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Ritorno al Chautauqua: Scienza tradizionale e scienza profana /2


 

La differenza fondamentale che separa l'insegnamento iniziatico, e più in generale ogni insegnamento tradizionale, dall'insegnamento profano: quanto è semplicemente "appreso" dall'esterno è qui senza alcun valore, quale che sia la quantità delle nozioni a questo modo accumulate (perché anche in ciò appare nettamente il carattere quantitativo del "sapere" profano); quello che conta è di risvegliare le possibilità latenti che l'essere porta in se stesso (ed è questo in fondo il vero significato della "reminiscenza" platonica). 

René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei tempi.


La parziale svalutazione della matematica operata da Aristotele, che si accompagnava in lui a un'analoga svalutazione della dialettica, trovò ampia eco nei suoi commentatori, e raggiunse una sorta di apoteosi nel Rinascimento con Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), che nelle sue Novecento tesi dichiarò senza mezzi termini che "le matematiche non sono vere scienze", a causa del livello di astrazione conferito loro dal proprio oggetto di indagine: la quantità indeterminata, separata dalle sostanze e dalle loro affezioni. Libero dai vincoli delle "cause vere" fissate da Aristotele, il matematico, a differenza del fisico, "poteva utilizzare medi molteplici e, semmai, selezionare quello tra essi che fosse più funzionale alla facilità della dimostrazione". L'accusa che Pico muoveva alla matematica è in altre parole di convenzionalismo - la stessa che, lo abbiamo visto nel primo di questa serie di post, muoverà secoli dopo René Guénon (1886-1951) alla matematica del suo tempo - allo stesso momento che lui si proponeva tuttavia di offrire un'interpretazione matematica del mondo.

Cristofano dell'Altissimo (Firenze, 1525 – 1605)
Giovanni Pico della Mirandola
Il Neoplatonismo rinascimentale fiorentino aveva infatti ereditato, attraverso Platone,  anche il simbolismo pitagorico che vedeva nei numeri non soltanto dei segni convenzionali da utilizzare a fini pratici, ma degli archai, princìpi o essenze ordinatrici assimilabili alle Idee platoniche. E tanto nei Pitagorici che in Platone la massima espressione visibile di questo ordine generato dai numeri era il cosmo, che di per sé significa appunto ordine, armonia. Era all'interno di questa cornice che si muoveva Pico della Mirandola e la sua accusa va quindi contestualizzata e intesa più rivolta allo stato della matematica del suo tempo che alla matematica in sé.

Venendo poi ad Aristotele - dalla cui autorevolezza, all'epoca ancora quasi indiscussa, muoveva i passi la critica di Pico -, una delle obiezioni mosse in genere dagli storici della scienza al padre della logica occidentale è di avere avuto una mente libera nelle sue indagini biologiche, ma non altrettanto nelle questioni astronomiche, dove non si era discostato di molto dalle concezioni ereditate dal suo maestro, Platone. E anche qui non è difficile, secondo me, cogliere il nocciolo del problema. Aristotele poteva infatti difficilmente non fare proprio il monito di Platone, a noi tramandato nelle sue Leggi, sui pericoli che derivavano dalla concezione di idee sui movimenti e sulla natura degli astri che si discostassero dalle nozioni tradizionali. Scrive Platone nelle Leggi (IX, 886e-d):

[Le opinioni dei nostri moderni e dei saggi] ottengono questo risultato: quando infatti io e te adduciamo prove del fatto che gli dèi esistono, proponendo proprio queste cose, cioè il sole, la luna, le stelle e la terra come dèi ed esseri divini, coloro che sono stati persuasi da questi saggi direbbero che queste cose sono solo terra e pietre e sono del tutto incapaci di avere cura degli affari umani, e queste idee sono rivestite da bei discorsi fino a essere persuasive. 

Si trattava dunque, per Aristotele come per Platone, di limitare l'influenza di atei e materialisti. Ma non tanto per questioni sacrileghe quanto bensì di natura gnoseologica. Leggiamo infatti ancora nelle Leggi (VII, 819a):

...non è assolutamente terribile né grave né il più grande male l'ignoranza in tutto, ma la grande esperienza e la grande conoscenza congiunte a una cattiva direzione sono un danno di gran lunga maggiore di questi.

Mi pare quindi chiaro che anche al tempo dell'agorà, come oggi nel tempo dell'impero della televisione, chi aveva una più chiara ed elevata comprensione delle cose doveva far fronte al pericolo degli "esperti" e della cattiva direzione da loro impressa all'opinione delle masse.

Ma riecheggia anche, nelle Leggi, la voce sferzante di Eraclito di Efeso:

L'abbondanza di nozioni non insegna l'intuizione; l'avrebbe altrimenti insegnata a Esiodo come anche a Pitagora, a Senofane e a Ecateo.

«Nessun occhio ha visto, né orecchio ha udito»
(1 Corinzi, 2,9) - Incisione di Otto van Veen (1660)

Questa intuizione citata da Eraclito (e sottintesa in Platone) non ha tuttavia nulla a che vedere con la nostra psicologia, ma va intesa come strumento dell'attività noetica, che sola garantisce la conoscenza certa del reale. Il suo opposto non è, in altre parole, l'attività razionale, bensì l'ignoranza della vera natura delle cose. Una cognizione, questa, che dopo aver attraversato e modellato la letteratura e il pensiero greco da Omero a Aristotele, impregnò la filosofia cristiana e neoplatonica, raggiungendo un apice in Plotino (203-205 - 270) e ripresentandosi poi a sprazzi fino all'età moderna. Il giovane filosofo goriziano Carlo Michelstaedter (1887-1910), la cui opera ha trovato così tanto spazio in questo blog (nel primo Chautauqua, intitolato a Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta), non potrà non designarla come la facoltà conoscitiva del suo persuaso.

Era dunque necessario, prima di tutto, preservare il primato dell'attività noetica tra i modi del conoscere - il che si traduceva, dal punto di vista dell'astronomia, nella conservazione dei principi della sfericità dei cieli e della circolarità del movimento degli astri, corrispondenti alla sfericità della mente e al movimento circolare del ragionamento dialettico - ed evitare così la perdita della corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo.

Ma l'osservazione empirica dei movimenti celesti continuava, e ciò portò gradualmente, soprattutto dopo Aristotele, a una crescente complicazione dei modelli geometrici che dovevano, all'interno del modello geocentrico, accordare il moto apparente dei pianeti al dogma della circolarità e uniformità dei moti dei corpi celesti. E a delle conseguenze che erano probabilmente proprio quelle previste, e temute, da Platone. Fino a quando un contemporaneo di Giovanni Pico della Mirandola, un professore di matematica e astronomia dell'università di Bologna di nome Domenico Maria da Novara (1450-1504), rese esplicito il problema e osservò che, di complicazione in complicazione, si era finito con l'ottenere un effetto opposto a quello originale di preservare il principio, prima pitagorico e platonico, poi aristotelico e tolemaico, dell'armonia matematica del cosmo.

Anonimo, Nikolaus Kopernikus.
(copia di un dipinto del 1575)

Vi trovò un primo rimedio uno degli allievi del Novara, un polacco di nome Niccolò Copernico (Mikołaj Kopernik, 1473-1543), che negli otto anni che trascorse in Italia si dedicò a studiare tutti i libri di filosofia su cui riuscì a mettere le mani. Scoprendo così che:

Secondo Cicerone, Iceta insegnò che la terra si muove,

e che,

secondo Plutarco altri sostennero la stessa opinione.

Cominciò allora a meditare lui stesso sulla possibilità che la terra si muovesse.

Cicerone parlò del Pitagorico siracusano Iceta (400-335 a. C.) citando Teofrasto, che gli attribuiva la seguente frase: "Tutto nell'Universo è immobile, eccetto la Terra". Per i Pitagorici infatti la Terra, pur se collocata al centro dell'universo, non era una sfera immobile, bensì si muoveva circolarmente attorno a un fuoco centrale - detto "altare dell'universo" e invisibile dal nostro punto di osservazione - offrendo in questo modo, un poco alla volta, la sua faccia abitata a ogni punto dell'universo. Questo altare non va tuttavia confuso con il Sole, che vi ruotava attorno insieme agli altri pianeti, trascinando con sé Mercurio e Venere nella loro rotazione attorno all'astro diurno.

Il fuoco centrale, o altare dell'universo, era costituito dell'elemento igneo, il più nobile dei quattro elementi pitagorici, corrispondente alla parte più levata dell'anima, il Noûs, sede dell'attività noetica. Riempiva per questo anche lo spazio al di là della sfera delle stelle fisse, mentre il movimento rotante della Terra era equilibrato da quello di una anti-terra che occupava una posizione speculare rispetto al nostro pianeta, all'estremità opposta di un diametro ideale intersecante il fuoco centrale.

Fu partendo dai frammenti sopracitati, residuo di questa complessa costruzione cosmologica a priori, che Copernico elaborò un sistema che spostava il riferimento dei movimenti planetari dalla terra alle stelle fisse e sembrava restituire al cosmo la perduta armonia matematica. Risorgeva, milleottocento anni dopo Aristarco di Samo (ca 310 - 230 a.C), il sistema eliocentrico.


* * *


- Principali opere cartacee consultate:

AA.VV., Il testo filosofico 1. L'età antica e medievale. Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, 1991.

William Cecil Dampier, Storia della scienza. Edizioni Scientifiche Einaudi, 1953.

Anna De Pace, Niccolò Copernico e la fondazione del cosmo eliocentrico. Bruno Mondadori, 2009.

Platone, Le Leggi. BUR Classici greci e latini, 2005. Traduzione di Franco Ferrari e Silvia Poli.

- Altri crediti:

La traduzione di Eraclito (fr. Diels-Kranz 22 B 40) è mia. 

L'immagine di apertura del post è un'opera di artista ignoto tratta da Les merveilles de la science by Louis Figuier (1867-1869).

Commenti

  1. In un certo modo, anche se il tuo discorso verte su questioni specifiche, comunque ripropone un contrasto che si ripete periodicamente (l'ultimo proprio pochi giorni fa) fra chi "svaluta" l'umanesimo a favore della scienza e chi ribatte che lo scienziato, al contrario, per essere tale necessita proprio di una base umanistica che gli insegni a vedere al di là dei dati esistenti e a ipotizzare ciò che - in assenza di dati, almeno finché non c'è possibilità di ottenerli - può solo essere immaginato tramite una visione più ampia, talvolta rivoluzionaria.
    Credo che in effetti uno scienziato necessiti di una capacità del genere, soprattutto per evitare la trappola di chi rimane all'interno delle nozioni esistenti considerandoli quasi dei dogmi, arrivando al punto di non riuscire a ipotizzare nulla di diverso. É anche vero, però, che certe volte talune intuizioni e teorie si sono rivelate errate quando il progresso tecnologico ha dato la possibilità di riscontrare in modo materiale ciò che prima si poteva solo ipotizzare, quindi anche nell'ipotesi deve sempre esserci un "metodo" che si basi su ciò che è noto.
    Comunque, sono d'accordo sull'importanza della formazione umanistica anche per un matematico.

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    1. Buondì Ariano, anche in base al tuo commento ho rieditato e ripubblicato in una nuova versione questa mattina l'articolo. Ho capito infatti che non era per tutti evidente che l'intuizione greca non ha nulla a che fare con la nostra intuizione psicologia, ma è bensì una facoltà trascendente del conoscere. Adesso spero che il discorso sia più chiaro. E ne ho approfittato anche, come ho specificato nella nota, per sistemare alcune incongruenze che, a una lettura più attenta, mi sono apparse subito evidenti.

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