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Black & White & Sex Talks




Il diavolo è il bianco e il nero, Dio è il grigio. 
Il diavolo è l'uomo e la donna. Dio è il sesso.
                        Angie

Il titolo del film per la verità si ferma prima, il Talks è una mia aggiunta. Dettatami da cosa?, potreste chiedervi. In primo luogo dalla mia scelta di focalizzare l'attenzione sulla prima parte abbondante dei novanta minuti totali della pellicola - un'ora scarsa di cinematografia dove a occupare la scena, accanto al corpo (ai corpi) ma soprattutto al volto (ai volti) della protagonista femminile, c'è la parola parlata: un monologo sul sesso che giudico la parte più riuscita del film, o perlomeno la più originale e spiazzante. E con questo non voglio dire che il seguito non sia riuscito, tutt'altro, ma solo che è più ordinariamente cinematografico. E' qui che si concentrano rivelazioni e scene madri, il succo della trama. 
Un'ultima cosa ancora, a chiusura di questa premessa: ho scritto sopra "monologo sul sesso", ma forse è più corretto parlare di "monologo del sesso".

Film senza dubbio notevole, degno della tradizione più "alta" del cinema degli antipodi, Black & White & Sex è un film scritto e diretto, con chiaro intento minimalista, dall'australiano John Winter. Gode di un'unica scena, fotografata in un fulgido, tagliente bianco e nero e animata dall'incessante movimento della protagonista femminile oltre che da un guizzante alternarsi di campi totali, campi medi e primi piani (più un altro "espediente" ancora che presto affronterò ed è al centro di questo articolo). Completano il quadro brevi sottolineature a mezzo di sonorità elettroniche discrete, nel miglior stile ambient
La storia è quella di un anonimo cineasta, alter ego del regista, che intervista una prostituta di nome Angie, allo scopo di realizzare un film-verità che illustri le motivazioni, esteriori e interiori, che spingono una donna a mettere in vendita il proprio corpo. Ma il work in progress a cui assistiamo nella finzione cinematografica e il prodotto finito e confezionato proiettato sullo schermo sono in realtà, e non se ne fa mistero, un'unica e stessa cosa. Siamo, in altre parole, coinvolti in un'operazione di meta-cinema. Una delle tante, si dirà. La differenza è che Black & White & Sex da questo punto di vista rincara la dose.

La prima inquadratura è sul primo ciak, poi gli occhi degli obiettivi (la scomposizione dello schermo in simultanee da angolazioni diverse è ricorrente sebbene senza eccessi) indugiano sul personale di scena che si muovono sopra e intorno al grande palco spoglio, destinato ad accogliere, per tutta la durata dell'intervista, la prostituta Angie. La donna non si fa in ogni caso attendere, e appena un minuto dopo l'avvio del film assistiamo al suo ingresso in scena.
La prima cosa che salta all'occhio dell'intervistata è la forte somiglianza con Marilyn Monroe - e già questo insistere del regista (John Winter) sulla fiera delle banalità dovrebbe apparirci sospetto. Segue una fase di preamboli e presentazioni, nel corso della quale il cineasta (l'anonimo alter ego) ci mette a conoscenza che il film consisterà di un unico take. Si tratta però di un'affermazione che gode di uno status fittizio di verità, valida soltanto al livello della finzione cinematografica.

Quando poi, dopo cinque minuti, Angie si libera della sua parrucca bionda, la donna che rimane non evoca più la figura di Marilyn. E’ una rivelazione che non ha nulla di sorprendente - l'ennesima banalità dal punto di vista dell'invenzione filmica; ma senza che possiamo ancora saperlo, questo evento all’apparenza così poco significativo è a sua volta una maschera che allude senza dire al contenuto e al senso del film.
A questa prima sostituzione di immagine se ne aggiunge presto un’altra, stavolta sì sorprendente nella sua drasticità. Di primo acchito si pensa che l’intervista a Angie si sia conclusa e che quello a cui abbiamo appena assistito sia l’entrata in scena di una seconda prostituta, pronta a essere intervistata a sua volta. Ma presto ci si rende conto che qualcosa non quadra e che le due prostitute condividono una stessa storia, una stessa personalità e anche uno stesso nome. In altre parole: l'intervistata è sempre Angie, è solo cambiata l’attrice che la interpreta. Un giochetto che si ripeterà per altre sei volte nel corso del film, per un totale di otto Angie, o, più precisamente, di una Angie divisa per otto.


Ancora metacinema? Otto possibili candidate al ruolo di Angie... perché non assoldarle tutte e otto, se il budget lo consente? Ma se non si ci accontenta di una spiegazione così letterale - e io ho scelto di non accontentarmi - se ne possono teorizzare di alternative. Supponiamo che le otto diverse versioni di Angie vogliano suggerire l'idea di otto diverse parti della sua personalità... Peccato che anche questa spiegazione non regga alla prova dei fatti. I pensieri a cui Angie dà voce durante l'intervista hanno tutta l'aria di svilupparsi secondo una logica lineare di semplice approfondimento del discorso. E neanche sembra il caso di cedere alla tentazione di ricorrere a spiegazioni di tipo metafisico: così come non mettono in scena otto diversi tipi psicologici, le attrici non sembrano adatte a rappresentare neanche gli otto tipi sessuali presi in considerazione da alcune scuole tantriche.
Forse è più conveniente chiedersi, a questo punto, cosa succederebbe al film se il ruolo di Angie fosse interpretato da una sola attrice invece che da otto. L'effetto più evidente, secondo me, sarebbe che la prostituta Angie diventerebbe una figura ancora più totalizzante nell'economia del film, a scapito della parola che perderebbe una parte consistente del suo ruolo di protagonista. Per preservare l'attenzione sul discorso, John Winter, non potendo mantenere nell'ombra per la maggior parte del tempo la figura dell'intervistata così come fa con l'intervistatore, sceglie una strategia opposta ma altrettanto efficace: annulla la persona (maschera) Angie moltiplicandola - o dividendola - per otto.
In caso contrario, perché cominciare l'intervista vera e propria con questo scambio di battute, che poi non trova nessun vero sbocco apparente nel suo seguito?
Cosa è per te il sesso?
chiede il cineasta-intervistatore. La risposta di Angie è:
Moltiplicazione e divisione.
E' a questo punto, subito dopo la parola divisione, che avviene il primo scambio di attrici.
Ma questo frammento di dialogo ci porta ancora più lontano. Se il sesso è moltiplicazione e divisione e anche Angie lo è, allora qui si stabilisce anche un'equivalenza: quella tra Angie e il sesso.


Ma come pensa e parla Angie? Il suo repertorio non difetta di termini del mestiere, come fuck, dick, cunt, e compagnia bella. Ma il suo monologo/dialogo è anche altro, poiché se davvero Angie e il sesso sono la stessa cosa, allora la sua voce è la voce del sesso a tutto tondo. Possiamo guardare a lei come a una moderna Diotima, ma non perché come l'altra ci indichi un'ascesa, un percorso metafisico a gradini che dalla carne porti al bello in sé. Il sesso è Dio, ma è un dio immanente, compreso da cima a fondo nella sua creazione.
Angie è una moderna Diotima perché, come la protagonista del Simposio platonico, è più di se stessa. Diotima è un tutt'uno con l'amore e attraverso di lei parla l'amore, attraverso Angie parla il sesso. In un caso e nell'altro le due donne si prestano a essere veicoli, condotti della parola. La differenza è che il testo filosofico non mostra un corpo e un volto che possano distrarci dal discorso e non è quindi necessario che Diotima sia assoggettata a un trattamento di spersonalizzazione del genere di quello che riceve la moderna protagonista del film.

L'istruzione superiore - è laureata in chimica - mette a disposizione di Angie una metodologia e una padronanza di linguaggio tali da adempiere al suo ruolo. Angie è una scienziata e filosofa della sessualità, ne conosce i meccanismi più profondi, conosce i modi diversi in cui l'uomo e la donna vi si approcciano. In realtà sorprende che questo film sia stato scritto da un uomo, se si pensa che tutto quello che vediamo e ascoltiamo ci viene offerto dal punto di vista della donna.
Angie:
Si dice che gli uomini amino fare sesso,
ma non è vero.
Le donne amano fare sesso.
Gli uomini fanno sesso per amare.
E' il solo modo in cui riescono ad amare.


E' così inevitabile che l'intervista finisca anche per uscire dai confini stabiliti, con il risultato che il cineasta-intervistatore si ritrova in più occasioni messo alle corde, soverchiato dalla superiore capacità dialettica della sua controparte. Le sue domande alla fine si riducono a controdomande, o a segni di interpunzione inseriti nel denso monologo della donna.
Facile capire quanto sia rischioso un simile gioco, ma John Winter ha, tra i suoi meriti principali, quello di cavarsela con una scrittura elegante ma credibile, a tratti un po' di maniera ma priva di forzature evidenti. In ogni caso, poiché la prudenza non è mai troppa, all'attore che fa le sue veci nel film mette in bocca queste parole all'indirizzo di Angie:
Sai, io invidio il tuo coraggio.
La tua onestà.
Amo il modo in cui funziona la tua mente...
il modo in cui va oltre la superficie delle cose.

Esiste inoltre una trama parallela, che scorre sotterranea a quella dell'intervista, prima di emergere e prendere il sopravvento, come ho accennato all'inizio, nell'ultima mezzora di pellicola. Nel frattempo che Angie si moltiplica o divide per il numero delle sue maschere senza che la sua unità venga mai meno (Angie moltiplicata o divisa otto volte per se stessa da sempre Angie come risultato), cadono di riflesso a una a una quelle indossate dall'autore-intervistatore. E' una progressione discreta ma implacabile, orientata verso un doppio climax, che si tradurrà sullo schermo in due forme molto diverse di catarsi, per lui e per lei, ma sempre, in entrambi i casi, all'insegna della voce e/o della parola.

Commenti

  1. Penso che la scelta di usare otto attrici per la parte di Angie nasca dal voler rappresentare la spersonalizzazione che si ha nello sfruttamento di una persona, che a questo punto diventa un oggetto, perde della sua individualità e diviene solo un corpo, perdendo i connotati che la distinguono e la rendono unica.

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    1. E' una possibile interpretazione, Marco. Però sembra smentita dal modo in cui è trattato il soggetto prostituzione nel film e anche dalle motivazioni personali del regista che vengono rivelate nel finale.

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  2. Risposte
    1. Non è proprio un film di tutto riposo, ma vale la pena affrontarlo ;)

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  3. Così sui due piedi, senza averlo visto, mi sembra che traspaia il concetto dell'uomo succube della sua donna. Tanto più vero se percepita come la somma incompresa di personalità multiple.

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    1. Il punto è che la personalità di Angie è una e immutata per tutto il film. E' solo l'apparenza fisica che cambia...

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  4. Ho visto questo film ieri sera.
    Mi sono messo immediatamente a cercare info.
    Son incappato su questo blog.
    Mentre leggevo la tua recensione, pensavo a quanto la società vada riformata.
    Vada rallentata e portata più a misura e a tempo d'uomo.
    E mentre pensavo questo, ho fatto un ulteriore salto e ho pensato all'unico movimento politico che sembra aver capito che bisogna rallentare e godere del tempo.
    Poi vado a vedere il tuo profilo e dico ...nooo incredibile.
    Questo film visto alle nove di sera su un canale generalista, non sarebbe godibile.
    Va visto con tranquillità, quando il metabolismo si acquieta, quando i pensieri rallentano e si concentrano sui fondamenti.
    Un film femminista ma di quel femminismo bello, che richiama alla potenza ancestrale femminile della magna mater.
    Gravida, nutrice e divoratrice, ambivalente (B/W) quindi.
    Angie è una troia ! (per te che sei toscano e sai cosa significa) Con tante mammelle gonfie, scrigno di sperma.
    C'è un momento nel film che l'attrice Maia Thomas, per me la più carismatica (sebbene tutte molto brave) una volta denudata, si passa in modo distratto, la mano sul ventre.
    Un gesto che mi è sembrato istintivamente difensivo.
    Negli occhi delle interpreti si percepisce continuamente la fragilità e la forza, che va e viene attraversandole.

    Incredibile...

    Questo film è potente, con buona pace dei Virzì che credono di saper raccontare il mondo femminile.

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    1. Benvenuto Stefano! E grazie mille per il commento, che è di per sé una recensione breve ma interessante e articolata del film.
      Non so se è ancora così, ma fino a poco tempo fa questo mio intervento era l'unico in lingua italiana su questo film.
      Un film che si presta senza dubbio a molteplici letture. Io ho dato la mia, che unisce tra loro due mie passioni: l'erotismo e la cultura classica.
      Ho apprezzato molto anche la tua nota sulla lentezza abbinata alla politica e, ovviamente, la coincidenza di scelta.

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  5. È ancora al primo posto...film bellissimo!

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    1. Salve kiarma e benvenuta. Quando qui atterra qualcuno che non conosco cerco di farmi un'idea di chi sia e non sempre è facile, ma devo dire che tu stracci chiunque altro... tre blog aperti e un "post" pubblicato. Wow!
      Quando parli di "primo posto", ti riferisci alla tua personale hit parade cinematografica, immagino.
      Grazie mille del passaggio e del commento!

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