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The Pleasure of Pain II - Ichi the killer: L'amore fa male (ma Miike di più) [Cassidy]




* * *


Il 2001 è stato un anno magico per Takashi Miike, il prolifico pazzoide giapponese, classe 1960, che ha da poco sfondato il muro dei cento film diretti in carriera e ancora non accenna a rallentare. Se non bastasse la sua incredibile produttività, a far parlare di Miike è la sua fama che lo precede in tutto il mondo fin da quel capolavoro di Audition (1999). Nel 2001 il buon Takashi ha leggerissimamente esagerato sfornando sette film (!), cosette come Visitor Q, una pellicola che dovreste proprio vedere se pensate che la vostra famiglia sia strana e che, comunque, sembra un film da prima serata di Canale 5 se confrontato con The Happiness of the Katakuris, una roba che mescola splatter, animazione a passo uno e... ehm, Karaoke.
Ma senza ombra di dubbio il film che ha definitivamente sdoganato il folle genio di Takashi Miike è stato Ichi the killer che, visto il tema trattato, casca a fagiolo per la rubrica “The Pleasure of pain” ed ancora oggi, a diciassette anni dalla sua uscita, resta uno dei titoli in grado di prendere a sberle anche gli stomaci più tosti.

"Diamoci una mossa, abbiamo qualche stomaco da prendere a sberle".

Takashi Miike, per quanto mi riguarda, ha un solo difetto. Beh, due a dire la verità, ma visto che per la sua congenita follia non possiamo farci niente, limitiamoci ai difetti cinematografici. Al pari di Quentin Tarantino (che, non a caso, va pazzo per il cinema di Miike), i suoi estimatori sono in grado di fare più danni della grandine al cinema stesso. Sì, perché in troppi hanno capito che per fare film come Miike, sia sufficiente sbudellare personaggi sul grande schermo per risultare autoriali, quando, invece, quello che dovrebbe essere chiaro è che Miike riesce ad andare all’essenza dei personaggi, a fare poesia con le budella: un’idea personalissima di cinema che riesce bene solo a lui, per cui gli imitatori dovrebbero astenersi.


“Ecco, è passato Miike a fare un altro massacro. Poi tocca sempre a me pulire!”.

Inoltre, poiché il frullatore mentale di Takashi frulla e spara fuori materiale rielaborato senza distinzione tra cultura cosiddetta alta o cultura bassa, non è inusuale vederlo adattare per il grande schermo qualche Manga, come nel caso di Ichi the killer (KoroshiyaIchi), scritto da Hideo Yamamoto, da non confondere con il direttore della fotografia di fiducia di Miike che si chiama nello stesso modo; ma è solo un caso di omonimia e non cominciate a dire che tanto gli Orientali sono tutti uguali perché non è vero, ok?

Cosa vi dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Che mettono in chiaro tutto l’andamento. Quelli di Ichi the killer sono il biglietto da visita di tutta la follia che vedremo nei 120 successivi minuti. Il boss del crimine Anjo viene rapito e brutalmente massacrato, e noi spettatori sappiamo fin da subito che l’uomo è più morto della disco music; a non saperlo, ma soprattutto a non volerci credere, è il più fedele dei suoi uomini, lo yakuza sfregiato e sadomasochista Kakihara, e quando dico sadomasochista parlo anche del modo in cui va conciato in giro che da solo provoca dolore.


“Ah quindi non ti piace la mia giacca? Va bene, non me la lego certo al dito”.

L’omicidio viene attribuito al letale assassino Ichi, misteriosissimo, ma famigerato per i suoi metodi “sbudellosi” di far fuori la gente. Viene da pensare che un assassino che costringe quasi sempre una squadra con tute e mascherine a dover ripulire dopo il suo passaggio («Anche questa volta ha fatto un macello») sia una specie di bestia, un incrocio tra Hannibal Lecter e una granata a frammentazione soltanto più incazzata; beh, più o meno, perché in realtà Ichi è un ragazzo che definire problematico sarebbe peccare di ottimismo, mettiamola così, i ragazzi di Mery per sempre (1989) a suo confronto sembrano studenti modelli, ecco.

Anni di Judo mi hanno lasciato delle cose e prima di sentirvi iniziare... Sì, facevo Judo come in una canzone di Elio e le storie tese, allora? Dicevo, il Judo mi ha insegnato come far volare a terra qualcuno in modo creativo e a contare fino a dieci in giapponese. Nozione che mi torna utile oggi, perché Ichi, oltre ad essere un nome molto popolare in Giappone vuol dire anche uno, quindi stiamo parlando di Ichi, l’assassino numero uno.


Ricky Bobby Ichi, la storia di un uomo che sapeva contare fino a uno.

Peccato che il nostro numero uno entri in scena dopo un paio di minuti di film, con una tuta in gomma (ovviamente con un enorme numero uno giallo sulla schiena) che lo fa sembrare la parodia di un supereroe e la cosa più eroica che fa è... Beh, diciamo masturbarsi mentre spia un disgraziato gonfiare di botte una prostituta. Non proprio Batman, se vogliamo dirla tutta. Come fa Miike a mettere in chiaro cosa stava facendo Ichi nascosto dietro la finestra? Vi prego non fatemelo descrivere, ma se tenete duro dopo i primi cinque minuti di film, tranquilli, tanto dopo peggiora (storia vera).

Non è per la trama che Ichi the killer verrà ricordato, di suo sarebbe uno Yakuza Movie (genere popolarissimo in Giappone) piuttosto lineare: hanno ucciso il boss, il suo fedelissimo deve vendicarlo e al massimo staremmo qui ad aspettare lo scontro finale tra Kakihara e Ichi. A voler essere generosi, ci sarebbe la sottotrama di chi ha incastrato Ichi per l’omicidio. Insomma, niente di rivoluzionario, se non fosse che tutto è stato elaborato dal cervello a frullatore di Takashi Miike e il risultato finale è ancora qualcosa di unico nel suo genere.


“No, non esco stasera, sto guardando un film di Takashi Miike. Hai del Travelgum per caso? Sai per la nausea”.

Dettaglio fondamentale prima di continuare. A differenza di noi Occidentali, i Giapponesi, quando adattano per il grande schermo un’opera di fantasia, come potrebbe essere uno dei loro Manga, non si fanno troppi problemi per risultare realistici a tutti i costi, un limite da cui noi Occidentali non riusciamo a svincolarci. Per i Giapponesi, invece, se storia di fantasia dev'essere che lo sia e quindi Ichi, con le sue lame retrattili sui talloni, può dividere a metà le persone come faceva Goemon con la sua spada in quasi tutti gli episodi di Lupin. Immaginate questa mancanza di limiti, nelle mani di uno come Takashi Miike cosa può generare!

Senza troppi vincoli di realismo, quindi, Miike apre il film con una regia acidissima e popola la pellicola di personaggi assurdi, partendo da Karen, la prostituta dalla parlata Nippo/Yankee interpretata dalla bellissima Paulyn Sun (nota anche come “Alien Sun” e ci sarebbe da indagare su questo soprannome), oppure il viscido e manipolatore Jijii, interpretato da un altro che, quando distribuivano la follia, era tra i primi della fila insieme a Miike, ovvero Shinya Tsukamoto, il regista della trilogia Cyberpunk di Tetsuo. Insomma, una bella banda di matti!


Siamo una banda di bastardi, al soldo dell’uomo del Giappone (Cit.)

Eppure, il più colorito di tutti resta Kakihara (Tadanobu Asano); capello alla Billy Idol, guance sfregiate ben prima del Joker di Heath (detto BIP) Ledger e una serie di giacche e giacchette, molte delle quali color viola che davvero sembrano state scippate dall’armadio della storica nemesi dell’Uomo Pipistrello. Sulla questione guance, poi, Takashi Miike regala al personaggio un’entrata in scena memorabile: lo vediamo di spalle intento a fumare una sigaretta, con il fumo che invece di uscire come dovrebbe da sopra, viene sparato fuori dai lati della faccia, entrambi tenuti insieme da un paio di graffette… alla faccia di chi dice che il Punk è morto.


“Fumare fa male. Ma io posso farvene di più”

Kakihara è pronto a tutto pur di ritrovare il suo Boss, anche a pestare i piedi fregandosene della gerarchia interna della Yakuza. Lo scopre molto presto Suzuki (Susumu Terajima) vittima dell’interrogatorio fatto in puro stile Kakihara. Il poveretto finisce appeso per la pelle della schiena a dei ganci appesi al soffitto, un po’ come se fosse uno dei quarti di bue di Rocky, purtroppo per lui ancora vivo. Bisogna dire che persone appese al soffitto e un uso, diciamo libertino, degli spuntoni acuminati è un po’ un marchio di fabbrica del cinema di Takashi Miike (se avete visto Audition non potete certo dimenticarlo), ma tutto questo serve a raccontarci Kakihara, un sadomasochista che ama l’olio da frittura e se la ride felice mentre tortura Suzuki. Nemmeno l’intervento dello Yakuza più alto in grado lo preoccupa; anzi, se la ridacchia felice come se il dolore di Suzuki sia spassoso come l’ultima puntata dei Simpson.


"Dehihiho, mitico! Guarda come si agita, nemmeno lo stessero punzecchiando con uno spillone. Ah no! Lo sto facendo!".

Il rapporto con il dolore di Kakihara lo caratterizza, e per farsi perdonare la mancanza di rispetto nei confronti di Suzuki fa gioiosamente ammenda, sacrificando qualcosa che gli dà piacere. Per sua fortuna, Kakihara si definisce un tipo goloso, quindi si affetta la punta della lingua (il tutto in favore di macchina da presa) per poi donarla come se nulla fosse a Suzuki. Non oso pensare cos'avrebbe fatto se fosse stato lussurioso invece che goloso, così che dobbiamo ancora considerarci fortunati, perché di sicuro sulla violenza Miike non tira mai via la mano. Ma nemmeno Kakihara!


"Lo sai che carne ci vuole per il bollito alla piemontese?".

In tutto questo, non mancano dosi abbondanti di umorismo (nerissimo!) e un attimo dopo essersi asportato un pezzo di lingua, Kakihara risponde al cellulare come se nulla fosse. Di ancora più spassoso, se riuscite a stare al gioco, c’è la dichiarazione d’amore a Kakihara di Karen, che, pur di diventare la sua donna, inizia a dargli supporto nello strappare le guance ad un poveretto in cambio di informazioni.


Tipo quando vostra zia vi dava i pizzicotti sulle guanciotte da bambini.

Ed è qui che Ichi the killer inizia a trovare un senso. Kakihara compie una ricerca disperata del suo Boss, non perché sia innamorato di lui nel senso omosessuale (o in qualunque modo sessuale) del termine, quanto perché da sadomasochista puro, aveva trovato nel Boss l’unico in grado di picchiarlo e malmenarlo nel modo in cui ha bisogno. Questo diventa chiaro quando Karen cerca di prenderlo a frustate con tutta la sua forza, ma lasciando Kakihara molto annoiato. Le sue parole alla ragazza sono il manifesto programmatico del personaggio: «Se vuoi fare male a qualcuno, non devi provare empatia per lui, devi provare la gioia del dolore che gli fai provare. Questa è la forma più alta di compassione». Purtroppo, Karen non è abbastanza per un professionista del dolore come Kakihara, che inizia seriamente a pensare che Ichi, il temibile assassino, potrebbe essere l’unico in grado di massacrarlo come davvero desidera.


“Mia nonna mi picchiava più forte, mettici un po’ d’amore in quelle botte”.

Allora, parliamo di questo Ichi. Il personaggio interpretato da Nao Omori è una macchietta quasi fantozziana, un sfigato della peggio specie pressato e maltrattato da tutti, capace di andare in loop come un disco rotto quando, sbagliando qualcosa, fa partire la cantilena delle scuse. L’unica cosa che smuove il ragazzo sono i bulli: appena vede qualcuno trattare male un innocente, si trasforma in una bomba atomica capace di sbudellare tutto e tutti, salvo poi sprofondare nuovamente nei suoi sensi di colpa.

Alla base di questa mente devastata c’è un trauma, avvenuto come accade sempre ai Giapponesi a scuola, perché nella loro cultura votata al lavoro, gli abitanti del Paese del Sol Levante fanno tutte le loro esperienze (buone o cattive che siano) a scuola, per poi iniziare a lavorare dedicandosi solo a quello. Nel caso di Ichi, il trauma è aver assistito allo stupro di Tachibana, un’amica intervenuta per difenderlo dai bulli e finita lei stessa vittima nel modo più terribile, in una scena che Miike ci mostra solo come flashback e che a sua volta è un omaggio alla stessa (tremenda) scena di quel capolavoro di Sonatine di Takeshi Kitano, perché nel frullatore cerebrale di Miike ci finisce dentro tutto, anche il cinema.

Ichi da allora è un sociopatico che si eccita solo davanti alla violenza perpetuata contro i deboli, ma impossibilitato a raggiungere una vera soddisfazione, perché in un attimo, PUFF! ha già massacrato tutti dentro la stanza. Lo scenario, quindi, è chiaro: Ichi e Kakihara sono poli opposti magneticamente attratti, ma allo stesso tempo sono personaggi che non troveranno mai l’amore di cui avrebbero bisogno.


Anime gemelle o nemici mortali? Sicuramente entrambi ben vestiti.

Sì, perché alla fine Ichi the Killer è questo: una storia di amori non corrisposti, di metà della mela che sembrano combaciare anche se non proprio in maniera perfetta; solo che per raccontare questa trama, Takashi Miike pare non salvaguardare nemmeno una parte del corpo dei suoi personaggi. In 125 minuti assistiamo a lingue e capezzoli affettati, pugni ingoiati (in una mossa marziale di difesa capace di spiazzare ogni avversario), gole e arti recisi; insomma un bagno di sangue in cui il dolore fisico dei personaggi va di pari passo con il piacere che provano nel massacrare o essere massacrati.

L’apice non può che essere lo scontro finale tra Ichi e Kakihara, che avviene sul tetto e vede lo Yakuza ossigenato in fibrillazione come uno scolaretto, perché è chiaro che non ti può capitare di incontrare la tua potenziale anima gemella due volte nella vita, ma con due personaggi così scombinati è altrettanto chiaro che non può essere tutto pesche e crema. Il vero dolore per loro sarà quello di continuare a non trovare reciproca soddisfazione uno dall’altro, una delusione così grande che si traduce in un suicidio tragico, che normalmente si direbbe shakespeariano, se non fosse già tutto così Miikiano; quindi occhio alla ferita in mezzo alla fronte di Kakihara, che è rivelatrice su come si sono svolti davvero i fatti.


“Takashi ma cosa ti fumi per fare film così?”. “Rosmarino”.

Con tutti questi morti ammazzati male e coppie di sicari assassini, di cui uno vestito da cane (eh!?) Ichi the killer è una storia di amore e dolore, soprattutto dolore, capace di mettere alla prova il vostro fegato in fatto di film. Per “The Pleasure of pain” non poteva però esserci titolo migliore… Amatevi come ama soffrire e far soffrire Kakihara, sono sicuro che questo in vita vostra non ve lo ha augurato mai nessuno!


* * *


Non potevo quasi credere a quel che vedevo, quando ho posato per la prima volta gli occhi su questo post che Cassidy - il blogger super esperto di cinema (e fumetto) amministratore de La bara volante - ha preparato per The Pleasure of Pain II. Tra i candidati, fin dall'inizio, a fare da sigillo allo Speciale, a causa della progressione dei temi che avevo in mente, non potevo ancora sapere che avrebbe magicamente richiuso il cerchio riportando The Pleasure of Pain al suo post delle origini, Il piacere della sofferenza, apparso lo scorso primo maggio su The Obsidian Mirror. Tutto era allora cominciato con degli uncini (quelli del ciclo di Hellraiser) e tutto a degli uncini ora ritornava. Degli uncini che per di più sono forse la sola cosa che, graficamente parlando, ha attraversato immutata, accompagnandosi al logo del titolo, le due fasi dell'iniziativa. Cosa chiedere quindi di meglio a un finale?


Ma vi sarete forse anche accorti di qualcos'altro. Ossia che il discorso da me iniziato sotto l'insegna di Dal sadismo a Sade è arrivato appena al suo secondo post ed è ancora abbastanza lontano dal potersi considerare concluso. Credo anzi che potrebbe tranquillamente arrivare a dieci parti, se prendessi in considerazione tutti gli appunti che ho messo su carta. Ho invece intenzione di limitarmi a esaurire il discorso avviato su Le centoventi giornate di Sodoma, in particolare in relazione al Salò di Pier Paolo Pasolini, e poi mettere il discorso de Sade a riposo, almeno per un po' di tempo. Detto in altri termini, The Pleasure of Pain II termina oggi come previsto, ma dalla prossima settimana prenderà il via una sua extension di breve durata, la minima necessaria.
Il punto è che una buona parte dei guest-post che mi sono stati proposti dai validi collaboratori allo Speciale, che approfitto per ringraziare tutti di nuovo, mi ha invogliato ad aggiungere qualcosa sull'argomento specifico, così che si può dire che alla fine io abbia lavorato soprattutto "a braccio". Che è poi il mio modo consueto di lavorare con il blog.
Non mi resta quindi che invitarvi a seguirmi anche per la breve durata di The Pleasure of Pain II Extended, oltre che, se qualcuno di voi, chiunque di voi, che legge queste righe si sentisse stimolato a farlo, invitarvi ad inviarmi un nuovo guest-post in tema da pubblicare al suo interno.

[I. L.]

Commenti

  1. Spettacolare modo di omaggiare un maestro schizzato e parecchio "doloroso" come Miike ^_^
    Una degna conclusione dello speciale, anche se scopro continuerà...

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    1. Un puro post in stile Cassidy ^__^
      E sì, si è reso necessario un prolungamento...

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  2. Spettacolare conclusione...anzi no! Spettacolare punto di traghettamento verso la terza parte .;)

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    1. Be', parlare di terza parte forse è un po' troppo. A meno che non sia il tuo blog a decidere di ospitarla e in tal caso un mio guest-post ce l'hai già assicurato ;-D

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  3. Sono molto contento che gli uncini di Capitan Miike abbiano trova un incastro negli ingranaggi di questo specialone, di cui non posso che farti che farti i complimenti, perché ci hai portato in tanti (dolorosi) posti, con ottimi post, grazie per l’ospitalità e l’occasione di fare da “coda strumentale” a questo “The Pleasure of Pain II”. Ancora più contento di sapere che ci saranno altri post, non potrei essere più contento! ;-) Cheers!

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    1. Il mio grazie va a te per questo intervento che suggella nel miglior modo possibile il corso di questo Speciale. Fin quasi dall'inizio il Giappone premeva per esplodere... prima l'accenno a "Ichi the killer" nel post di TOM, poi l'intervento di Ariano su Mishima e infine lo spin-off su "Limpero dei sensi" di Lucius Etruscus.
      A presto rileggerti, Cassidy ^__^

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  4. >>> In effetti avevo la sensazione di qualcosa di incompiuto, avendo tu già accennato in varie occasioni a una gran mole di materiale da te preparato. A questo punto attendo anch’io questo ‘prolungamento’, nell’attesa che il blog riprenda il suo corso normale… immagino che mai come quest'anno, dopo questa sfacchinata, tu attenda con asia il Natale per riposarti dalle fatiche del blogging! Riguardo il film, “Ichi the killer non è il mio Miike preferito ma è sempre un piacere (…) riguardarlo. Un film perfetto per questo speciale, che sarebbe stato adattissimo anche alla prima parte.

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    1. Hai visto giusto, Simona. Quest'inverno mi prenderò una pausa extra-large (quella che avevo tentato invano di prendere lo scorso anno) proprio per riequilibrare l'impegno del blog, che mi ha assorbito quasi ogni minuto libero da inizio estate a oggi. Il prolungamento non basterà a esaurire tutto il discorso così come l'avevo progettato all'inizio, ma almeno la parte ora in corso, dedicata a Le 120 giornate e a Salò, quella sì.

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  5. Ma è finito così?
    E' questo l'ultimo post..?
    Ichi the killer è bellissimo!
    Ma non dovevi parlare di Salò di Pasolini...cosè sto extended?

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    1. Hei, Max, cosa ho scritto più in alto nel mio commento al post di Cassidy?
      "Ho invece intenzione di limitarmi a esaurire il discorso avviato su Le centoventi giornate di Sodoma, in particolare in relazione al Salò di Pier Paolo Pasolini, e poi mettere il discorso de Sade a riposo, almeno per un po' di tempo."
      Esattamente a questo serve l'extended, a parlare del film di Pasolini ^__^

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  6. "Ichi the killer" l'avevo sentito come titolo di un anime, non sapevo che ne avessero fatto anche un live action così folle. Lo annoto ;-)

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    1. Per me invece fino a poco tempo fa era Terra Incognita, ma credo che questo ve lo immaginavate già da soli ^__-

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  7. Ah be'... io questo regista non lo conoscevo per niente.
    P. S. Fossi in voi però tutto questo lavoro lo trasformerei in libro o in ebook

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    1. Grazie per la stima, Ferruccio, ma forse il materiale è troppo eterogeneo per tirarci fuori un e-book convincente...

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    2. Io pensavo ai lettori futuri. Mi pare un lavoro molto valido e quindi con la giusta uniformità (va aggiunto il legame tra le parti) potrebbe avere valore anche in prospettiva. Sul blog non è facile pensare che tra un anno ci sia un qualcuno che legga tutti questi post. Magari capita si uno o su l'altro. Be', hai capito cosa intendo, pensaci... o pensateci

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    3. Per il futuro è senz'altro una possibilità. Ma dovrei avere abbastanza tempo per organizzare tutte le mie serie di post in e-book. Poi c'è la questione dei diritti delle immagini... per i libri, soprattutto se li metti in vendita, anche a prezzo minimo, non è come per i blog.

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    4. Si mi rendo conto delle difficoltà, io per esempio sto impaginando e mettendo in eBook tutto quello che sul mio blog può avere una parvenza di libro: è un lavoro immane, ma credo necessario. Soltanto ieri, mi sono trovato centinaia di visite per un post del 2012 , credo sia stato usato come ricerca scolastica.

      Provo a immaginare questo lavoro, che potenziale...

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    5. Nel tuo caso però è più facile, perché lavori molto a rubriche, con post autoconclusivi e della stessa struttura e lunghezza. I record culturali, per esempio, richiedono pochissimo lavoro di revisione, sono quasi solo da impaginare e basta. Lo stesso i racconti ispirati ai quadri e ai disegni di tuo padre. O la cucina letteraria.

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    6. Sì forse inconsciamente è una strada che ho intrapreso dall'inizio, ma tu fallo che ti ospito anche per un'intervista per presentarlo

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    7. Ah ah! Ne riparliamo al momento dovuto, cioè... tra qualche anno ^__^

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  8. Ciao Cassidy , complimenti per il post...veramente bello.
    Poteva starci anche e un paragone come una lotta tra lo stile Old English con uno qualsiasi dei componenti dei Beatles (Ichi) e il Glam di David Bowie (Kakihara) ...ahahah!!
    Sopra ho detto che Ichi the killer è bellissimo , mi ridimensiono un pò : diciamo che per questo genere sicuramente ha tanti meriti e qualche difetto.
    Che poi secondo me accomuna tanti film provenienti dal paese del sol levante.
    Tu riassumi molto bene quel che penso io del cinema orientale e cioè un cinema veramente senza limiti , per certi versi veramente sopra le righe.
    Quando scrivi che i giapponesi non si fanno problemi ...in generale , è come se mi leggessi nella testa.
    Ho sempre pensato (e son stato anche criticato per questo..quasi al limite di sembrare razzista con quelli con gli occhi a mandorla...ma non lo sono) che gli orientali hanno un limite di sopportazione diverso da quello degli occidentali.
    Cioè quello che per noi è inaccettabile per loro è sopportabile...un metro di confronto diverso.
    E' una mia convinzione che viene puntualmente provata ogni volta che guardo il cinema orientale in generale.
    Sono culture diverse ed è inevitabile che ci siano anche punti di vista diversi anche se poi vengo frainteso di pensare per luoghi comuni.
    Tornando al film sopra...rispetta anch'esso le mie convinzioni.
    Datato ma veramente affascinante.
    Il punto di forza è sicuramente il personaggio di Kakihara che a mio avviso eclissa Ichi.
    C'e un altro film che secondo me non stonerebbe e che ha in comune con Ichi lo splatter ma forse non è troppo sadico ed è Story of Ricky di Ngai Choi Lam del 1991.
    Ciao

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    1. Ciao Max, scusa se ti rispondo solo ora, stavo per perdermi il tuo commento (grazie Ivano!).
      Si Kakihara è decisamente Glam, senza ombra di dubbio :-P In effetti la cultura del Giappone gioca un ruolo chiave, in questo film ci sono molti elementi importanti, tipo il fatto che la scuola per ogni Giapponese sia il momento in cui si fanno quasi tutte le esperienze, prima di gettarsi nel mondo del lavoro anima e corpo (quello sì una vera tortura!) con una dedizione che per noi è impensabile, infatti Ichi qui viene turbato da un evento accaduto proprio a scuola. Certo poi Miike porta tutto ad un altro livello ecco ;-) Non ho mai visto questo tiolo, dovrò cercarmelo, grazie per la dritta ;-) Cheers!

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  9. Ma se era poesia in Ichi The Killer, cosa fa con le budella Miike ne L'Immortale?

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    1. Un grande grazie per il passaggio e il commento, Bruno, ma non dispongo delle conoscenze necessarie a commentarti a mia volta. Passo quindi la palla all'autore del post, sperando che ricapiti da queste parti ;-)

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    2. Il riferimento era al film di Miike del 2017, disponibile su Netflix. L'immortale è una specie di vecchio samurai che non può morire, è stato "benedetto" da una strega che ha immesso sanguisughe nel suo corpo, di modo che curino qualsiasi sua ferita. Così i suoi avversari cercano di eliminarlo e ci vanno vicini, ma anche se fatto letteralmente a pezzi il nostro eroe si riappiccica ogni volta tutto intero... La poesia dello squartamento raggiunge in quel film nuovi livelli.

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    3. Ah, ok. Adesso è più chiaro anche per me. Grazie Bruno :-)

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    4. “L’immortale” mi è piaciuto davvero molto, la scena iniziale in bianco e nero vale da sola la visione. Il guerriero protagonista è la quinta essenza dei personaggi Miikiani, non ha una tecnica di combattimento, in pratica la sua forza è sapere che potranno provare ad ucciderlo in ogni modo, ma lui tornerà in vita sempre, questo lo rende tragico, proprio per questo l’ultima scena, in permetta comunione con le parole della canzone sui titoli di coda, rendono quel film davvero figo ;-) Cheers!

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  10. Ci rimarrà sempre il dubbio di chi mai abbia ispirato Miike in quella scena dove il suo protagonista si affetta le guance da un orecchio all'altro... La Kuchisake-Onna? Maldoror?

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    1. L'uomo che ride? La Dalia Nera?

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    2. Bella domanda, Miike penso si sia limitato a replicare il look che i personaggi avevano nel manga, che purtroppo non ho letto, quindi non ti saprei proprio dire, fa pensare al Joker, quindi direi che l’intuizione di Ivano è buona, l’uomo che ride potrebbe essere un indiziato. Cheers!

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