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Solve et Coagula - Pagina 75





Capitolo 6 - parte 11


Ma non era ancora finita, perché subito dopo qualcuno, dall'interno della macchina, allungò ad Alessandra il suo famoso violoncello, chiuso nella custodia. Poi, senza attenere oltre, la ragazza si voltò e raggiunse il portone d’ingresso dello stabile.
Luisa si chiese se aveva appena assistito a qualcosa di inedito o se quella strana scena fosse già avvenuta mille altre volte a sua insaputa. La sua inquilina e le sue colleghe musiciste disponevano forse di uno chauffeur? E quella macchina, era davvero una rolls-royce o qualcosa di equivalente? Roba da lasciarci le meningi, concluse. Ma la cosa più importante per lei in quel momento era raggiungere la certezza che Alessandra sapesse per tempo del suo invito a cena.

Fremendo di impazienza, Luisa raggiunse a sua volta il portone, salì le scale e aprì la porta di casa. Ma poiché il battente aperto copriva alla sua vista l'ingresso della stanza della sua inquilina, dovette attendere ancora un paio di secondi per avere la conferma che la ragazza aveva visto e preso suo il biglietto d'invito. Ma si era anche rinchiusa, come d'abitudine, nella sua stanza.
Luisa cominciò così a dubitare di aver fatto la cosa giusta, perché in fin dei conti la sua attesa di una risposta avrebbe potuto prolungarsi per ore. Nel caso, per esempio, che Alessandra fosse combattuta sul da farsi. Fece due rapidi calcoli e decise che l'unica alternativa sensata era, a quel punto, porsi un limite temporale: se non avesse ricevuto una risposta, positiva o negativa, entro le cinque del pomeriggio, si sarebbe presentata alla porta della stanza della ragazza e l'avrebbe interpellata direttamente.

Più o meno un'ora dopo, Luisa era intenta a consumare la sua versione ridotta della cena di quella sera. Le sembrava già di sentire gli apprezzamenti, sperabilmente sinceri, di Fabrizio, tra una forchettata e l'altra, tra un piatto e l'altro. Ma chissà se gli stessi sapori che a lei apparivano in quel momento così esotici, non costituissero invece per lui la norma. Perché, a pensarci bene, Fabrizio aveva davvero qualcosa di arabo nell'aspetto, come se qualcuno dei suoi antichi progenitori fosse approdato in Italia dopo essere salpato dai paesi delle Mille e una notte. E chissà se non era per questo motivo, per un richiamo del sangue, che aveva scelto di dipingere i Tarocchi Babilonesi. E poi chissà se aveva già iniziato a dipingere la nuova carta, dopo aver terminato Il diavolo? L'Arcano successivo che era… che era... vattelappesca, concluse Luisa. Aveva imparato, suo malgrado, che il tre e il quattro corrispondevano a Imperatrice e Imperatore, ma per il resto era nebbia fitta.
Avvertì un gelo improvviso, che non dipendeva però dalla temperatura della stanza, ma da qualcosa che le si era appena agitato dentro. E un attimo dopo sentì riecheggiare nella sua mente lo stesso suono del sogno, la nota prolungata del violoncello che l’aveva ossessionata a lungo al suo risveglio e che lei aveva definito "straziante".
La nebbia… la tristezza dell’eternità.
Che significavano queste parole? Da quale angolo della sua memoria provenivano? Luisa non lo sapeva. Sapeva però che erano collegate a quel suono. Era certa di questo.


Commenti

  1. Sempre i Tarocchi! Mi piacciono questi fili conduttori che riprendi di volta in volta.

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  2. I tarocchi saranno anche protagonisti della grande cena, nel prossimo capitolo ;)

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  3. "La nebbia… la tristezza dell’eternità."
    Brrr... inquietante! Mi hai fatto sentir freddo.

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    1. E qui si inaugura un filone completamente nuovo di Solve et Coagula, tutt'ora in pieno svolgimento nelle pagine più recenti.

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