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Trilogia delle Madri /16: Verso il Mar Nero /4




Come forse ricorderete, nel post precedente ho adombrato l'ipotesi di una possibile identità tra le due triadi divine delle Erinni e delle Madri. Identità suggerita, da un lato, dalla similitudine tra la follia di Oreste perseguitato dalle Erinni e quella simulata da Nicia, che in Vita di Marcello di Plutarco si finge perseguitato dalle Madri, dall'altro, dagli epiteti Semnai Theai e Eumenidi, propri delle Erinni, con cui Thomas de Quincey appella le sue Madri in Suspiria de Profundis. In più, a rafforzare l'ipotesi, si può chiamare in causa la natura tipicamente sotterranea propria a entrambe le triadi.
Ma poiché, infine, tutto rimane a livello congetturale, lasciamo per il momento in sospeso la questione intanto che, per proseguire al meglio questo discorso (che, lo ricordo, procede impercettibilmente in direzione delle rive del Mar Nero) è necessario immergerci più in profondità nella tragedia di Eschilo, Eumenidi, terza e conclusiva dell'Orestea, che sarà principale se non unico soggetto anche di questo post.
E cominciamo con una considerazione: che ciò che va in scena in Eumenidi è sì il processo al matricida Oreste, ma anche e soprattutto, per suo intermediazione, il confronto tra due opposte e poco conciliabili visioni del mondo, personificate da un lato da Apollo (e dietro le quinte dal padre Zeus) e dall'altro da(lle) Erinni (e dietro le quinte da Nyx, la madre Notte), il primo in rappresentanza delle divinità olimpiche, che possiamo definire, per pura comodità, personificazioni della coscienza superiore, le seconde in rappresentanza di divinità primigenie personificazioni delle pulsioni più oscure e istintuali dell'esistenza.

Difficile del resto rinvenire in altri luoghi della letteratura un disprezzo più assoluto di quello che il giovane figlio di Zeus riserva alle anziane dee venerande (le Semnai Theai di De Quincey): disprezzo che si spinge molto al di là dell'irriverenza da lui mostrata verso altre rappresentanti di "antiche prerogative", come le Moire, che le sorelle Erinni non mancano di tirare in ballo nella parte processuale di Eumenidi, quando accennano all'episodio di Apollo che, per sottrarre alla morte l'amato Admeto, fa ubriacare le tre dee tessitrici di destini (come ho raccontato, un po' di tempo fa, nella mia analisi di un'altra tragedia greca: Alcesti di Euripide). E disprezzo, inoltre, che rende (sorprendentemente?) simile l'approccio di Apollo nei confronti delle Erinni a quello che Dario Argento riserva alle Madri nella sua trilogia cinematografica. Al punto che se è vero che il regista si rifà dichiaratamente a De Quincey, per i nomi e altri dettagli delle Madri, molto altro potrebbe sembrare preso direttamente da Eschilo. Ecco, per esempio, i termini con cui Apollo si rivolge alle Erinni al momento di scacciarle dal suo tempio a Delfi (Eumenidi, 179-195):
Fuori di qui! E' un ordine! Presto!
Andatevene fuori da questa mia dimora! Sgombrate l'antro profetico,
se non volete che vi colga l'alata serpe lucente, scoccata
dall'aura corda dell'arco, e vi faccia sputare nel dolore
la schiuma nera carpita agli umani,
vomitando grumi di sangue succhiati ai morti. Non vi è lecito
avvicinare questa mia sede. Andate là,
dove i processi mozzano teste, cavano occhi, sgozzano gole,
là dove si distrugge il seme dei giovani per annientarne la virilità,
dove si mozzano arti e si scagliano pietre, e le vittime impalate per il dorso
muggiscono un lamento interminabile. Udite di quali baldorie
vi rallegrate, o creature odiose agli dei?

Con questa accusa, va detto retta da una forza d'espressione (e di visione) tesa ai limiti del sopportabile, Apollo introduce qui uno dei temi basilari di Eumenidi, quello della contrapposizione tra due diverse forme di dike (giustizia). E lo fa controbattendo alle Erinni sullo stesso piano, giacché erano state loro, poche strofe prima, ad accusare lui di oltrepassare i limiti della giustizia (Eumenidi, 162-172):
Così fanno gli dei più recenti,
che reggono, oltre i limiti della giustizia,
un trono grondante di sangue, alla base al vertice.
Guarda l'ombelico della terra [l'Omphalos di Delfi, centro dell'universo], di quale orribile macchia di sangue si è coperto.
Anche se era profeta,
di sua volontà, senza che nessuno lo invitasse, profanò i propri penetrali
con il contagio di un delitto consumato sul focolare domestico,
onorando azioni mortali contro la legge degli dei,
distruggendo prerogative secolari.

Le Erinni non mancano qui di ironia, con l'accusare di imprevidenza il dio stesso della profezia, ma ciò che davvero va in scena è lo scontro tra l'antico concetto di dike, naturale e demonico, e uno più moderno legato alla costituzione della polis.

Cacciamo dalle case i matricidi, rivendica Erinni (Eumenidi, 210).
E se una donna ha ucciso il suo sposo? interroga Apollo (211).
Non avrebbe ucciso di sua mano uno dello stesso sangue, ribatte il Coro (212), con una logica impeccabile, a cui Apollo ribatte relegando la consanguineità a un ruolo subalterno rispetto al decreto della Moira che unisce un uomo e una donna in base al loro destino. E lo fa rivolgendosi a Erinni con una scelta di parole accuratissima, che accosta la più moderna sovranità degli Olimpii a quelle preesistenti e mai decadute di Moira e Dike (213-218):
Senza onore, in nessun conto, presso di te
sono i pegni di fedeltà di Era Teléia [del compimento nelle nozze] e di Zeus. E Cipride [Afrodite],
fonte delle cose più care per i mortali,
è umiliata e cacciata via da queste tue parole.
Il letto nuziale che, per decreto della Moira, unisce l'uomo e la donna,
è più forte di un giuramento: lo custodisce Dike.

Dike contro Dike, secondo la formula già espressa da Eschilo in Coefore (461).
Ed ecco che viene a crearsi il tipico circolo vizioso all'interno del quale sono imprigionati i protagonisti della tragedia. Oreste, per onorare Dike, uccide Clitennestra, che sua volta, nell'uccidere Agamennone per vendicare la figlia Ifigenia sacrificata dal padre, si era proclamata "artefice di giustizia" (Agamennone, 1406).


John Downman, The Ghost of Clytemnestra Awakening the Furies (1781)


Ma in Eumenidi scopriamo anche che Clitennestra, già di per sé colpevole di preferire l'amante Egisto al marito Agammenone, era devota al culto delle Erinni (cosa di cui sconta le conseguenze anche nell'oltretomba), come enuncia la sua apparizione spettrale all'inizio della tragedia, quando esorta le dee a svegliarsi dal sonno in cui le ha precipitate Apollo (Eumenidi, 107-109):
Eppure avete leccato molte volte le mie offerte,
libagioni senza vino, miele sobrio; e solenni banchetti notturni
vi offrivo sul focolare ardente, nell'ora che gli altri dei non condividono.

E' quindi chiaro che sono in realtà Apollo, in rappresentanza degli Olimpii, e le Erinni, in rappresentanza delle divinità pre-olimpiche, a muoversi dietro le persone (maschere) di Oreste e Clitennestra.

Quando poi, sempre dietro consiglio di Apollo, Oreste raggiunge il tempio di Atena sull'Acropoli e si avvinghia al simulacro della dea invocando il suo soccorso, ecco che le Erinni, che lo tallonano, intrecciano una danza accompagnata da un lungo "orrido canto" (Eumenidi, 299-396), i cui versi si dividono tra le accuse ai nuovi dei e un'orgogliosa, seppur malinconica, rivendicazione della loro amministrazione della giustizia (Ci riteniamo rette giustiziere...) e della necessità del loro operare (Questa parte la Moira inflessibile ci assegnò saldamente...).
Iniziato con una magnifica invocazione alla madre Notte, il canto si chiude su una altrettanto magnifica e parallela visione di oscurità (394-396):
Mi spetta un antico privilegio, né manco di onori,
anche se il mio posto è sotto terra,
nella tenebra che detesta il sole.

Con la comparsa poi di Atena, in risposta all'invocazione di Oreste, e il successivo cambio di scena, dall'Acropoli alla collina dell'Areopago, ha inizio la parte conclusiva, e l'episodio centrale, di Eumenidi, lungo più della metà del testo complessivo: il processo al matricida. E ha insieme inizio una serie di "manovre" che a noi possono apparire insolite ma non lo sono altrettanto nell'economia della tragedia greca.
Atena, che propone se stessa come neutrale, ascolta come prima cosa le ragioni delle due parti in causa. Finché le Erinni, che le tributano rispetto e si appellano a lei come "figlia degna di degno padre", la esortano a farsi carico di dirimere la questione. La dea per un momento si mostra riluttante, ma poi acconsente e istituisce un tribunale sull'Areopago, come esplicato in queste parole da lei rivolte al supplice Oreste (Eumenidi, 470-489):
E' questione troppo grave per lasciarla giudicare agli umani.
Ma neppure a me è lecito dirimere contese di sangue
suscitato di ira feroce, tanto più che sei giunto
supplice, puro, senza recare contagio alla mia dimora,
dopo aver compiuto i rituali dovuti, e senza biasimo alcuno:
per questo ti accolgo nella città.
Ma costoro hanno forza fatale, non è facile respingerle.
E se non avranno vittoria, veleno stillerà dal loro petto,
e cadrà al suolo: insostenibile, perpetua malattia. Così è.
E accogliere e cacciare costui sarà decisione
nell'uno e nell'altro caso dolorosa per me, irrimediabile.
E poiché la contesa è precipitata fino a questo punto,
sceglierò giudici giurati per i delitti di sangue,
e costituirò un fondamento di giustizia destinato a durare in eterno. E voi,
convocate testimonianze, raccogliete prove, baluardi di giustizia
consacrati da giuramento. Ritornerò dopo aver scelto i migliori tra i cittadini
per dirimere rettamente questa contesa,
senza violare i giuramenti con animo iniquo.

Ma ecco che le Erinni hanno un moto di rivolta, davanti a quella che ritengono, da parte della dea, una palese violazione del diritto arcaico, che prevedeva che l'accusato garantisse della propria innocenza giurando sugli dei. Cosa impossibile per Oreste, come fanno notare loro stesse, dato che lui può solo giurare sulla propria colpevolezza. Con il risultato, in base al diritto arcaico, di essere sconfitto in partenza. Così, in un nuovo lungo canto, le antiche dee venerande lamentano a più riprese l'oltraggio a Dike, la cui casa è ai loro occhi crollata sotto i colpi di Atena.


Charles Auguste van den Berghe, Egisthe, croyant decouvrir le corps d'Oreste mort, decouvre celui de Clytemnestre (1823)


Non per questo però l'istituzione del tribunale si arresta. E una volta arruolati gli undici giurati, il processo - che vede Oreste come imputato, Erinni nelle vesti dell'accusa, Apollo in quelle della difesa e Atena come presidente della corte - ha inizio. Sebbene con un nuovo arbitro del gioco; perché, con le norme del diritto stabilito stravolte, sarà adesso peíthō, la persuasione, il principale strumento in campo, utilizzato prima da Apollo nei confronti di Atena e poi da questa evocato, come daímōn femminile, per rivolgersi a Erinni.
Ma prima ancora assistiamo a un nuovo scontro tra Erinni e Apollo e le loro contrapposte visioni di dike, cioè tra la consanguineità come discriminante primaria della gravità del delitto (a sangue versato risponde necessariamente sangue versato) e la visione alternativa offerta dal figlio di Zeus, fino all'enunciato retorico con cui egli nega ogni valore alla genealogia materna:
Dirò anche questo, e sappi che dirò la verità.
Colei che viene detta madre non è genitrice del figlio:
nutre soltanto il germe appena seminato in lei. Generatore
è colui che la prende, ed essa, come ospite ad ospite,
salva il germoglio, se un dio non lo annienti prima.
Eccone la prova: ci può essere padre senza madre.
Ne è testimonianza, qui vicino, la figlia di Zeus olimpio,
che non fu nutrita nell'oscurità del ventre, ed è germoglio
quale nessuna dea potrebbe generare.
E io, o Pallade, per quanto mi è possibile,
farò grande in tutto il resto la tua città e il tuo popolo.
Inviai costui presso il fuoco sacro del tuo tempio
perché ti fosse fedele in eterno e tu, o dea,
potessi acquisire come alleato lui e i suoi posteri,
e rimanesse fissato per sempre che i loro discendenti onoreranno questa alleanza.

Apollo in realtà, con astuzia, chiama qui in causa due argomenti a cui la dea sua sorella è particolarmente sensibile: l'orgoglio dell'esser parto diretto del re degli dei, senza intermediazione di dea, ninfa o donna mortale, e il prestigio della sua protetta Atene, che può solo uscire rinforzato da un'alleanza con Argo (o Micene).
Ma vi è ancora qualcos'altro, di più recondito, che fa pendere decisamente la bilancia verso Apollo e, di conseguenza, verso Oreste: qualcosa di cui Atena, in qualità di ipostasi della mente del Padre, di sua emanazione più diretta possibile, non è all'oscuro, ma che rivelerà solo verso il finale della tragedia: Zeus, che ha ispirato Apollo nel consigliare a Oreste di uccidere la madre, ha già deciso per l'assoluzione del matricida. Così che, come sempre, la tragedia consiste di una serie di azioni il cui esito è già definito a priori.
Inoltre, e infine, Oreste ha dalla sua, su un piano più squisitamente filosofico-letterario, la particolare visione eschilea della giustizia, espressa all'inizio dell'Orestea (Agamennone, 250-252):
A chi ha patito
Dike, come contrappeso,
dona conoscenza.

Ed è qui, come ho mostrato ai primordi di questa lunga serie di post, che si innesta la visione di Thomas de Quincey delle Madri, l'opera delle quali fa sì che il loro prescelto sia
perfezionato nella fornace, così egli vedrà le cose che non dovrebbero essere viste, visioni che sono abominevoli, e segreti che sono inesprimibili. Così egli leggerà verità passate, verità tristi, verità grandiose, verità spaventose. Così egli tornerà a sollevarsi prima di morire. E così avremo adempiuto la missione affidataci da Dio: di tormentare il suo cuore fino a dispiegare le facoltà del suo spirito.

E anche per stavolta è tutto. Nel prossimo post: la conclusione della parte dedicata alle Erinni e l'inizio della parte successiva della Trilogia delle Madri.


* * *

Crediti


Per le citazioni dall'Orestea di Eschilo: Eschilo, Sofocle, Euripide, Tutte le tragedie. A cura di Angelo Tonelli. Bompiani, 2011.

Per la citazione dal Suspiria de Profundis di Thomas de Quincey: Thomas de Quincey, Confessioni di un oppiomane. Traduzione di Renata Barocas. Garzanti, 1979.

L'immagine di apertura del post è: John Singer Sargent, Orestes Pursued by the Furies (1921, detail).
Clicca sull'icona a lato per la visualizzazione intera.

Commenti

  1. Come già sai purtroppo non ho fatto studi liceali, quindi la mia conoscenza della letteratura classica dell'antichità è molto carente. Leggendo i tuoi post su questa serie, in particolare quello odierno, mi colpisce vedere come nell'elaborazione di un evento in cui spetta a entità soprannaturali giudicare l'operato di un mortale, si possano scorgere (magari è solo una mia impressione) gli eterni dubbi dell'umanità su come sia moralmente giusto comportarsi in determinate circostanze e sul perché accadano materialmente degli eventi così inaccettabili per la limitata capacità di sopportazione degli esseri umani.

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    1. Sai, Ariano, che con il tuo commento hai centrato uno dei punti chiave della secolare discussione critica intorno alla tragedia greca? No, non si tratta affatto solo di una tua impressione...

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  2. Bentornato!
    E' finalmente il tuo ritorno definitivo il rete? :D

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    1. No, nessun ritorno definitivo, Nick. Allo stato attuale delle cose il mio stile di blogging può essere solo questo. Ogni volta che pubblico un post, diciamo uno al massimo due al mese, approfitto anche per recuperare un po' di post arretrati dei miei blogger preferiti (tra un po' arrivo anche da te). Così da non occupare con il blogging più di una settimana al mese, il massimo di tempo che mi è possibile concedere a questa mia attività nel presente. Comunque sia, su una cosa posso tranquillizzarti: non ho nessuna intenzione di chiudere il blog ;-)

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  3. Questi testi ti riappacificano con il mito e con la tradizione classica e ti fanno capire quanto "culturalmente" siamo caduti in basso in questi tempi

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    1. Riappacificato? Mi stai per caso dicendo, Ferruccio, che avevi litigato con il mito e la tradizione classica?
      A proposito del "caduti in basso", forse è solo "mancanza di uno stile proprio". Un po' come recita l'incipit de "L'innominabile attuale", il libro più recente di Roberto Calasso:
      "Negli anni fra il 1933 e il 1945, il mondo ha compiuto un tentativo di autoannientamento, parzialmente riuscito. Quello che venne dopo era informe, grezzo e strapotente. Nel nuovo millennio è informe, grezzo e sempre più potente. Elusivo in ogni singola parte, è l'opposto del mondo che Hegel intendeva stringere nella morsa del concetto. E' un mondo frantumato anche per gli scienziati. Non ha un suo stile e li usa tutti."

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    2. No, mi riferivo a quello che compare sempre sotto gli occhi. Questi lavori sono preziosismi e fanno sempre piacere!

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  4. Conosco Le Eumenidi solo grazie alla lettura di Sandman ( il ciclo finale è una sorta di riproposizione dello stesso ), ma qui facciamo informazione.
    Complimenti per l'articolo Ivano!

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    1. Già, il famoso Sandman :-) Però il ciclo finale mi sa che non l'ho letto. Se ricordo bene mi sono fermato al numero 50.
      Grazie per i complimenti, Raffaele :-))

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  5. Mi chiedo se questa contrapposizione tra le divinità olimpiche e quelle più antiche sia stata alla base dell'ispirazione di American Gods di Gaiman.

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    1. La trovo un'ipotesi del tutto plausibile, Marco. Almeno per quel che so della trama di American Gods :-)

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  6. Bellissimi post Ivano e capitano a fagiuolo visto che anch'io sto rileggendo storie di miti. Felice domenica delle palme!

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    1. Grazie mille dell'apprezzamento, cara Giulia. E buona domenica e felici storie di miti a te :-))

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  7. Per qualcuno la vita stessa consiste di una serie di azioni il cui esito è già definito a priori. ^__^
    Direi che la contrapposizione tra divinità olimpiche e pre-olimpiche non è l'unica cosa degna di nota qui. Con la negazione del valore della genealogia materna c'è, di fatto, l'affermazione della società patriarcale. E abbiamo anche trovato un nuovo punto di contatto tra i tuoi post sulle Madri e i nostri sulle streghe. :-) Complimenti, come sempre per il post. Questi sono i miei preferiti, mi spiace solo essere sempre in ritardo nel recuperarli e trovarmi spesso a corto di parole per commentare.

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    Risposte
    1. Bentornata su queste pagine, Simona :-) In effetti molti studiosi hanno visto rappresentato, in questa tragedia di Eschilo, uno dei punti di passaggio fondamentali dell'Occidente, quello che dalla civiltà della Madre porta alla civiltà del Padre. Quindi sì, si può dire che tutto questo ha molto a che fare con l'affacciarsi della strega sulla nostra scena culturale. E credo proprio che con il proseguire della serie i punti di contatto aumenteranno, soprattutto dal momento in cui approderemo finalmente sulle rive del Mar nero ;-)
      E sono molto contento di sapere che stai gradendo, dato che sono a mia volta sempre più affezionato a questa serie, che credo proprio diventerà un e-book al suo termine. E non preoccuparti per il "corto di parole"... accade lo stesso anche a me quando leggo i vostri post sulle streghe ;-)

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