Il settimo canto - Anteprima
Questa breve Anteprima del Settimo canto, volume conclusivo della trilogia iniziata con L’Estate dei Fiori Artici e proseguita con Gli occhi di Modì, figurerà, nei miei programmi, nelle pagine finali di questo secondo volume, così come L’Estate dei Fiori Artici ha a suo tempo presentato due lunghe Anteprime – sebbene in una forma non ancora definitiva – degli Occhi di Modì.
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| Copertina immaginaria |
Detto ciò, buona lettura per chi passa ancora di qui.
* * *
Il settimo canto - Anteprima
Quando arrivo di fronte alla chiesa, il prete è sulla gradinata d’ingresso, intento a parlare con un paio di persone. A differenza di prima, adesso indossa una tonaca nera e ne deduco che abbia da poco terminato di officiare messa. Mi siedo a uno dei tavolini del belvedere, in attesa che termini la sua conversazione. Cosa che accade dopo pochi minuti. Sembra avere indovinato le mie intenzioni, perché si dirige senza esitazioni verso di me.
“Tutto bene?” mi domanda.
“Credo di sì, ma può concedermi ancora qualche minuto?”.
“Certo, però andiamo dentro…”.
Mi guida attraverso un corridoio d’ingresso, fin nel suo studio. È una stanza grande, e immersa nella penombra nonostante le sue due finestre. Le pareti sono per il resto occupate da scaffalature e vetrine piene di libri. Mi invita a sedermi di fronte a lui, a un grande tavolo rettangolare di legno massiccio. Una cassapanca, altre sedie e un pianoforte a muro costituiscono il rimanente del mobilio.
“Di cosa volevi parlare?”, mi chiede.
Non ricordo come si chiami, ma pensandoci meglio forse non l’ho mai saputo; non ci siamo presentati e le donne di prima, anche se gli davano del tu, lo chiamavano comunque “priore”. Immagino comunque che lo saprò presto, e per il momento lascio correre. Ha un’aria sensuale e ascetica allo stesso tempo, e lo sguardo aperto e mite. Forse piacerebbe anche a Marzia.
“Vorrei sapere,” gli chiedo, con voce incerta per l’emozione, “se lei ha conosciuto un certo Tom… un uomo alto e robusto arrivato qua nientemeno che dall’Australia, negli anni ’60”.
Il parroco diventa improvvisamente molto serio e mi fissa con una strana espressione in volto, come se si rendesse conto solo ora di star parlando con un perfetto sconosciuto.
“L’ho incontrato una sola volta,” mi dice, “poco tempo dopo essere arrivato quassù e, per quanto ne so, negli ultimi dieci anni non si è mai fatto vedere. Comunque ho saputo di lui proprio stamani e quindi so perché sei qui…”.
“Prego..?” chiedo stupito.
La sua espressione cambia ancora. Adesso sembra nutrire seri dubbi sulle mie intenzioni.
“Non mi stai prendendo in giro, vero?”.
Al mio gesto di resa disperata, si alza da sedere e mi fa cenno di seguirlo. Tutta questa storia sta diventando un peregrinare continuo, mi dico, mentre usciamo di nuovo all’aperto.
“Mio padre era molto amico di Tom. Visto che viveva da solo, non amava cucinare e non gli mancavano i soldi, veniva tutti i giorni a mangiare qui, mattina e sera. Ovviamente mio padre gli faceva un prezzo di favore…”.
A parlare è il proprietario de “La tana dell’orso”, l’unica osteria del paese. In effetti lui ha qualcosa dell’orso.
So da alcuni minuti che Tom è morto, pochi giorni prima.
“Per quanto mi riguarda”, continua l’oste, “posso dire di averlo conosciuto abbastanza bene, anche se il nostro rapporto è alla fine diventato di natura quasi solo professionale”.
“Professionale?” chiedo sorpreso.
“Sì. Poco tempo dopo la morte di mio padre, a metà degli anni settanta, Tom decise di tornarsene in Australia. Prima di andarsene, però, in nome dell’amicizia che lo legava a mio padre, mi affidò la gestione della sua proprietà… sai, la casa dopo il cimitero che lui ha abitato per quasi vent’anni. Non voleva saperne di venderla, al limite di affittarla per brevi periodi, in modo che non rischiasse di finire in stato di abbandono. Io, in cambio della ricerca degli inquilini e della manutenzione ordinaria, mi prendevo una percentuale sul ricavato degli affitti e versavo il rimanente su un conto a lui intestato. In più mi veniva rimborsata ogni spesa che dimostravo di aver sostenuto per gestire al meglio la situazione. Questo era l’accordo. Ovviamente, era impensabile di riuscire ad affittarla al di fuori del periodo estivo, ma questa è la regola quassù… come forse saprà già, in paese nove appartamenti su dieci sono vuoti per la maggior parte dell’anno, quindi anche nel suo caso tutto rientrava nella norma. E così è stato finché, da un certo momento in avanti, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta è successo che della gente molto strana ha cominciato a presentarsi, a nome suo, in mesi diversi da quelli estivi. Con la richiesta di poter usufruire della casa per periodi più o meno lunghi.”
“Gente molto strana?”.
“Sì, che arrivava fin qua dall’Australia ma anche da altre parti. Ovviamente era lo stesso Tom a confermarmi che andava tutto bene, che lui stesso aveva autorizzato quella gente a disporre della sua proprietà. E le cose sono andate avanti così fino a poco tempo fa”.
“Sono state queste persone, per così dire strane, ad avvisarla della morte di Tom?” chiedo.
“Sì. Ieri per telefono”.
“E pensa che potrei parlare con qualcuno di loro, magari sempre per telefono?”.
“Potrà farlo di persona, fra breve, se vorrà… Tom ha dato disposizione che le sue ceneri siano disperse nella valle, da un posto molto vicino alla sua proprietà”.
A quelle parole dell’oste non posso fare a meno di raffigurarmi mentalmente Tom - quel che ne resta - nell’atto di diventare parte integrante degli strati geologici del posto, confondendosi con sedimenti vecchi di centinaia di migliaia di anni. È una visione a metà strada tra la scienza e la poesia che mi fa inorridire e mi affascina allo stesso tempo. In ogni caso è quello che ci si può aspettare da un ex geologo dopo la sua scomparsa.
“E quando arriveranno?” domando ancora. Mi scopro ansioso di conoscere quella gente strana, di parlare con loro di Tom. Qualcosa mi dice che sono loro ad avere in mano la chiave di tutto quello che mi ha portato fin qua.
“Non me lo hanno detto di preciso. Cercherò di farglielo sapere”.
All’improvviso squilla il telefono nella stanza d’ingresso del locale e l’oste si alza per rispondere. Quel suo “cercherò” non mi mette a mio agio. Ho paura di mancare l’occasione. Penso ad un modo per potermi trattenere lassù almeno per un altro giorno, e mi viene in mente di chiedere ospitalità al mio nuovo amico prete; ad occhio e croce nella canonica ci sono sette-otto stanze, e di solito i religiosi sono ospitali nei confronti di viandanti e forestieri, è una delle loro regole di vita. Si è allontanato subito dopo avermi accompagnato all’osteria, ma ha detto che sarebbe tornato per pranzarvi. Non mi resta che aspettare il suo ritorno.
L’oste rientra nella sala dopo forse cinque minuti, dicendomi che ho avuto fortuna a trovarmi lì proprio in quel momento. C’è una persona in linea dall’Australia, e lui lo ha messo in attesa.
Dall’Australia? Con il mio inglese? Mi tremano le gambe mentre avvicino il ricevitore del telefono all’orecchio.
“Hallo?” dico con la voce che mi si smorza in gola.
“Ciao, mi chiamo Nara” risponde, in perfetto italiano, la voce dall’Australia. Dovevo aspettarmelo: difficile immaginarsi il padrone della Tana dell’Orso che conduce una conversazione telefonica in inglese.
Mi sento comunque sollevato e le dico anch’io il mio nome.
“Mi ha detto Fabrizio che una volta eri amico di Tom. E che volevi parlare di lui con noi”.
Le confermo di sì.
“Bene, saremo lì tra qualche giorno, ma non so dirti quando di preciso. Forse ci vorranno un paio di settimane… dobbiamo sbrigare tutta una serie di formalità. Se vuoi, fino ad allora, potrai alloggiare nella vecchia casa di Tom. Pensa a tutto Fabrizio. Ci vediamo, ok?”.
Riattacca senza lasciarmi il tempo di ribatterle che mi è impossibile accontentare la sua richiesta. Che tra due giorni dovrò rientrare a lavoro. Capisco voler chiudere in fretta una telefonata da così lontano, ma la mia supposizione è che non lei sia per niente interessata a trovarmi lì al suo arrivo.
* * *
L'immagine di apertira del post è un dettaglio modificato della copertina di Heavy Metal magazine #286 (2017).
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