dovrà abbandonare i suoi propositi. Non si può dire quindi che il suo istinto criminale sia stato soppresso, ma gli è ora impossibile metterlo in pratica. La cura però ha anche un effetto collaterale, perché provoca in lui una profonda idiosincrasia per tutto ciò che la sua mente ricollega anche vagamente ai film; innanzitutto il sesso, che nei film era ovviamente esercitato sempre in modo coercitivo, e poi la musica, dato che le immagini ultraviolente erano spesso accompagnate da un sottofondo musicale. In particolare, Alex non riesce più ad ascoltare la Nona di Beethoven, il suo compositore preferito, che ironicamente porta anche il nome della cura che ha subito (in originale si parla proprio di cura Ludwig).

Il trattamento ha reso Alex un’arancia meccanica¹, una sorta di automa fatto di carne e sangue, incapace di esprimere qualunque pensiero o comportamento socialmente inaccettabile; in questo modo, però, lui ha anche perso la propria umanità, intesa come volontà e capacità di scelta. Condizionare la sua mente significa privarlo della possibilità di cambiare, privarlo insomma del suo stesso futuro. Secondo Kubrick, questo sarebbe una metafora del processo di civilizzazione volto a trasformare l’uomo “naturale” in un nevrotico rappresentante della comunità, un processo inevitabile ma da tenere sotto controllo².

Uscito di prigione, Alex si ritrova in balia di alcune delle sue precedenti vittime. A nulla valgono le proteste che ha già pagato il suo debito con la legge e che ora, così avulso dalla violenza, non è neppure più in grado di difendersi: la società non sembra pronta a dimenticare i suoi peccati. Ma Alex diviene anche la vittima di un gruppo di attivisti politici contrari alla cura Ludovico e decisi a sfruttare la sua esperienza per rovesciare un governo in odore di totalitarismo…

Per riallacciarci un momento all’incipit del post, sono sadici i teppisti protagonisti di Arancia meccanica? Forse sì e forse no: una volta esaurito lo stimolo sessuale il sadico perde interesse per la violenza, mentre per questi personaggi questa sembra essere più che altro uno stile di vita. Ciò che accomuna il sadico e il violento, comunque, è la mancanza di empatia per il prossimo; la stessa empatia che il nostro Alex chiede però al lettore quando, nella terza parte del libro, gli narra le sue tribolazioni. Benché provenga da un quartiere popolare, Alex ha due genitori normali e dimostra perfino una minima cultura e un certo gusto (la musica classica); dobbiamo quindi supporre che sia malvagio perché ha scelto di esserlo e non per via di qualche tara mentale o induzione del suo ambiente natale/della sua educazione, il che vuole smentire un certo darwinismo, o lombrosismo, che dir si voglia.

È dunque preferibile il male al bene quando quest’ultimo viene imposto e non è il frutto di una libera scelta?
Che cos’è che Dio vuole? Dio vuole il bene o la scelta del bene? Un uomo che sceglie il male è forse in qualche modo migliore di un uomo cui è stato imposto il bene? si chiede il cappellano della prigione, ma è una domanda di cui nessuno conosce la risposta. Qualcuno, non ricordo più chi, una volta disse che il mondo senza il male sarebbe un luogo orribile; ecco, ci ho pensato a lungo, ma mi riesce difficile coltivare dentro di me simili certezze.


Spesso il male è anche una conseguenza diretta del voler far del bene a tutti i costi (vi dice niente l’espressione “bugia a fin di bene”?). Ma naturalmente, oltre a questi sono ben altri i significati che qui si intende trasmettere. La prima riflessione da fare riguarda il ruolo dell’Autorità, quella sì, davvero sadica, se per perseguire il bene ritiene lecito istituire un clima repressivo e lesivo della libertà personale, che tollera la violenza quando proviene da se stessa (tanto è vero che uno degli ex accoliti di Alex finirà con l’arruolarsi in polizia). Si apre poi una riflessione sull’effettiva pratica del perdono, anche e soprattutto in quelle società permeate, o così sembra in superficie, dal sentimento religioso. In passato, fu dall’assunto secondo cui il fine giustifica i mezzi che nacque la persecuzione su “eretici” e “streghe/stregoni”; e non dimentichiamo che in Inghilterra e negli Stati Uniti la fustigazione, anche privata, fu legale perlomeno fino agli anni ’30 del Novecento, il che significa che bastava trovare una finalità alla violenza per renderla moralmente accettabile. Qual è dunque, se esiste, il confine tra punizione e tortura? Chiamatela come volete, ma la cura Ludovico è una vera e propria tortura di stato: che le sofferenze inflitte siano fisiche o morali, comportano comunque dolore e disperazione. Da qui al tema della pena capitale il passo è breve, ma non è questa la sede adatta per parlarne.

Ci sarebbe poi da affrontare la misteriosa questione dell’ultimo capitolo, presente nella versione inglese e italiana del romanzo ma assente in quella americana. Un capitolo che lascia intuire i germi del cambiamento o “redenzione” di Alex, non si sa bene se inserito da Burgess di sua volontà o, chissà, a seguito di pressioni del suo editore. Sorvoliamo, invece, e passiamo alla realizzazione filmica della storia…

Chi mi conosce bene sa che non amo molto Kubrick. È fin troppo cerebrale per i miei gusti, e raramente mi emoziona, ma devo ammettere che Arancia meccanica è un capolavoro nel suo genere, un film visivamente magnifico che riesce a rendere perfettamente in immagini quell’ironia e leggerezza disseminate nel romanzo. Vedendolo per la prima volta, ben prima di leggere l’opera di Burgess, ero convinta che stemperare la violenza della storia fosse stato per Kubrick un atto deliberato: si pensi per esempio alla scena della battaglia fra le due bande rivali, coreografata dal regista come se fosse un balletto; alla successiva scena sul lungofiume, girata in ralenti, in cui Alex aggredisce due dei suoi per ristabilire la gerarchia; oppure alla scena di sesso tra Alex e le due ragazze, i cui invece fotogrammi scorrono sullo schermo accelerati in modo da alterare nello spettatore la percezione del tempo filmico e creare una sensazione di straniamento che accentui il lato farsesco della situazione (non per niente la visione extra diegetica è un espediente utilizzato spesso negli sketch comici); all’aggressione alla “signora dei gatti”, girata con la camera a mano e con l’apice della violenza che resta fuori campo; e così via.


Trattare argomenti così delicati in questo modo mi sembrava, come dire, poco appropriato. Irriverente, quasi (alla faccia di chi, invece, alla sua uscita giudicò il film troppo violento, e in quella violenza vide persino del compiacimento). Ma la verità è un tantino diversa da come me la figuravo, perché anche il libro è costruito nello stesso modo: il punto di vista offerto al lettore è sempre e solo quello di Alex, il narratore, e anche il suo particolare slang contribuisce ad “alleggerire” situazioni che altrimenti sarebbero insostenibili (a proposito, un plauso alla traduttrice Floriana Bossi, che ha avuto il non semplice compito di inventarsi un analogo gergo in italiano e lo ha svolto in modo, secondo me, egregio). Immaginate l’impatto della seguente scena di stupro scritta in italiano corrente. Molto peggiore, vero?
Questa volta, fratelli, apparve immediatamente una giovane mammola a cui facevano il vecchio vaevieni, prima un malcico poi un altro poi un altro poi un altro, e lei scricciava a più non posso molto altisuono attraverso gli stereo insieme a una musica molto patetica e tragica. […] E quando si arrivò al sesto o settimo malcico ghignante e gufante che ci dava dentro e la quaglia che scricciava nella colonna sonora come scardinata, io cominciai a sentirmi male.

La grandezza di Kubrick sta nell’essere riuscito a ottenere un effetto simile con un mezzo diverso, qual è quello del cinema, tramite un’oculata scelta dei movimenti di macchina, il montaggio e l’uso del suono. A parte questo, in qualche caso Kubrick modificò anche l’età dei personaggi (all’inizio del romanzo Alex ha quindici anni e le due ragazzine protagoniste della scena a tre descritta sopra circa dieci, un dettaglio irrappresentabile al cinema perfino dopo il precedente di Lolita).

In questo come in altri film di Kubrick la purezza formale si esprime prima di tutto con la simmetria, e questo è evidente fin dalla prima scena nel bar, con quella lunga carrellata all’indietro che svela il barocco ambiente del bar di cui Alex e i suoi gregari sono degli habitués, e in generale in tutte le scene negli interni e in moltissime altre, come ad esempio quella del pestaggio del senzatetto. Questa costruzione dell’immagine sembra fare da contraltare alle simmetrie seminascoste del romanzo (esemplificate da Alex, il narratore, e F. Alexander, l’autore del romanzo nel romanzo Arancia meccanica³, sua vittima e doppio speculare), mentre luci e ombre esprimono la dualità dell’animo umano presente in qualche misura in tutti i personaggi.

Tra Burgess e Kubrick c’è però un terzo incomodo che si tende spesso a dimenticare o a sottostimare: Andy Warhol. Non tutti forse sanno che il padre della Pop Art propose il suo personale adattamento del romanzo, Vinyl, già nel 1965, in linea con la maturazione della cifra stilistica del suo cinema.

Warhol viene tuttora considerato uno dei più importanti registi underground americani del dopoguerra, e probabilmente di tutti i tempi, anche se lo sperimentalismo alla base della sua business art, che non nacque né si esaurì col cinema, impedisce di considerarlo “solo” un regista, ma un visual artist a tutto tondo.
Com’è noto i suoi primi film, quelli del periodo muto, avevano una natura formalmente e filosoficamente “fresca” e anarchica: in barba alle regole correnti del fare cinema, il regista piazzava la macchina da presa e lasciava liberi gli attori di improvvisare, al più offrendogli uno spunto o un canovaccio da cui partire. Quello che gli interessava era soddisfare il suo voyeurismo, e forse quello del suo stesso pubblico, mostrando dei personaggi a lui cari (in genere membri della Factory) intenti a compiere atti comuni e banali come dormire, mangiare o fumare. E naturalmente fare sesso, pur fermandosi sempre alle soglie del realmente esplicito.

I suoi film erano quindi costituiti da un unico piano sequenza, senza alcuno stacco o movimento di macchina: in quelli più lunghi si continuava finché la pellicola non finiva, e con essa terminava anche il film. Talora Warhol si divertiva anche a sperimentare con la velocità di proiezione delle pellicole: proiettando a 16 fotogrammi al secondo anziché a 24 dilatava in modo artificiale la durata di film che, spesso, erano già in origine molto lunghi. Una percezione che, avendo un effetto straniante, era vista come provocatoria.

Semplificando, si può dire che, almeno nella prima parte della sua carriera cinematografica, Warhol concepisse i suoi film come dei quadri o delle fotografie, dove a contare era solo quanto rappresentato e nessun peso avevano la preparazione, la trama o un suo possibile sviluppo. Potremmo quindi definire il suo cinema contemplativo, nel senso sia di uno svolgimento dall’andamento lento (un’altra definizione di questo tipo di cinema infatti è slow cinema) che di una rappresentazione volta a mostrare la realtà, o comunque con la realtà che tende a prendere il sopravvento sulla finzione anche laddove il film segua una sceneggiatura. La contemplazione non è che una forma di meditazione, anche se dubito che la maggior parte della gente consideri la cosa in questi termini; forse neppure lo stesso Warhol, che si limitava a dire che, dato che il pubblico amava osservare le star, nei suoi film poteva osservarle e “saziarsene” a lungo. Resta il fatto che la prolungata osservazione di un soggetto finiva da un lato per portare alla luce la sua vera natura, dall’altro a trascenderla, rendendolo quasi astratto, o come minimo surreale. Così nacquero i miti della Factory, svelatisi prima di tutto a se stessi.

Vinyl presenta qualche differenza, perché appartiene al suo secondo periodo di cineasta, quello in cui il regista cominciava a sperimentare col sonoro e in cui gli attori avevano delle battute, è insomma un prodotto che comincia a somigliare all’idea di cinema classico a cui siamo abituati. In questo caso, a dire il vero, anziché recitare gli attori leggono le battute su dei cartelli posti al di fuori dell’inquadratura, di cui ci si accorge perché raramente guardano in camera, ma direttamente verso di essi. In altre parole, come spesso avveniva nei film di Warhol, anche qui non si fa nulla per celare l’artificio né per creare un effetto verità che, pure, si finisce per ottenere ugualmente. Ma andiamo per gradi.

Da sinistra a destra: Henry Geldzahler, Edie Sedgwick, Foo Foo Smith
Andy Warhol, Gerard Malanga, photographed by Steve Schapiro in New York City, 1965.

Il girato consiste in una serie di brevi scene riprese a camera fissa in un unico piano sequenza, che traspongono solo alcune situazioni (poche) del romanzo, o almeno questa è la mia impressione (è difficile quantificarle perché l’azione si svolge in contemporanea sia in primo piano che nella profondità di campo, dove quel che avviene è a tratti celato o semicelato e più che vedersi s’intuisce). Il protagonista, qui ribattezzato Victor, è interpretato da uno degli attori-feticcio di Warhol, il poeta Gerard Malanga, assieme ad altri volti noti come la bella Edie Sedgwick (qui alla sua prima apparizione in un film di Warhol in un ruolo che non ho ben capito, ma forse nulla più che una muta testimone degli eventi, anche se a dire il vero una sua minima interazione con gli altri attori c’è).

Le frasi dei protagonisti sono molto più crude ed esplicite di quelle presenti nel romanzo di Burgess. Sul set si dicono parolacce, si beve, si fuma, si balla. Il bianco e nero è gradevole ed efficace, ma le figure sullo sfondo risultano tagliate e talvolta poco definite; colpisce, tra le altre cose, la staticità degli attori nell’inquadratura, che d’altra parte è stretta; perfino Victor, nell’ultima parte, tende a scivolarne fuori.

Però le torture, per quanto molto blande a confronto con quelle del romanzo (spinte e schiaffi, frustate, bruciature di sigaretta, colate di cera bollente), non sono affatto simulate. Maltrattamenti, torture e lamenti degli attori sono veri… Quando poi viene messa in scena la cura Ludovico, il nostro Victor viene incappucciato e torturato, anche fisicamente, ma ora della fine lo ritroveremo avvinghiato al suo aguzzino in una sorta di balletto vagamente lascivo. Il tutto assume i contorni del sogno, o forse del delirio lisergico. Prima dicevo che nei film di Warhol la realtà tende a prendere il sopravvento sulla finzione e anche Vinyl non sfugge a questa regola (non solo per questo, ma anche a causa del fatto che sigarette, spinelli e polverine varie rendono gli attori euforici in un modo un po’ troppo realistico per essere una simulazione).


Insomma, laddove Kubrick cerca di smorzare la violenza, Warhol in un certo senso la accentua, ma per farlo abbandona la fedeltà alla storia per concentrarsi sulla messa in scena della trasgressione. Inutile negare che in Vinyl si finisce per perdere un po’ di vista il risvolto politico, distratti come siamo da quell’armamentario (fruste, borchie, cuoio…) in bella mostra: più facile è pensare all’immaginario sadomasochistico, eterosessuale o omosessuale, allo sguardo aperto o nell’atto di spiare, alla dimensione pruriginosa di quel particolare contesto. Al netto dei suoi difetti, comunque, e nell’accomunare lo spettatore agli attori ai margini della scena, il film possiede un suo strano fascino.

In seguito all’uscita del film di Kubrick, Warhol affermò che il regista newyorkese si era ispirato al suo lavoro e non è detto che avesse tutti i torti, ma va detto che tra Vinyl e Arancia meccanica c’è un abisso, non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello contenutistico. Eppure il suo film, tanto quanto quello di Kubrick, è un’esperienza che chiunque si definisca un cinefilo dovrebbe avere il coraggio di affrontare.


* * *

Note al testo


¹٬³ Burgess spiegò che l’espressione “clockwork orange” faceva parte del dialetto londinese e che aveva cercato a lungo la maniera di usarla, finché infine non trovò la soluzione migliore: nel sceglierla come titolo del suo romanzo e del romanzo fittizio del personaggio F. Alexander, le donò una nuova dimensione e profondità. Per una spiegazione più approfondita vi rimando al saggio A Clockwork Orange Resucked dello stesso Burgess e/o a wikipedia.

² In qualche modo, il criminale “moderno” sembra dedicarsi alla violenza per via di una spinta “meccanicistica” interiore tanto più forte quanto più l’umanità si allontana dalla natura. Non a caso, oggi le forme più diffuse di violenza sono quelle a carico degli animali, e il bello è che sono quasi sempre legali e trovano una giustificazione nei benefici che apportano (o apporterebbero) al genere umano. La bontà e la generosità dell’umanità sono illusorie, una pietosa bugia che le persone si raccontano per continuare a fingere di non vedere le brutture del mondo.

⁴ Eticamente non c’è molta differenza fra partecipare alla violenza oppure assistervi senza intervenire. Come disse Martin Luther King, fa più paura l’indifferenza dei giusti che la cattiveria dei malvagi.


* * *


Questo che avete appena letto è il secondo, e ultimo, dei guest-post di questo Speciale scritti da autori non titolari di un blog. Il primo era stato opera di Max, che aveva aperto la danza degli ospiti con un articolo sul libro La filosofia nel boudoir, mentre stavolta è toccato a Simona di farci vorticare, con un altro libro, Arancia meccanica (A clockwork orange) e i due film, così diversi tra loro, tratti dalle pagine dello stesso.
Il film di Kubrick ovviamente lo conoscevo, avendolo visto e rivisto, mentre Vinyl di Andy Warhol era per me un perfetto sconosciuto fino a un paio di mesi fa, quando ho letto in anteprima questo articolo. E' l'unica scusante che ho per non aver neanche saputo trattenere nella memoria l'informazione che il film era dei '60 anziché dei '70 come ho scritto in chiusura del post a firma Lucius Etruscus di due giorni fa, nell'invitarvi a tenervi pronti a un salto indietro nel tempo in questo secondo decennio.
Comunque sia, ignorantia mea a parte, ho trovato estremamente affascinante il percorso proposto in questo post da Simona, che per la verità, a dirla tutta, qualcosina a che fare con un blog ce l'ha, e con un blog che per di più considero tra i migliori in assoluto della blogosfera. So che molti di voi già sanno, mentre rinvio chi ancora non sapesse a questo post di un po' di tempo fa, di cui sono stato causa diretta, dove potrete confrontarvi con l'arcano e ottenere una risposta. Un po' come succedeva al mago elisabettiano John Dee (1527 – 1608, ritratto nell'immagine qui sopra), quando si poneva davanti al suo specchio di ossidiana. Avete presente, no?
[I. L.]

Commenti

  1. Caro Ivano, ti ringrazio moltissimo per l'appezzamento e per avermi inclusa nello speciale. A dire il vero, quando ho scritto questo pezzo non avevo ben chiaro cosa farne; mi sembrava leggermente fuori tema, ma sai com'è quando ti viene un'idea... semplicemente, devi assecondare la tua 'vena creativa' e portarla avanti... XD.
    E così, senza pensarci troppo, ho pensato che se il post non fosse risultato adatto per lo speciale, avremmo potuto postarlo da noi in un secondo momento come una sorta di ideale 'coda', anche se forse, rimaneggiato da TOM, avrebbe finito per diventare un po' diverso dalla prima versione che hai pubblicato. ^_^

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    1. Grazie mille, zio Nick! (Posso chiamarti anch'io così?? Alla fine non abbiamo molti anni di differenza... ;-))

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    2. Scherzi Simona? Sono io che devo ringraziare te per la bella sorpresa che mi hai fatto!
      E sai, a dirla tutta, che pure io ho scritto il mio intervento per lo Speciale di maggio con il timore, per tutto il tempo, di essere fuori tema? Ma anch'io ubbidivo come te a una idea immediata e precisa. Come scrissi allora in una e-mail a TOM, nel momento stesso in cui ho letto per la prima volta il titolo dello Speciale, subito mi è balenato davanti il film "L'inferno di una donna" e non sono più stato in grado di concentrarmi su altro. Poi, tutta una serie di coincidenze tematiche che non avevo affatto messo in conto, mi ha fatto anche capire che per fortuna ero andato meno fuori tema di quel che pensavo. E voglio pensare che tu stessa a questo punto ti sia resa conto che in questa sezione di The Pleasure of Pain il tuo articolo ci sta benissimo :-)

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    3. Aggiungo, per testimonianza diretta, che solo fino a poche ore prima della pubblicazione di quest'articolo, Simona ancora rifletteva sulla possibilità di tirarsi indietro...

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    4. Caspita, questo è un vero dietro le quinte! E pensa che colpo ferale sarebbe stato per questo Speciale...

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  2. E no così non vale!
    Che vuol dire sta cosa?
    Che ai miei commenti sul blog di Obsidian invece di Tom rispondeva Simo?😀
    Altro che lato oscuro.
    Qua sembra di aver a che fare con il comandante Gandal di Goldrake ( gli si apriva la faccia a metà è usciva sua moglie Lady Gandal) o il Barone Ashura di Mazinga Z metà maschio e metà femmina fusi assieme!
    Li hai mai visti nei cartoni?

    Comunque fra tutti i partecipanti allo speciale l’unico davvero “vergine” di blog qua son io...ahahah!!!

    Son sconvolto! Leggerò domani il post di Simona.
    Notte

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    1. Ciao Max,
      No, per quanto il paragone mi lusinghi ;-), non è nulla di tutto ciò. Io collaboro alla stesura di alcuni (non tutti) gli articoli e ho un accesso da amministratore, in modo da poter fare correzioni ai post al bisogno, ma ovviamente io e TOM siamo due persone distinte. Non ho mica la sua password! Stai tranquillo che le risposte ai commenti sono sue e solo sue, e sono mie solo se firmate da me e postate con il mio account. Il fatto è che quando abbiamo aperto il blog, io non ero interessata a interagire nella blogosfera e gli ho affidato senza rimorsi l'onere di firmare i post e rispondere ai commenti. Solo col tempo, e soprattutto da quando ho conosciuto di persona altri blogger, ho cominciato a commentare i loro blog e a espormi un pochino. Comunque sì, su una cosa hai ragione: sei l'unico "vergine" qui... eheheh!! XD

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    2. Ciao Max, no, sono completamente a digiuno di anime (hai presente Angel Heart?, eh eh eh) e non conosco i personaggi che citi. Simona sembra invece di sì e del resto a separarmi da voi è appunto quella fatidica decina d'anni che ha diviso l'Italia in due, tra generazione pre-nipponica e generazione nipponica.

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    3. Tu sei più vicino a Tom e Jerry allora e Braccio di ferro.
      😀😀😀
      Ciao

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    4. Ça va sans dire, caro Max ^__^

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  3. Ammetto la mia ignoranza, è la prima volta che sento parlare di "Vynil".
    E' grave?

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    1. No che non è grave, non preoccuparti. ^_^ Non a tutti interessa il cinema sperimentale, e poi c'è da dire che del Warhol regista in Italia si è sempre parlato molto poco, al di là di pubblicazioni specializzate. Per la maggior parte delle persone, qui da noi, Warhol resta e resterà sempre quello dei dipinti seriali di Marilyn e altre celebrità, però l'occasione di parlare di "Vinyl" era troppo ghiotta per non farlo e così... ^_^

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    2. Neanche io sapevo dell'esistenza di "Vinyl", Nick, e anche se il cinema sperimentale mi interessa posso sempre usare come scusa che sono specializzato nei film dei '70 ;-D

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    3. Se posso essere di conforto, anch'io ne so poco o nulla: mentre la Simona si stava guardando Vynil io ero in un'altra stanza a leggere un libro...

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    4. Che non era, immagino, un libro sulla vita e l'opera di Andy Warhol...

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    5. Decisamente no... se devo dirla tutta anche la pop-art a me fa cag##e. Diciamo che apprezzo Warhol giusto per via dei Velvet.

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  4. Questo film e questo libro sono terribilmente attuali. Mi ha messo in crisi questo post :-)

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    1. Beh, direi che son sempre stati, fin dalla loro nascita, piuttosto attuali...

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    2. Lo so, lo so, ma proprio me lo sono visto davanti agli occhi

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    3. Non solo attuali, ma anche realistici. Burgess dichiarò che il libro era in parte autobiografico: lo scrittore la cui moglie, nel libro, rimane vittima di violenza è lui... sua moglie fu violentata da alcuni soldati durante la seconda guerra mondiale. Scriverne dev'essere stato in qualche modo catartico... almeno per lui. Grazie del commento. :-)

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  5. Complimenti per l'articolo, molto accurato e capace di raccontare i contenuti del controverso romanzo (e relativo film) anche a quelli come me che sinora hanno evitato entrambi.
    La violenza mi fa paura e un'opera in cui non viene solo messa in scena ai fini della trama ma analizzata nella sua natura profonda, ammetto che mi spiazza.

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    1. Ariano! Mi sa che prima o poi dobbiamo venire a casa tua a prelevarti (o magari approfittiamo del prossimo Lucca Comics) per poi sottoporti a una bella cura Ludovico con visione a catena di film ultraviolenti. Si comincia con Arancia Meccanica e si finisce con Salò... nel mezzo tutto il resto ;-D

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    2. Capisco benissimo. Non sono una persona violenta, non ho mai fatto del male a nessuno, né mai lo farei, eppure so che anche dentro di me alberga un lato oscuro. Forse per questo sento il bisogno di confrontarmi con la violenza, anche se mi fa paura. Ma forse sono io che sono strana. 😊

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    3. Mi permetto di intervenire perchè il discorso si fa interessante cara Simona.
      Riallacciandomi al discorso del sadismo che per me è svincolato dalla sola componente sessuale , quando te dici che hai bisogno di confrontarti con la violenza ..perchè forse in te alberga un lato oscuro, già questo tuo desiderio può insinuare a chi ti legge che sei un pò sadica no?
      Ma è sbagliato pensarlo.
      A me è stato dato del sadico (diversi anni fà) perchè ho invitato un mio collega di lavoro a guardarsi un video che girava sul web dove mostravano la scena di una vera decapitazione fatta da un estremista talebano.
      Ma non provavo piacere davanti a quella scena quando me l'hanno fatta vedere la prima volta .
      Non credo sia nemmeno voyeurismo...credo sia sana conoscenza ;)
      Poi non son più riuscito a riguardarla .
      Paradossalmente un altro mio collega (studi classici) che mi ha visto leggere la Filosofia nel boudoir mi ha detto che son "porcone" ahahah!!! Aalla faccia del senso sadico-negativo del termine.

      Quindi i lati bui così come dici te non hanno una valenza negativa e non sono neppure troppo bui ...anzi nel mio caso sono alla luce del sole .
      Anch'io non farei del male a una mosca ...ma ci sono momenti che essere violenti ( per difesa o per neccessità ad esempio) è fisiologico , fa parte della nostra natura.
      Quindi tu sei normoviolenta come nella maggiorparte della specie umana , credo.
      Siamo strani tutti.
      Massimiliano

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    4. Dunque, comincio subito col dire che secondo me c’è una bella differenza tra la violenza di un libro o di un film e la realtà. Per dire, io ho visto decine e decine di film dell’orrore, ma non ho mai avuto il coraggio di guardare il video di una vera uccisione, perché sebbene si tratti sempre di immagini so bene che nel primo caso si tratta di finzione e nel secondo caso invece di qualcosa che è successo davvero, da qualche parte, a qualcuno. Lo dico senza voler offendere nessuno… non mi sognerei mai di darti del sadico come ha fatto il tuo collega, né lo penserei, ma penserei, questo sì, che evidentemente hai più “stomaco” di me. Come io ho più “stomaco” di Ariano. Dico che forse sono strana perché da sempre sono affascinata dal bizzarro, dal macabro, dalla morte, e obiettivamente non mi sembra una cosa così comune…

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    5. Ma sì quello che intendevo è che si dà al termine sadico qualche volta non il giusto significato.
      E ti assicuro che nel contesto quell’affermazione del mio collega aveva un senso quasi scherzoso.
      Non fraintendere non è che ci divertissimo a vedere la scena ( poi non avrò mai la certezza che fosse vera, il dubbio rimane ) quello che voglio dirti è che il fatto di conoscere anche le cose più aberranti non fa di noi dei tipi strani o non comuni.
      Io non mi vergogno di “avere stomaco” come scrivi te, fa parte della mia natura.
      Ma la stessa cosa vale anche nel sapere dettagli di storie “atroci” di vedere o meno foto che sono testimonianza di tali atrocità ( pensa a documentari su i lager nazisti ad esempio o film ispirati a tragiche vicende reali).
      Chiaro che ho anch’io io i miei limiti.
      Non sopporto tutto.
      Però se qualcosa mi interessa ( macabro , morte o Cicciolina😀) non mi tiro indietro nel voler conoscere.
      E questo fa la differenza a tra me e chi anche solo al pensiero di vedere un film ,restando in tema, tipo Il bambino con il pigiama a righe ne rifiuta la visione perché sa a priori che ci sta male.
      Io guardo e ci sto male ..ma guardo:
      E rispetto chi non ha il coraggio di farlo ..ci mancherebbe.
      Credo che il tuo sbaglio sia pensare che il tuo interesse verso cose che non sono così “nazional popolari “ sia qualcosa di strano o poco comune.
      Ciao

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  6. Ciao Simona.
    Dico subito che di Kubrick salvo Barry Lindon e Full metal Jacket.
    Gli altri film non mi piacciono .
    Questo non vuol dire che non ne riconosca il loro valore artistico nella storia del cinema.
    Sarà perché quando guardo un film non voglio pensare troppo, almeno che non sia il film a portarmi in quella direzione ...ma a priori tendo a scartare quei film “mattoni”, troppo cerebrali!
    Di Arancia meccanica non so che dirti ( l’ho sempre trovato noioso) mi limito a complimentarmi per la tua coinvolgente e accurata analisi.
    Sia del film che del libro.
    Mi sento di non trovarmi d’accordo con te quando scrivi che il sadismo è legato alla pulsione sessuale ( mi sembra esclusivamente, da quello che scrivi).
    Per me essere sadici vuol dire godere del male inflitto agli altri anche quando non sei tu a perpetuarlo .
    Anche perché ci son comportamenti sadici non legati alla sessualità..
    Se ho capito male , correggimi pure.
    Mi intriga molto di più il film di Warhol.
    Soprattutto quando lo descrivi come film contemplativo , difatto il regista è forse l’incarnazione della visuale art.
    E ho pensato a Philippe Grandieux e ai suoi film ( Un lac o La vie nouvelle).
    Così contemplativi e sensoriali dove non servono i dialoghi ma bastano appunto le immagini a parlare a trasmetterti emozioni .
    Ma anche il sensualissimo Amer di Forzani e Cattet ..certo mi è difficile pensare a Vynil e credere di provare le stesse sensazione che ho avuto per i film che ho citato fosse solo per il fatto del bianco e nero però confesso che mi piacerebbe molto vederlo.
    Ciao

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    1. Allora, vado per gradi… Quanta carne al fuoco!
      “Full metal Jacket” l’ho visto ma dubito che lo rivedrò mai, perché non amo i film di guerra. Ora mi fucilerai, ma “Barry Lindon” non sono mai riuscita a finirlo. Sinceramente, lo trovo mortalmente noioso e pretenzioso… e sì che i film in costume mi piacciono, e di film lunghi e lenti in vita mia ne ho visti a vagonate… Che dire, su Kubrick io e te la vediamo proprio in maniera opposta! De gustibus. 😊 L’importante, come tu dici, è saper riconoscere il valore artistico di un’opera anche se non la si sa apprezzare. Come ho scritto nel post, ci ho messo una vita anche ad apprezzare “Arancia meccanica”, e se l’ho fatto è stato solo grazie a una persona speciale che me l’ha fatto rivalutare e, naturalmente, al fatto di aver poi letto il romanzo da cui è tratto.
      Per quanto riguarda il sadismo e la pulsione sessuale, la definizione non è mia ma di chi per primo ha coniato questo termine, facendolo derivare dal Marchese… pure wikipedia lo definisce una perversione sessuale, quindi non credo di aver sbagliato.😊 Poi, so bene che entrando nel linguaggio comune la parola ha assunto tutto un altro significato, ed è così che la uso anch’io. Anzi, proprio questo mi ha fatto pensare che potevo parlare di questo film uno in Speciale ispirato a Sade… Magari Ivano, che ha una cultura immensa, saprà dirimere la questione. 😊
      Sì, il film di Warhol secondo me può essere definito contemplativo, anche se forse gli esperti di cinema, quelli veri, storcerebbero il naso. Non avendo una grande preparazione tecnica (non so tenere in mano una macchina fotografica e ho dovuto fare un corso per poter riconoscere le varie tecniche di regia), io sono una che dei film apprezza prima di tutto il significato, però penso anche il cinema, in generale, è soprattutto immagine: se togli il sonoro, la scenografia, perfino gli attori, avrai ancora un film, noioso quanto ti pare, ma pur sempre un film.
      Di Forzani e Cattet ho amato i primi due film, ma l’ultimo mi è sembrato un pastrocchio senza capo né coda.
      “Vinyl”: se ti incuriosisce, dagli un’occhiata. Perché no? Non dura molto. Pensa che io l’avevo visto in lingua originale senza sottotitoli, ma ora che la Raro Video gli ha dedicato una bella edizione in DVD lo si trova anche con i sottototitoli. 😊

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    2. Non credo che riuscirò a dirimere la questione con la mia "cultura immensa" (cit.), ma provo comunque a dire qualcosa. La tendenza della psicanalisi, da quel che ne so, è stata per molto tempo, almeno prima di Jung, di attribuire una valenza sessuale a quasi ogni singola manifestazione della psiche umana. Può quindi darsi che sia questo il motivo principale per cui il sadismo è stato recepito inizialmente con una connotazione sessuale e abbia derivato il suo nome da Sade. Si associa però anche spesso l'età dell'infanzia alla crudeltà nei confronti di piccoli animali e anche in questo caso mi pare si parli di sadismo.

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    3. Scusami, Max, ma mi sono accorta di un grave refuso nella mia risposta (mannaggia a me che rispondo di fretta quando sono al lavoro!!).
      Intendevo dire che il cinema di Warhol (non il film) secondo me può essere definito contemplativo. Parlo, come ho scritto nel post, solo della prima parte della sua carriera di regista perché dopo, e specialmente con l'inizio della sua collaborazione con Morrissey, i suoi film sono diventati più convenzionali. Aggiungo che ho amato i film di Forzani e Cattet, tranne l’ultimo, ma non li definirei propriamente film contemplativi...
      @Ivano: confermo la tua "cultura immensa", ma direi che abbiamo ragione tutti, quindi confermo quello che ho scritto. 😉

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    4. E' sempre bello avere ragione tutti... 😉

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    5. Sinceramente, non conoscendo il cinema di Warhol ...non saprei che dirti.
      Se tu dici che è contemplativo ci credo.
      Anche se non mi trovo tanto d’accordo sul aggettivo, ma in generale .
      Non capisco il senso di contemplare, preferisco più il termine sensoriale.
      Qualsiasi forma d’arte deve saperti trasmettere qualcosa , accenderti i sensi, stimolarti cerebralmente.

      Amer per me è un film sensoriale di una forza incredibile.
      Dialoghi ai minimi termini e il resto è tutto ad appannaggio delle immagini.
      Ma sono immagini che interagiscono con lo spettatore, nel caso del film di Forzani e Cattet fanno da catalizzatore a un mix di chimica di ormoni ed emozioni.
      ( parlo da maschio).
      La “Marche avec maman “ di Amer mi coinvolge molto di più della nona sinfonia ( visivamente parlando ) di Arancia meccanica.

      Ma probabilmente è solo questione di gusto personale.
      Ciao

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    6. Che sei un bastian contrario, Max, l'avevo già capito. :-) Ma ci sta, persino i critici spesso non sono d'accordo sulle definizioni che hanno coniato, quindi perché dovremmo esserlo noi comuni mortali... XD
      Ti dico la mia e poi la chiudo qui, perché non voglio fare la maestrina a nessuno e soprattutto perché se no il povero Ivano potrebbe decidere di bannarci tutti e due prima che il nostro scambio epistolare si sia concluso... ^_^
      Per me non è solo questione di avere immagini forti e potenti, o più numerose o sostitutive dei dialoghi, non può esserci film contemplativo se il mio sguardo non è libero, ma viene incanalato dal regista su ciò che vuole che io veda; com'è il caso di Amer, con quel montaggio frenetico e con tutti quei primi e primissimi piani. E' più giusto allora parlare di cinema sensoriale: la tua definizione mi piace, ma è decisamente un'altra cosa rispetto a dire "contemplativo", e soprattutto potrei farci rientrare davvero di tutto (anche Refn e Skolimowski, per citare due nomi a caso). Parlando di Warhol mi riferivo a titoli come "Sleep" (dove riprese un membro della Factory mentre dormiva) e "Empire" (una ripresa di otto ore dell'Empire State Building)... ecco, più contemplativo di così... Buonanotte...!

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    7. Giuro che questo l’ho letto solo ora , dopo che avevo già commentato sull’ultimo post di TOM nel suo blog!!
      Son stato un po’ quella cosa che dici te anche da lui...XD
      😀😀😀
      Perdono!
      Più che contemplativo direi : che due marroni!
      Scusa di nuovo.
      Ciao

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  7. Vinyl ( sbagliato io)e Visual art (sbagliato il telefono)😀
    Va ben che son poco celebrale😀😀😀!!!

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    1. Ognuno a quanto pare ha i suoi Kubrick... Io sono legato in particolare a 2001, Full Metal Jacket (e pensa che io odio i film di guerra!), Shining e Eyes Wide Shut.

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  8. Vabbeh, ma io voglio altri post di Simona!!! Interessante, documentato e scritto in maniera impeccabile. Ho visto tutti i film di Kubrick, incluso questo, anche se ne avevo rimandato la visione per la fama che aveva. Direi che, in rapporto ad altri film che circolano di recente, sembra quasi un film da educande. Sono molto d'accordo con la tua sottolineatura sulla violenza di Stato, anche a me è una cosa che colpì molto quando ebbi modo di vedere il film. L'attore principale è magnifico, e anche molte ambientazioni come la scena del bar hanno un carattere onirico.

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    1. Grazie, Cristina, sei troppo gentile. 😊 Però questo post resta un piccolo miracolo, considerato che è venuto fuori facilmente mentre di solito sono inconcludente nei miei tentativi di scrivere (leggi: comincio un sacco di articoli, ma non li finisco…) e mi costa assai meno fatica contribuire al blog in maniera più modesta. Hai ragione, è passata tanta acqua sotto ai ponti da quando Kubrick girò il suo film e ormai ci sono tante fiction che lo superano per quanto riguarda il grado di violenza. Grazie ancora del commento. ^_^

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    2. Vuoi altri post di Simona, Cristina? Organizza sul tuo blog la terza parte di The Pleasure of Pain... e chissà!

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