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Ritorno al Chautauqua: Scienza tradizionale e scienza profana /1

 


Il titolo del mio post di addio al Chautauqua finiva con un punto interrogativo, che se da un lato avevo portato a termine il mio tentativo di sintesi del Chautauqua de Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, dall'altro il mio personale Chautauqua, che vi avevo qua e là inframezzato, era rimasto in gran parte inespresso. Ma neanche volevo sentirmi vincolato a un seguito forzato e ho quindi preferito lasciare tutto nell'incertezza. Era un addio? Un arrivederci?

Una questione in particolare non avevo mai sollevato riguardo il best-seller di Robert Maynard Pirsig, nonostante gli interrogativi che mi ponevo in corso di rilettura: perché tra le tante dicotomie presenti nel libro - intelligenza classica e intelligenza romanica, conoscenza razionale e conoscenza pre-razionale, aristotelismo e platonismo, ecc. -  non figurava quella che è forse più ovvio aspettarsi di trovare in un libro che al suo centro una discussione sulla Qualità? Mi riferisco alla dicotomia tra qualità e quantità, due termini che viene spontaneo accostare tra loro come opposti o complementari. E se è vero che tale dicotomia è in un certo qual modo implicita, nel contrasto tra razionalità e Qualità a cui Pirsig accenna in più momenti del libro, è altrettanto vero che lo scrittore, preso da altro, non si spinge più in là di tanto nella questione. Come quando, per esempio, in una parte del Chautauqua da me citata diversi post fa, Fedro sottrae un poco alla volta in via ipotetica tutta la qualità dal mondo e quel che scopre rimanere alla fine non è altro che la razionalità. Ricordo qui le sue esatte parole:

Se venisse eliminata la Qualità, soltanto la razionalità rimarrebbe immutata. Strano. Come mai?

Una possibile risposta è perché la razionalità ha a che fare con il dominio della quantità e non della qualità. 

Ma Pirsig non sembra avere affatto chiaro questo concetto, come non dimostra di avere coscienza dell'esistenza, accanto alla comune scienza quantitativa, di un altro tipo di scienza che ha invece un'impronta più squisitamente qualitativa, anche se, come vedremo, i confini tra le due sono comunque sfumati. Questo secondo tipo di scienza, in accordo alla nomenclatura stabilita in primo luogo da René Guénon e che ho scelto di adottare qui, è anche designata come "scienza tradizionale", mentre la scienza di tipo quantitativo assume in questo caso l'appellativo di "scienza profana". Vedremo in seguito perché sia così, mentre va subito detto che sono pochissimi gli scienziati accademici (o "profani") a conoscenza dell'esistenza di una  scienza "altra" dalla loro. Di primo acchito mi vengono in mente il compianto Giuseppe Sermonti (1925-2018), genetista di fama internazionale e tra i più strenui oppositori dello scientismo, e il matematico contemporaneo Paolo Zellini, autore, tra le altre cose, proprio di una postfazione all'edizione italiana di un testo di teoria matematica di René Guénon, I principi del calcolo infinitesimale (1946). 

Essenzialmente intesa a rettificare, nella terminologia e nei princìpi, il metodo di calcolo infinitesimale così come proposto per la prima volta dal matematico e filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), in questa sua opera Guénon non perde occasione di mostrare le differenze essenziali tra scienza tradizionale e scienza profana, pur non astenendosi neanche dal mostrare quali siano le loro possibilità d'incontro. E lo stesso fa Zellini nella sua postfazione del 2011, quando al termine di un excursus su quel che del calcolo infinitesimale è sopravvissuto agli sviluppi storici della scienza matematica e quel che di esso trova ancora applicabilità al suo interno, affronta prima il discorso guénoniano dal punto di vista della sua severissima, intransigente pars destruens rivolta alla scienza moderna (o profana), per poi chiudere con una citazione "conciliante" dello stesso Guénon tratta da L'ésotérisme de Dante che riequilibra, seppur solo leggermente, il tutto.

E seppure Zellini rimprovera a Guénon di eccedere nell'accusa di convenzionalismo - un convenzionalismo che il pensatore francese vedeva crescere di pari passo con gli sviluppi della scienza matematica e a cui non aveva mancato di contribuire lo stesso Leibniz, che pure aveva cercato a suo modo di opporvisi -, lo stesso Zellini riconosce che Guénon non poteva non registrare l'imbarazzo che traspariva da un'opera come De l'infini mathématique del matematico Louis Couturat (1868-1914), opera più volte citata ne I principi del calcolo infinitesimale e che rifletteva il clima dell'epoca a cavallo tra il XIX e il XX secolo. La necessità di condurre operazioni impossibili dal punto di vista dell'aritmetica pura aveva infatti reso inevitabili le convenzioni e la coincidente progressiva estensione dell'idea di numero, iniziata con l'introduzione, accanto ai razionali, dei numeri irrazionali, a formare il corpo dei numeri reali, e poi proseguita con l'ulteriore estensione al corpo dei numeri complessi. In un crescendo di astrazioni.

In altre parole:

Si definiscono cioè un nuovo sistema di numeri e di operazioni convenzionali in cui rientrano, come caso speciale, le operazioni elementari dell'aritmetica degli interi.*

Il che, continua Zellini,

avvalorava in pieno le sue [di Guénon] convinzioni sulla completa inadeguatezza della scienza profana, nonché la sua tesi che solo gli interi naturali si possono considerare, propriamente, come numeri.**


René Guénon
Era del resto inevitabile che proprio i numeri naturali fossero le vere vittime della deriva convenzionalista, dopo che da soli avevano garantito alla matematica, per vari secoli, il necessario grado di realtà, oltre che lo statuto di scienza. Certo, Aristotele non aveva la stessa altissima considerazione, ereditata dai Pitagorici, della matematica che aveva Platone, ma Guénon non era mai apparso turbato dalle differenze tra i due antichi filosofi, che vedeva come qualcosa di più apparente che reale. Si trattava nulla di più, alla fine, che di un cambio di prospettiva: Platone guardava soprattutto alle idee archetipiche, Aristotele alle forme sostanziali.

E se è senza dubbio la logica aristotelica lo strumento prediletto da Guénon ne I principi del calcolo infinitesimale, ogni volta che mira a far risaltare la mancanza di rigore, sia concettuale che terminologico, con cui i matematici moderni espongono le loro teorie, questa appare rimodellata dalla scolastica medievale, che all'insegnamento di Aristotele e dei suoi commentatori univa l'autorità dei Padri della Chiesa. Lo rende chiaro lui stesso, al momento di individuare nell'insegnamento degli scolastici non solo il suo principale terreno di incontro con Leibniz, ma anche il solido fondamento che permetteva al matematico-filosofo tedesco di condurre la sua dissertazione sul calcolo infinitesimale al riparo da ogni eccessiva incoerenza espositiva.

Continua


* * * 


* Paolo Zellini, Postfazione a René Guénon, I principi del calcolo infinitesimale, pag. 218. Adelphi 2011. Traduzione di Pietro Gori.

** Ibid., pag. 219-20.

L'immagine di apertura del post è: Bernardo Strozzi, Eratostene che insegna ad Alessandria (1635).

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